La geografia della musica popolare : Oceania

December 29th, 2011

cartina_oceania

Con la fine dell’anno giunge alla conclusione anche il nostro viaggio in giro per il mondo alla scoperta delle musiche popolari.

In questa ottava ed ultima puntata ci occupiamo dell’Oceania, continente costituito da un enorme complesso di isole che per comodità di trattazione distingueremo in 3 aree geografiche principali: l’Australia, la Melanesia e la Polinesia.

L’Australia è una zona assai eterogenea che a partire dall’800 ha visto l’immigrazione dei più disparati gruppi etnici con una prevalenza della popolazione di origine anglo europea. Oggi la popolazione aborigena si è per gran parte assimilata allo stile di vita occidentale ma vi sono ancora alcune eccezioni che ci permettono di risalire ai tratti salienti delle tradizioni indigene.

Nella cultura aborigena, le caratteristiche principali sono trasmesse attraverso i canti con l’accompagnamento di strumenti quali i bastoni a percussione e il dijeridoo. Ricavato dai rami di eucalipto e dotato di un’estesa gamma di timbri, quest’ultimo è un po’ lo strumento simbolo della tradizione musicale di questa regione.

Ben altro tipo di tradizioni si riscontrano in Melanesia. Si tratta di un vasto gruppo di isole del Pacifico meridionale che comprende tra l’altro la grande isola che si divide in Nuova Guinea occidentale (che appartiene all’Indonesia) e Papua Nuova Guinea sul versante orientale.

Elemento comune in tutta la zona è il fatto che ogni danza ed evento musicale viene organizzato solamente se vi è una precisa ragione. La musica è quindi indissolubilmente legata alla funzione (canto di guarigione, di lavoro, funerario, ecc.) a cui si riferisce. Tra gli strumenti si segnalano i grandi tamburi a fessura, diversi tipi di flauti ed il rombo (una tavoletta di legno legata ad una cordicella che emette un ronzio cupo).

Più a est troviamo le numerose e relativamente piccole isole della Polinesia (Hawaii, Samoa, Tonga, Tuvalu) mentre verso nord-ovest si situano le isole della Micronesia. Sostanzialmente in queste regioni musica e danza sono vissute più come appendici della poesia che come attività autonome.

Così troviamo una gran quantità di canti salmodiati con profili melodici che hanno lo scopo principale di dare risalto al significato magico dei versi e che a noi occidentali potrebbero apparire limitati. Sul versante strumentale troviamo sonagli di zucca (uli uli), castagnette (ili ili), tamburi cilindrici (pahu) e diverse trombe di conchiglia.

Degno di nota è infine il modo con cui la popolazione hawaiana ha assorbito e reinterpretato l’influenza esercitata dai missionari europei nel corso dell’800 e oltre. La chitarra hawaiana (creata sul modello della bragha portoghese) porta a maturazione un interessante e fertile compromesso, con una sbarretta metallica che scorre sulle corde allo scopo di produrre quel suono glissato che sta alla base della tradizione canora del paese.

Queste sonorità autoctone sono poi rifluite come un’onda in piena esercitando grande influenza sull’attuale popular music.

Per ora, il nostro viaggio ‘geomusicalpopolare’ si conclude qui. Abbiamo gettato un fugace ed umile sguardo verso una serie di culture e di tradizioni millenarie le quali continuano a confluire in quell’incessante e smisurato corso chiamato storia dell’umanità.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

Pannonica - Thelonious Monk

December 26th, 2011

thelonious_monkPANNONICA

THELONIOUS MONK

1957

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Trovare qualcuno che sappia davvero giocare con la musica è cosa assai rara. Sono necessari fantasia brulicante e finezza di tocco, ma anche una profondità di visione che solo pochi eletti possono vantare.

Un maestro in questa particolarissima forma d’arte è stato certamente Thelonious Monk. Quali meravigliose idee e che gioco squisitamente prezioso è riuscito a regalarci il jazzista americano!

Questo geniale e indomito ‘Peter Pan’ delle 12 note non ha mai proposto facezie fini a se stesse. Piuttosto ha ricondotto l’imprevedibile follia del suo stile all’armoniosa unitarietà della composizione musicale, ricavando dalle sue continue mattane un profluvio di capolavori che destano ammirazione oggi come allora.

Nell’incantatorio parco giochi di Monk troviamo note in anticipo o in ritardo sul tempo previsto, accenti spostati, accordi sbilenchi, note dissonanti, frasi ossessive, silenzi d’inaudita espressività. Un laboratorio d’invenzioni da cui sono scaturite continue sorprese che hanno arricchito, in maniera pressoché unica nella storia della musica, l’intero corpus della sua opera.

Il brano su cui ci soffermiamo qui è “Pannonica“, dedicato con gratitudine alla baronessa inglese Nica de Koenigswarter, ammiratrice e benefattrice del musicista nell’arco di tutta la sua carriera. Si tratta di una delle più fragorose composizioni monkiane, qui presentata nella splendida versione realizzata per “Brilliant corners“, disco della definitiva consacrazione ed uno dei suoi migliori di sempre.

L’estremo fascino del pezzo stuzzica la fantasia dell’ascoltatore sin dalla sua anomala struttura che presenta 33 battute al posto delle classiche 32. Ma quel discolo di Thelonious tira fuori dal cilindro altre magiche stranezze. L’uso alternato e contemporaneo del pianoforte e di una celesta trovata in studio il giorno dell’incisione dona un’aura di leggerezza che fa da contraltare alle dissonanze sparpagliate lungo tutto il brano. Superbo esempio della musica di questo illuminato giocoliere delle note, “Pannonica” rivela un equilibrio sempre fragile e per questo ancor più delizioso.

Una instabilità di fondo che è costante irrinunciabile del suo universo sonoro e che non mancherà di allietare i sensi di tutti gli ascoltatori che non hanno perso la capacità di meravigliarsi.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : la voce femminile

December 8th, 2011

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E’ l’ultimo mese di questo 2011 ed è anche l’ultima puntata di questo nostro particolarissimo viaggio tra gli strumenti musicali.

Sono certo che attraverso questi 12 appuntamenti di ascolto attivo, hai avuto modo di vivere nuove emozioni e di ascoltare in maniera diversa dal solito la musica e gli strumenti che abbiamo trattato.

Ma veniamo alla protagonista di questa ultima puntata ovvero la voce femminile. Il registro delle voci femminili si pone un’ottava sopra rispetto a quello delle voci maschili e, dalla più acuta alla più grave, si suddivide in soprano, mezzosoprano e contralto.

La prima interprete che voglio farti ascoltare è Grace Slick, nota soprattutto per essere stata la magnifica primadonna dei Jefferson Airplane. Lei e Janis Joplin erano le regine incontrastate della scena psichedelica californiana nei sixties. Qui la incrociamo in “White rabbit“, uno dei suoi più celebri cavalli di battaglia. Fu lei stessa a scrivere questo pezzo fascinosissimo che musicalmente si rifà alla cultura spagnola e nei testi prende ispirazione dalla favola di “Alice nel Paese delle Meraviglie“.

L’inizio sommesso e l’incedere marziale della sezione ritmica creano l’atmosfera ideale prima che faccia il suo ingresso la voce imperiosa ed altera di Grace la quale prolunga le sillabe con classe impareggiabile. Anche quando sale di tonalità, la sua voce potente e decisa domina la composizione con una regalità che non teme paragoni.

Altra voce da brividi ma con modalità del tutto diverse è quella di Patti Smith, una delle interpreti più intense e fantasiose che mi sia mai capitato d’udire. Tratto dal suo primo album, “Kimberly” è uno dei tanti brani dove si può apprezzare la sua grandezza nell’esecuzione vocale.

Con la sua carica febbrile ed elettrizzante, Patti sussurra e miagola sorniona, variando continuamente il timbro delle parole che canta e spesso declama. Insomma una vera e propria interpretazione da attrice del suono. Ma forse il colpo di genio definitivo è il modo in cui sussurra quella languida frase che s’inventa per chiudere il pezzo : “into your starry eyes, baby“.

Per concludere ritorniamo di nuovo alla fine degli anni ‘60 per allietarci con la voce di Sandy Denny (nella foto sopra) in “Fotheringay“, il primo brano da lei composto per i Fairport Convention. Difficile trovare le parole per un’artista di questo calibro. Qui mi limito a sottoscrivere in pieno quanto detto da Robert Plant (La mia cantante preferita tra tutte le voci femminili inglesi di sempre) e da Pete Townshend (Era una perfetta cantante folk-rock britannica. Neanche l’ombra di un vibrato. Pura e semplice!).

Qui si può avvertire bene la sua sensibilità vocale così eterea e soffusa, dolce e contemplativa, avvolta da un’aura di misticismo e arricchita da inesplicabili aromi sonori. Non vi è l’ombra di uno sforzo, e nemmeno il cambio di altezza nei punti cruciali dei vocalizzi è in grado di scalfire tale purezza. Se a ciò si aggiungono le sue eccelse qualità di compositrice, ecco che il quadro finale è di impressionante bellezza.

Una voce che è balsamo per l’anima.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Song of the wind - Santana

November 30th, 2011

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SONG OF THE WIND

SANTANA

1972

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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E’ una serata piuttosto tranquilla (o quasi) e sono impegnato a raggruppare un po’ di dischi in previsione di un imminente trasloco.

Nel bel mezzo di questa dolce fatica l’occhio cade su “Caravanserai” un album dei Santana. Mi soffermo un secondo e penso che con una copertina come quella a chiunque verrebbe voglia di ascoltarlo. E per tutti quelli come me che l’hanno già ascoltato, la voglia raddoppia.

In un lampo so già quel che farò, conscio di quanto sia inutile opporre resistenza alla musica quando mi chiama a sé. Metto su il disco e traccia dopo traccia mi rendo conto di quale sarà la prossima mossa : un bell’articoletto per musicArmonica.

La mia scelta è caduta su “Song of the wind“, una vera primizia. Canzone davvero splendida con lo scintillante suono della Gibson di Carlos Santana, le evocative svisate dell’organo, la fascinosa selva di percussioni e le preziose tessiture di un basso mai domo. Un pezzo che fa da collante tra il Santana più conosciuto, quello delle prime produzioni, e il Santana del periodo ‘mistico’ che idealmente comincia proprio con quest’album.

Siamo nel 1972 e questo è il momento in cui il gruppo riesce a fondere con innegabile fascino e irripetibile maestria le diverse influenze a cui è soggetto : il rock, il jazz, la musica latina, africana, araba e un approccio misticheggiante figlio dei nuovi interessi religiosi del suo leader. Dopo l’ascolto di “Caravanserai“, sembra superfluo aggiungere che Santana non si ripeterà mai più su questi stratosferici livelli.

Con quest’opera, la band si riallaccia al discorso musicale intrapreso da John Coltrane sul versante jazzistico e contribuisce a dare un nuovo impulso a quella contaminazione che più avanti porterà ad altri movimenti artistici come la world music e la new age. Ma ciò che più conta è che qui il virtuoso musicista messicano ci regala una delle sue gemme più preziose e rare.

E ora, dopo esser stato testimone dei poteri emanati da quella specie di sciamano dei suoni, posso riprendere la mia dolce fatica più felice di prima.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Letture : Arrigo Polillo - La vicenda e i protagonisti del jazz

November 26th, 2011

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Sin dalla sua prima pubblicazione nel 1975 venne da molti definita la Bibbia del jazz. Fu un’accoglienza entusiastica : comprensibile considerando che qui in Italia è sempre scarseggiata la traduzione e la pubblicazione di saggi musicali.

Sto parlando di “Jazz - La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana“, ad oggi il libro più completo ed autorevole disponibile in lingua italiana su questo argomento. Le numerose ristampe che si sono susseguite negli anni, confermano il valore e l’importanza di quest’opera che qualunque jazzofilo, ma anche chi vuole avvicinarsi alla materia, non può lasciarsi sfuggire.

Ma prima di presentare il libro, è d’obbligo qualche cenno sull’autore. Arrigo Polillo (1919-1984) è stato giornalista, critico, storico musicale ed organizzatore di molti importanti festival jazz nel nostro paese. E’ stato inoltre cofondatore, caporedattore e direttore della rivista “Musica Jazz” nata nel lontano 1945. Insomma un curriculum davvero notevole, specie tenendo conto del periodo storico in cui ha iniziato la sua attività (ovvero nella prima fase di sviluppo del jazz, perlomeno in Europa).

Questo libro rappresenta un pò la summa delle conoscenze e dei pensieri musicali di Polillo. Tra i molti pregi di “Jazz“, l’aspetto che maggiormente ho apprezzato è la sua suddivisione in 2 parti che, a conti fatti, rende più chiara e fruibile la materia. In questo modo Polillo ha evitato gran parte delle dispersioni che solitamente affliggono i libri di una certa lunghezza ed appropriatamente lascia al lettore il compito di “ricomporre se vorrà avere un quadro abbastanza completo della storia e dei valori del jazz“.

Più di 800 pagine dunque, di cui 300 circa per narrare la vicenda e altre 500 per descrivere il percorso artistico dai suoi principali protagonisti attraverso 48 schede monografiche (34 più le 14 aggiunte in seguito da Fayenz).

La prima parte è ricca di fascino grazie al modo in cui riesce ad evocare l’atmosfera dei tempi. Ci si immerge così tra le strade della New Orleans di inizio ‘900 per poi migrare verso le città industriali del nord (Chicago, New York, Kansas City). Partendo dalle radici del blues, dello spiritual e delle musiche bandistiche si segue la maturazione di nuove forme come lo swing, il bebop, l’hard bop e il free jazz. Gran parte della vicenda è trattata con una proprietà di analisi davvero fuori dal comune. Poi, una volta giunti agli anni ‘60, la capacità critica dell’autore segna il passo a causa di un’ideologia che oggi appare retrograda. Ma fa comunque piacere rilevare il suo appassionato sforzo di integrare l’ultimo periodo trattato col resto dell’opera.

Altrettanto valida e scorrevole risulta la seconda parte, in cui si traccia la biografia dei principali protagonisti del jazz (si parte da Jelly Roll Morton e si arriva ad Ornette Coleman) e si cerca di valutare il personale contributo che ciascuno di loro ha fornito alla vicenda narrata in precedenza. Anche qui Polillo si distingue per l’estrema bravura con cui riesce a condensare con minuziosa precisione e fluidità di scrittura gli aspetti umani con quelli puramente musicali, la vita privata con la carriera artistica.

L’edizione odierna (pubblicata nel 1997) si giova degli aggiornamenti curati da Franco Fayenz che riprende e completa la narrazione delle monografie degli artisti ancora viventi al momento della pubblicazione del libro aggiungendovi inoltre quelle di Gil Evans, Bill Evans e Keith Jarrett.

Ma forse il suo contributo più sentito ed efficace è il breve saggio critico dal titolo “Il secolo del jazz” dove opportunamente contestualizza e rivaluta l’opera. Qui Fayenz mette in risalto alcune idee fondamentali per l’epoca che stiamo vivendo. Concentrandosi sull’idea di “musica totale”, mette in guardia sulla possibilità di approdare a qualcosa di piuttosto inquietante ed asettico. Piuttosto, auspica l’avvento di un “ascoltatore totale” capace di un approccio privo di pregiudizi (e per questo più consapevole) verso tutte le musiche del mondo in modo da essere in grado di trarne il massimo del contenuto emozionale.

E di certo, un libro come questo ci mette sulla buona strada.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

Introduzione al folk celeste di John Martyn

November 20th, 2011

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Un benvenuto a te, caro lettore dall’altra parte dello schermo! Sappi che non sei capitato su questa pagina per caso.

Se sei qui è semplicemente per segnare sul tuo taccuino questo nome : John Martyn.

Chi è costui? Brevemente, si può dire che è stato uno dei più grandi autori degli anni ‘70 o anche uno dei più grandi compositori folk di sempre.

Chitarrista e cantante nato nel Surrey inglese nel 1948, dopo aver trascorso tutta l’infanzia e l’adolescenza a Glasgow, Martyn inizia la carriera professionistica a 17 anni quando si trasferisce a Londra e comincia ad esibirsi nei folk club. Non ci vuole molto prima che un uomo competente ed intuitivo come Chris Blackwell si accorga di lui.

E così, sotto l’ala protettiva della Island Records, Martyn esordisce nel 1967 a soli 19 anni con il primo album. E’ questo un periodo di ambientazione e di formazione sia dal punto di vista artistico (si confronta con giganti quali i Fairport Convention, i Pentangle e Nick Drake con il quale diventa subito amico) che personale (conosce Beverley, sua collaboratrice e futura moglie).

La maturazione definitiva giunge puntuale tra il 1971 ed il 1975 quando il folk man scozzese realizza una sequenza di opere di assoluta eccellenza. Da “Bless the weather” a “Sunday’s child”, passando attraverso l’irripetibile ispirazione di “Solid air” e “Inside out“, ci si trova al cospetto di lavori imprescindibili specie per gli amanti del folk britannico.

Sono album che delineano perfettamente lo stile e la poetica del loro autore : una collezione di celestiali ballate acustiche intrise di blues e jazz con divagazioni strumentali sempre misurate ed evocative. La sua voce morbida e corposa si trasforma sovente in una specie di strumento a fiato che plana tormentato e sublime sulle melodie. Altrettanto poliedrica e fantasiosa la chitarra che sa deliziare con la delicatezza degli arpeggi e l’armoniosa cura degli arrangiamenti. Impressionante è anche la tavolozza dei suoni che si giova di timbri liquidi e vibranti come nel caso della chitarra trattata con l’echoplex, vero e proprio marchio di fabbrica dell’artista.

Alla pari del coetaneo Nick Drake, anche i dischi di Martyn non hanno trovato un adeguato riscontro commerciale. Ma se l’arte di Drake ha ricevuto una postuma ed improvvisa rivalutazione che ne ha decretato una certa notorietà, non altrettanto è capitato al suo amico Martyn, scomparso quasi 3 anni fa tra la generale indifferenza. Ma, come ti dicevo, non sei capitato qui per caso ed ora hai la possibilità di rimediare e di goderne i benefici in prima persona.

Ti lascio in compagnia di “Solid air” (il brano, non l’album!) sublime pezzo del 1973 dedicato all’amico Nick Drake che sarebbe scomparso un anno dopo. La tessitura jazz è vellutata, rarefatta, ricamata con gran classe mentre il blues affiora prepotente nel canto che rende ardente e palpabile la stupenda melodia. La magnetica destrezza di Danny Thompson al basso acustico e gli interventi preziosi di sax e vibrafono fanno il resto.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Fate largo ai mister X della musica

November 15th, 2011

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Questo articolo è per loro, i mister X della musica.

Uomini che han fatto meraviglie agendo sempre nell’ombra, lontano dalle luci della ribalta.

Uomini influenti, vere e proprie eminenze grigie che hanno svolto un’attività essenziale dedicando la loro vita al servizio della musica : impresari, produttori, tecnici, studiosi, eccetera. Uomini che nel corso della loro vita hanno dato tanto, tantissimo alla musica.

Desidero insomma dedicare un po’ di spazio e fare almeno una piccola menzione per quei protagonisti, magari poco noti, ma sicuramente fondamentali nell’universo musicale degli ultimi cent’anni. Persone che hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella valorizzazione (e spesso e volentieri anche nella creazione) della grande musica.

Ho volutamente escluso dall’elenco personaggi come Phil Spector, George Martin e Malcom Mc Laren, i cui nomi sono per diverse ragioni piuttosto noti al grande pubblico. Sono comunque le classiche eccezioni di un panorama assai più vasto di quello che può essere contenuto in questa sede.

- Chris Blackwell, produttore discografico inglese e fondatore della Island Records, etichetta che ha promosso soprattutto folk rock, progressive e reggae.

- Joe Boyd, produttore, talent scout e grande specialista del folk rock inglese.

- Diego Carpitella, etnomusicologo italiano che negli anni ‘50 lavorò alla ricerca e all’archiviazione di migliaia di canti popolari su tutta la penisola.

- Leonard Chess, produttore discografico statunitense e fondatore, con il fratello Phil, della Chess Records, etichetta chiave nell’evoluzione del blues elettrico.

- I fratelli Ahmet e Nesuhi Ertegun (nella foto sopra), produttori discografici turchi tra i fondatori della Atlantic Records, decisivi per lo sviluppo del rhythm & blues ma importanti anche nel jazz, nel rock e nel pop.

- Bill Graham, impresario di origine tedesca, organizzatore di concerti rock degli anni ‘60 e ‘70 e gestore di locali storici come il Fillmore East.

- Norman Granz, impresario, produttore jazz e fondatore di etichette come la Verve Records. Fu una figura di riferimento della musica jazz americana sviluppatasi a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60.

- John Hammond, musicista, produttore, critico musicale e formidabile talent scout capace di lanciare molti musicisti tra i più dotati ed influenti del ventesimo secolo.

- Leslie Kong, produttore discografico giamaicano che contribuì a dare al reggae una dimensione internazionale.

- Eddie Kramer, ingegnere del suono e produttore. Figura di spicco soprattutto per il suo contributo dato alla musica rock a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70.

- Alan Lomax, etnomusicologo, antropologo e produttore discografico statunitense nonché figlio del musicologo John Avery Lomax. Le loro indagini e registrazioni sul campo ci lasciano una testimonianza d’inestimabile valore sulle musiche folk d’inizio secolo.

- Teo Macero, sassofonista e produttore discografico statunitense la cui fama è collegata al suo lavoro nella Columbia Records per la quale collaborò a molti fondamentali album jazz.

- Sam Phillips, produttore noto per aver creato la casa discografica Sun Records negli anni ‘50. Grazie al suo contributo pionieristico, si meritò l’appellativo di patriarca del rock ‘n’ roll.

- Cecil Sharp, etnomusicologo inglese che lavorò sul campo registrando moltissimo materiale riguardante principalmente danze tradizionali inglesi. E’ considerato il padre del revival folcloristico del ‘900.

- Bob Thiele, produttore noto per avere diretto l’etichetta Impulse! Records e per aver contribuito alla pubblicazione di numerosi album free jazz.

- Rudy Van Gelder, tecnico di registrazione che nella seconda metà del XX secolo registrò la maggior parte dei grandi artisti jazz.

Con questo breve prospetto ho voluto menzionare coloro che a mio avviso hanno dato di più al mondo della musica nell’ultimo secolo. Per ragioni di spazio non ho fatto riferimento all’enorme quantità di artisti che devono la loro fortuna o quantomeno hanno beneficiato del lavoro delle persone sopra elencate.

Di certo ci sarà una valanga di notizie utili e di piacevoli sorprese per chi vorrà approfondire la vita e le opere di questi grandi personaggi.

A tutti loro un grazie dal cuore!

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà