Love Buzz - La prova d’esordio dei Nirvana

August 30th, 2010

love_buzz_nirvana

LOVE BUZZ

NIRVANA

1988

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Quando nel Novembre del 1988 la Sub Pop pubblica il primo singolo dei Nirvana, nessuno può neanche lontanamente immaginare che nel giro di 3 anni quella band cambierà la storia del rock. Eppure (come sempre accade col senno di poi) quel primo acuto reca già tutti i segnali di una potenzialità artistica e commerciale pronta ad esplodere.

Segue l’apprezzabile disco d’esordio (”Bleach“) che viene pubblicato nel Giugno del 1989. Pur contenendo un’altra memorabile avvisaglia del futuro prossimo come “About a girl“, è un album impregnato di metal e ci fa sentire un Kurt Cobain che sta ancora prendendo confidenza con le proprie doti di compositore.

Ma in “Love buzz” sono già in primissimo piano la vena melodica, lo stile grezzo e semplice, il giusto mix tra punk, pop, hard-rock e distorsione psichedelica  e naturalmente il canto ora tenue e ora urlato (ma sempre sofferente) del leader.

Trattandosi di un esordio, non c’è da stupirsi del fatto che la band si cimenta con una cover. Infatti si tratta di un brano realizzato nel 1967 dagli Shocking Blue, gruppo olandese attivo fino a metà anni ‘70.

La genesi di “Love buzz” è dovuta a Krist Novoselic e alla sua passione per gli lp usati che andava regolarmente a spulciare nei negozi di dischi. Fu in una di queste occasioni che fece conoscenza con la musica degli Shocking Blue. Al contrario di Krist, Kurt non né rimase granché impressionato ma ciononostante si mise al lavoro per trovare un arrangiamento soddisfacente a questo pezzo senza stravolgerne l’immediatezza. Per delucidazioni puoi ascoltare qui la versione originale.

Il risultato fu più che soddisfacente e la band cominciò a proporla dal vivo. Quando si trattò di registrare un singolo, fu il proprietario della Sub Pop Jonathan Poneman a consigliare il pezzo. Detto e fatto … quel primo singolo permise loro di farsi un nome nel circuito virtuoso delle band di Seattle. Pochi mesi dopo entrarono nuovamente in sala di registrazione e, per una spesa di appena 600 dollari, in sole 30 ore incisero “Bleach“.

E’ un disco volutamente grezzo ed ossessivo, che usa il rumorismo come tramite per esprimere l’inquietudine giovanile che lo caratterizza. 13 tracce in cui si possono cogliere i principali riferimenti (Melvins in primo luogo ma anche Black Sabbath, Led Zeppelin, Sonic Youth, Pixies, Husker Du ecc.).

Poi il lirismo di Kurt Cobain porterà i Nirvana al rivoluzionario “Nevermind“. In fondo, è soprattutto grazie a lui se oggi possiamo godere della musica di altre formidabili band del nord-ovest americano come Soundgarden, Screaming Trees, Pearl Jam, Alice in Chains e compagnia bella.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

World music : storie di globalizzazione e tradizione

August 25th, 2010

negozio_dischi

Penso sia capitato a tutti di trovarsi di fronte a uno scaffale di dischi ed imbattersi nella scritta world music, parolina quantomai equivoca e sfuggente. Cosa vorrà mai dire? E com’è nata?

D’altronde, come tanti altri termini musicali e non, anch’essa è frutto di un antico impulso dell’uomo. Un impulso secondo il quale ciò che ci è estraneo deve essere prima di tutto denominato, poi classificato ed infine (sulla base di tali arbitrarie operazioni) valutato.

In particolare, il termine world music si è andato affermando nella seconda metà degli anni ‘80. Venne utilizzato dall’industria musicale per rendere riconoscibile e commercializzabile l’interesse crescente nei confronti delle musiche provenienti da diverse parti del mondo. In quel periodo si cominciò a porgere orecchio a zone geografiche economicamente più arretrate (Africa, Sud America, Medio Oriente ed Estremo Oriente). Contemporaneamente si diffuse anche il termine parallelo ‘musica etnica’, forse più nobile e scientifico nelle intenzioni ma identico nella sostanza.

Ma si sa che la contaminazione è sorella della musica e lo è a 360 gradi e forse anche di più! E così oggi la situazione è molto più fluida e sfuggente di 15/20 anni fa ed entrambi questi termini stanno gradualmente perdendo di senso. Non poteva essere altrimenti dato che, come per ogni cosa, la globalizzazione musicale è un processo planetario irreversibile in atto da più di un secolo … (e d’altro canto come avrebbero avuto origine il blues, il jazz, il rock, il reggae, il punk, ecc.?) In musicologia tutto questo si chiama popular music, un unico e semplicissimo termine che rende conto sia dei suoi profondi legami con la musica popolare tradizionale, sia della sua progressiva globalizzazione.

Ma più che sugli effetti della globalizzazione occorrerebbe risalire a monte e soffermarci sui modi in cui può essere affrontata. In gioco c’è la sopravvivenza e l’integrazione di culture, di tradizioni, di stili e di tecniche che sono un inestimabile patrimonio per tutti noi. E la perdita di questo patrimonio significherebbe un impoverimento artistico ed umano inaccettabile.

Mauro Pagani ci offre una testimonianza chiara ed acuta del nostro tempo, forte com’è di un’esperienza senza eguali che lo ha visto protagonista per molti anni e in diversi generi musicali. Nella prefazione di un libro di qualche anno fa sulla world music, scrive:

“La cosa più importante che ho imparato da questo lungo, intenso e straordinario periodo di ricerca credo si possa riassumere in una semplice parola: rispetto. Rispetto per culture, tradizioni, musiche, strumenti e stili diversi da quelli che conoscevo. E che, per me, ha significato entrare in questi mondi in punta di piedi, con educazione, accostandosi dopo una preparazione fatta di documentazione e studio.

Dal 1976, per sei o sette anni, non ho ascoltato un disco di musica occidentale. Credo di aver avuto accesso alla maggior parte della musica del bacino Mediterraneo sino ad allora pubblicata, ascoltando un totale di 2000 dischi.

Ecco perché il progetto “Creuza de ma” si è sviluppato in modo così spontaneo e naturale: tutte le mie conoscenze si sono fuse con la mia sensibilità musicale. E secondo me, questo è l’unico modo che un occidentale ha per confrontarsi seriamente con le musiche del mondo. Perché, o sei un autoctono (e in questi ci metto anche i Muddy Waters o i Chieftains, e cioè musicisti occidentali ma di matrice tradizionale) e allora non hai bisogno di studiare (un africano non ha bisogno di fare un corso di cucina africana per far da mangiare…), o sei un istintivo incontaminato (ma dopo Jimi Hendrix ne ho visti pochi …), oppure sei costretto ad arrivare alla musica attraverso l’apprendimento: e dunque sei un musicista ‘colto’ (nel senso del metodo). Ecco perché è più facile che un occidentale (che nasce già con un background metodologico colto) si avvicini alla world music piuttosto che il contrario.

E’ l’approccio turistico quello da evitare e condannare. Quello cioè che porta alcuni a infilarsi una camicetta a fiori, a ballare il merengue sentendosi di colpo proiettati nella cultura latino-americana. Dei 2000 anni di storia e della complessità di quella cultura, però, non gliene può fregare di meno.

Questo, a volte, è accaduto anche nella musica. Quando le musiche del mondo vengono trattate come elemento ornamentale di un impianto compositivo che non si modifica, non cresce e non si fonde con la nuova realtà culturale, allora si sta compiendo un’opera di colonizzazione artistico-musicale.

Al contrario, se invece le musiche del mondo sono trattate con il dovuto rispetto, allora non ci sono limiti alla contaminazione. Se non quelli legati al gusto estetico, al rispetto dei meccanismi espressivi di ogni cultura e all’onestà nella citazione delle fonti. Rubare o meglio copiare (anche in campo artistico) è sempre una cosa brutta. Non lo è più nel momento in cui uno lo dichiara: la citazione delle fonti è, anch’essa, una forma di rispetto.”

Trovo che Pagani faccia un discorso perfettamente lucido e responsabile. Sia perché pone l’accento sulla dipendenza tra il processo di apprendimento e la consapevolezza di fondo di un musicista, sia perché fa una chiara distinzione tra integrazione e colonizzazione musicale. Una differenza che oltre all’aspetto sociale, comporta conseguenze fondamentali anche sul piano artistico.

Ecco allora che le musiche popolari sono vere e proprie risorse che, prima ancora di essere integrate con il nostro presente, necessitano di essere preservate. E la preservazione delle musiche popolari non è possibile senza la conoscenza della loro storia e dei loro usi.

E dunque … al lavoro! Prossimamente inizierò a pubblicare una serie di articoli attraverso i quali andremo alla scoperta della tradizione delle musiche popolari in Italia e nel mondo. Un viaggio virtuale entusiasmante che voglio condividere con te … a presto!

_______

  • Share/Bookmark
Educazione musicale | Posted by Francesco Potestà

Sulle onde del surf strumentale con i Lively Ones

August 20th, 2010

surf-rider

SURF RIDER

LIVELY ONES

1963

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Tempo d’estate … immagina spiagge sterminate, onde altissime e tavole da surf. E in sottofondo una dolce musica. Lo senti quell’avvolgente tremolo di chitarra che viene accompagnato da cori lievi e solari?

Sono segnali semplici, inconfondibili, che chiunque riconoscerebbe al volo : si tratta di surf rock!

Un genere che tra il 1960 e il 1964 ha dominato la scena americana e che in seguito all’invasione britannica è finito per gran parte nel dimenticatoio. Ma sono tante le cose appartenenti a quel periodo che meritano di essere riportate alla luce. Che meritano di esser fatte risuonare per il godimento delle nostre orecchie.

Il surf vocale incarnato dai grandissimi Beach Boys è solo la punta di un iceberg che va molto in profondità. Nei primi anni ‘60 negli States vi furono tantissimi artisti che resero grande il surf rock: dal precursore per eccellenza Dick Dale e i suoi Del-Tones a gruppi come Ventures, Trashmen, Jan & Dean e Chantays.

Tra questi si segnalano i Lively Ones una band del sud California fondata nel 1962. Il gruppo aveva tutte le caratteristiche tipiche della surf band e proprio come la stragrande maggioranza dei chitarristi del periodo, anche Jim Masoner suonava una Fender Jaguar.

Rappresentanti del surf strumentale, i Lively Ones si distinguevano più come esecutori che come autori. Accanto a qualche originale (ad esempio la splendida “Tranquilizer“), si specializzarono nell’eseguire per lo più cover di canzoni anni ‘50 e ‘60. Un sound che al primo rock’n'roll aggiunge il blues, il jazz ed esotici assaggi di musiche latine e mediorientali.

Ciò che più conta è il fatto che le versioni dei Lively Ones sono sempre ben calibrate e mai ripetitive o gratuite. In definitiva, sembrano avere una marcia in più rispetto a quelle di tanti gruppi a loro contemporanei.

Il loro più grande successo, “Surf Rider” (scritto da Nokie Edwards dei Ventures), è conosciuto soprattutto perché venne usato nella sequenza finale di “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino. Questo pezzo in tempo medio riassume le potenzialità del loro sound. Vi è l’immancabile chitarra che, seguendo la lezione di Dick Dale, fa ampio uso del riverbero. Ci sono i coinvolgenti ritmi latino-americani scanditi da basso e batteria. E c’è il sassofono che è uno dei caratteri distintivi della band, il loro principale valore aggiunto.

Il loro surf strumentale mi dà sempre la gradevole sensazione di avere a che fare con qualcosa di familiare. Qualcosa che sembra già noto ma che al tempo stesso stupisce perché svela ad ogni ascolto nuovi passaggi e nuove sfumature che incantano per la loro naturalezza.

Prodotti da Bob Keane, i Lively Ones registrarono sotto la storica etichetta Del-Fi per un totale di soli 6 album. In quel breve lasso di tempo seppero sfornare perle preziose come “Surf rider” e “Surf city“, raccolte di singoli che straconsiglio agli amanti del genere. Dopodichè si dedicarono a suonare dal vivo, attività che proseguono tutt’oggi.

Lunga vita a questi maestri del surf!

______

  • Share/Bookmark
Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

15/18 Agosto. Cronistoria del Festival di Woodstock (2a parte)

August 17th, 2010

woodstock_2a-parte

15/18 Agosto 1969: una data indimenticabile. Ricorre il 41° anniversario del Festival di Woodstock.

< puntata precedente >

 ______

La prima giornata del festival non ha deluso le attese, ma il bello deve ancora venire.

16 AGOSTO

Programma : Quill - Keef Hartley Band - Santana - Canned Heat - Mountain - Grateful Dead - Creedence Clearwater Revival - Janis Joplin & the Kozmic Blues Band - Sly & the Family Stone - Who - Jefferson Airplane

Il concerto di sabato inizia verso mezzogiorno. A livello artistico è probabilmente la giornata più ricca del festival. Il pomeriggio scorre via liscio tra il blues tirato dei Mountain e il suono avvincente dei Santana che proprio a Woodstock trovano la loro consacrazione. Dopodichè scoppia un altro megatemporale che allaga la zona. Lo spettacolo riprende alle 23 ma la performance dei Grateful Dead è compromessa da problemi acustici ed elettrici inquietanti : Jerry Garcia e Bob Weir racconteranno di aver preso la scossa diverse volte toccando le chitarre.

Per fortuna i tecnici sistemano tutto permettendo lo svolgersi di un’incredibile sessione notturna. Si succedono i Creedence Clearwater Revival che passano in rassegna il loro fenomenale repertorio, una Janis Joplin decisamente sottotono e gli Sly & the Family Stone che travolgono tutti col loro funk/soul. Sono le 4 di notte quando è la volta degli Who. La loro performance è devastante per durata (2 ore) ed intensità (resterà un ricordo indelebile in gran parte dei presenti) oltre che per la non edificante scena dell’abbattimento con la chitarra da parte di Pete Townshend nei confronti dell’attivista hippie Abbie Hoffman, colpevole di essere salito a sorpresa sul palco. Chiusura in bellezza affidata alla psichedelia sognante dei Jefferson Airplane quando ormai sono le 9 di mattina. La seconda giornata si è conclusa e praticamente siamo già nel bel mezzo della terza.

17/18 AGOSTO

Programma : Joe Cocker - Country Joe & the Fish - Ten Years After - Band - Blood, Sweat & Tears - Johnny Winter - Crosby, Stills, Nash & Young - Paul Butterfield Blues Band - Sha-Na-Na - Jimi Hendrix

Joe Cocker (cantante emergente portato da Artie Kornfeld) inaugura l’ultima giornata in programma alle 14 del pomeriggio. Anche per lui, il palco di Woodstock sarà un formidabile trampolino di lancio. Ma subito dopo Cocker ecco un nuovo ennesimo temporale, il più lungo e pesante del week-end. Finalmente alle 18 si può ripartire e si succedono ottime esibizioni. Si va dai risvolti politici di Country Joe & the Fish ai virtuosismi dei Ten Years After, dalla coralità avvolgente della Band fino alla chitarra rock/blues di Johnny Winter. Ormai siamo giunti a notte fonda e la gente comincia a sfollare. La stanchezza e il peso di 3 giornate fangose esigono inesorabilmente il loro tributo.

Ma restano altri due momenti memorabili. Il primo vede Crosby, Stills,Nash & Young salire sul palco alle 3 e mezza e prodursi in un’esibizione di 2 ore appropriatamente divisa in un set acustico e uno elettrico, sulla falsariga dello splendido live”4 way street” uscito nel 1971. Il loro show è una gustosissima anteprima di una collaborazione che per 2 anni darà splendidi frutti.

Dopo Paul Butterfield Blues Band e Sha-Na-Na, alle 9 del mattino ecco salire sul palco Jimi Hendrix. Il pubblico è ormai ridotto a 40.000 fortunati che assistono ad un evento più unico che raro nella storia della musica dal vivo. Accompagnato da una disomogenea formazione (i Gypsy Sun & Rainbows) e ben lontano dalle sue migliori performance, Hendrix riesce comunque a trasmettere un’energia straordinaria. Anzitutto fornisce un saggio illuminante di improvvisazione (per delucidazioni ascolta la sequenza “Woodstock improvisation“/”Villanova Junction“). E poi, con una cover distorta e dilaniata di “The star spangled banner“, realizza il manifesto sonoro per eccellenza del festival : un inno antimilitarista senza tempo che richiama una presa di coscienza collettiva.

Ed eccoci alle 10:30 del mattino. Dopo tanto fango e tanta pioggia, i caldi raggi del sole fanno finalmente capolino. E’ stato un festival estenuante, ma chi vi ha partecipato non potrà certo pentirsene.

Il mito di Woodstock continua a farci compagnia ed il suo messaggio, seppur abusato e stravolto, risuona ancora forte, semplice e chiaro :

Peace & Love

______

  • Share/Bookmark
Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

15/18 Agosto. Cronistoria del Festival di Woodstock (1a parte)

August 15th, 2010

woodstock-poster-usa

15/18 Agosto 1969: una data indimenticabile. Ricorre il 41° anniversario del Festival di Woodstock.

Le implicazioni musicali, sociali, politiche ed il forte carattere simbolico dell’evento sono state da sempre oggetto di riflessione, di discussione e di culto. Per tutti questi motivi Woodstock è un ricordo trasfigurato in una sorta di mitologia collettiva.

E perciò qui, mi sembra utile più che altro soffermarci su una semplice conoscenza per quanto possibile acritica di quello che accadde in quegli irripetibili giorni.

Sotto il segno distintivo del ‘3 days of peace and music’ citati sulla locandina, il festival si svolse a Bethel e prese il nome dalla vicina città di Woodstock. Ne ho raccolto i dati principali in questa breve cronistoria.

IDEAZIONE E PREPARATIVI

Il progetto nasce e si compie grazie a 4 ragazzi (rigorosamente sotto i 30 anni). Da un lato vi sono John Roberts e Joel Rosenman, imprenditori in erba con enormi capitali a disposizione, dall’altro vi sono Artie Kornfeld e Michael Lang, che lavorano nell’ambiente musicale. A unirli nell’impresa, un’inserzione sul New York Times fatta da Roberts e Rosenman ed accolta con interesse da Kornfeld e Lang.

I 4 si incontrano e nel marzo del 1969 firmano un accordo che sancisce la nascita della “Woodstock Ventures Incorporated”. L’equilibrata spartizione dei ruoli unita alla condivisione dell’idea di fondo e all’intenso battage pubblicitario fanno decollare il progetto.

Questo non vuol dire che non ci siano difficoltà da superare. Il problema più incombente è la locazione del festival. Quando il 15 luglio (esattamente un mese prima del concerto), la cittadina di Walkill comunica di non essere più disponibile a concedere il proprio territorio, tutto è sul punto di saltare.

Ma le cose si sistemano inaspettatamente. La persona che sblocca la situazione è un certo Eliott Tiber, attivista del movimento gay, che permette a Lang di entrare in contatto con Max Yasgur, allevatore e proprietario terriero in Sullivan Country.  L’accordo per l’affitto di 2,4 chilometri quadrati venne raggiunto in un batter d’occhio: il festival è salvo.

L’elenco delle defezioni e degli inviti respinti è notevolissimo: Jeff Beck Group, Iron Butterfly, Joni Mitchell, John Lennon, Bob Dylan, Doors, Byrds, Spirit, Led Zeppelin, Procol Harum, Jethro Tull, Frank Zappa & The Mothers of Invention, Moody Blues, Free. Ma ciononostante la quantità e la qualità dei musicisti presenti è di altissimo livello. Se ci aggiungiamo la suggestività della location, ecco allora che questo è davvero un evento da non perdere.

Risultato? Il venerdi mattina, a poche ore dall’inizio dello show, ci sono code chilometriche nelle strade circostanti, ritardi nell’arrivo degli artisti e un afflusso di gente inaudito. La mancanza di recinzioni e biglietterie induce lo staff a rendere gratuito il festival per la gioia di tutti. E così dai 150.000 spettatori previsti si giunge ben presto a oltre mezzo milione di partecipanti. Finalmente il festival può cominciare!

15 AGOSTO

Programma : Richie Havens - John Sebastian - Sweetwater - Incredible String Band - Bert Sommer - Tim Hardin - Ravi Shankar - Melanie - Arlo Guthrie - Joan Baez

La prima giornata è dedicato alla musica folk. Il concerto ha inizio alle 17:07 con un’ora di ritardo rispetto al prevsto e con Richie Havens che apre le danze. La scelta è quasi obbligata perché Havens è tra i pochissimi musicisti che sono riusciti a raggiungere il palco. Il chitarrista dilata ad un’ora e mezza una esibizione che doveva durare solo 45 minuti e conclude con “Freedom“, un coinvolgente canto d’invocazione improvvisato sul momento. Lang e Kornfeld gliene saranno grati per sempre. A seguire Sweetwater, Incredible String Band, Bert Sommer, Tim Hardin e John Sebastian che lascia il palco nel bel mezzo dell’esibizione per l’improvviso annuncio della nascita del figlio.

Ma gli imprevisti non finiscono qui perché durante la performance di Ravi Shankar, su Woodstock si abbatte un violento temporale che mette alla prova tutto e tutti: pubblico, musicisti, organizzatori, impianti e palco. Dopo la pioggia arrivano le ottime esibizioni di Melanie, di Arlo Guthrie e di una Joan Baez al sesto mese di gravidanza. La regina del folk anni ‘60 trascina il pubblico e chiude la prima giornata alle 2 di notte. La gente non si muove da dove si trova per non perdere il posto e ancora non sa che sarà l’unica notte in cui ci si potrà dedicare al riposo. Gli eventi successivi metteranno a dura prova la capacità di resistenza di tutti quanti.

< vai alla seconda parte >

______

  • Share/Bookmark
Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Time is on my side - Rolling Stones

August 9th, 2010

time_is_on_my_side_rolling_stonesTIME IS ON MY SIDE

ROLLING STONES

1964

*per ascoltare clicca sul titolo della canzone

______

Mezzo secolo di carriera è davvero tanto … probabilmente troppo specie in musica.

Ma è un traguardo raggiungibilissimo per i Rolling Stones … l’appuntamento è ad Aprile del 2012 quando saranno trascorsi esattamente 50 anni dalla formazione della band.

Certo, di tutto questo periodo solo il primo ventennio è stato davvero rilevante a livello discografico. Ma comunque sia, continuare a proporsi sui palchi di mezzo mondo per così tanto tempo è un segnale di longevità che non può lasciare indifferenti.

Il loro primo singolo risale al lontano 1963, circa un anno dopo la loro formazione, ed è una cover di Chuck Berry. Sin dall’inizio gli Stones si distinguono per un repertorio che si affida tanto al blues (Muddy Waters, Robert Johnson, John Lee Hooker, Willie Dixon) quanto al rock’n'roll di Chuck Berry e Buddy Holly.

Pur potendo contare sulla voce di Mick Jagger, sulla chitarra di Keith Richards e sulla poderosa sezione ritmica di Bill Wyman (basso) e Charlie Watts (batteria), nella prima fase della carriera è Brian Jones a guidare il gruppo. Polistrumentista con una visione ampia che spaziava dal jazz alla musica marocchina, fu Jones a ideare il nome del gruppo e a farne emergere il sound. Diede prova del suo talento con gli strumenti più disparati : dall’organo alla chitarra slide, dal sitar al flauto al sassofono.

Il periodo con la Decca Records (1963-1970) fu certamente il più intenso e ricco sotto il profilo artistico. Dopo la prima fase costituita prevalentemente da cover, Jagger e Richards si rivelano ben presto una strepitosa coppia di compositori. Questo fatto unito al progressivo allontanamento di Jones spostò definitivamente gli equilibri interni al gruppo.

Time is on my side” è uno dei brani più belli e rappresentativi di questo primo periodo. Composta da Jerry Ragovoy nel 1963, la canzone venne registrata ben 2 volte (dal jazzista Kai Winding e dalla cantante soul Irma Thomas) prima che vi mettessero mano i Rolling Stones.

Una prima cover venne incisa e pubblicata nel settembre 1964. La seconda versione, che poi è quella più conosciuta, verrà inserita nel secondo lp della band per il mercato inglese. La canzone venne rifatta modificando l’introduzione che prima prevedeva un organo ed ora una chitarra elettrica davvero splendida. Tutto il resto è un efficace miscela di elementi vecchi e nuovi : i cori doo-wop del ritornello, gli inserti parlati di Jagger, la chitarra solista di Keith Richards, il drumming incisivo di Charlie Watts.

Uno dei gioielli più fulgidi del repertorio Rolling Stones. Enjoy!

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Modelli e similitudini dei riff di chitarra

August 3rd, 2010

ramones

Riff!!!

Quante volte lo avrai sentito nominare. Ma cos’è un riff?

Partendo dal presupposto che non è pensabile darne una definizione precisa, si può dire che il riff è il motivo principale di un brano, quello che generalmente viene ripetuto più volte nel corso dello stesso.

In particolare ci si riferisce a una frase strumentale caratterizzante, che viene quindi ripetuta frequentemente e senza variazioni. Solitamente è attraverso questo criterio della ripetizione che si distingue tra riff e assolo.

Quando si parla di rock, il riff è la prima cosa che viene in mente. Storicamente è stato anche grazie alla sua affermazione che si è compiuto il passaggio dal rock’n'roll originario a quello classico. In questo senso, il 1965 fu un anno determinante. Canzoni come “Day tripper” e “Satisfaction” imposero all’attenzione generale il riff di chitarra che da quel momento diventò uno degli elementi peculiari del linguaggio rock.

Un altro celebre archetipo tra i riff di chitarra è quello di “Rock ‘n’ roll” dei Led Zeppelin. Il pezzo è davvero semplice e come dice il titolo si rifà al classico modello del rock’n'roll con accordi (e riff) basati su una struttura rhythm & blues. La canzone è marchiata a fuoco dal riff che Jimmy Page ripropone a spron battuto mentre tutta la band suona con la sua consueta potenza. Un modello piuttosto elementare che farà proseliti. Su questo esempio band come gli AC/DC costruiranno un’intera carriera.

Un riff di chitarra ancora più spiccio ed elementare lo puoi trovare nel punk dei Ramones. La band americana propone una formula spartana ed efficacissima e riesce a produrre piccole gemme di 2 minuti come “Cretin hop“, il celebre brano alla Beach Boys che apre “Rocket to Russia“. I Ramones sono ruvidi e diretti ma riescono a sfruttare al meglio un riff abusato e striminzito come questo grazie soprattutto al basso che ne ricalca le note e alla batteria che si stoppa durante il botta e risposta tra chitarra e voce.

Lo stesso identico riff, appropriatamente rallentato, è il fulcro di “Balliamo sul mondo” una delle canzoni simbolo di Ligabue. La sequenza è la stessa (con l’unica variazione dell’ultima nota del fraseggio), cambia solo il contesto. Dal punk & roll dei Ramones siamo passati alla ballata rockeggiante di Luciano che attraverso il riff dà un accento più energico al pezzo. E’ una delle tante similitudini che si possono riscontrare tra riff di brani diversi.

Niente di cui stupirsi quindi, dato che in moltissimi casi il riff è una breve frase ripetuta ed uguale a se stessa anche in contesti differenti. Usato al momento opportuno dona alla musica riconoscibilità e forza.

______

  • Share/Bookmark
Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà