Ascoltare una cover e confrontarla con l’originale può rivelarsi un ottimo esercizio per affinare l’ascolto. Oltretutto è piuttosto semplice.
Fare cover invece è un mestiere un po’ più complicato. Un mestiere che può portare a grandi risultati ma anche a clamorosi buchi nell’acqua.
L’etere musicale odierno è stracolmo di cover. Un caso esemplare è la mitica “Impressioni di settembre” della Premiata Forneria Marconi.
Contenuto nel loro primo lp “Storia di un minuto”, il pezzo uscì come singolo nel 1971 e diede il via alla carriera della band in maniera indelebile.
Il brano esprime da subito un senso di soave intensità. Nei versi, la voce è delicata e sottile mentre l’arrangiamento è calibrato in modo da lasciare spazio alle splendide armonizzazioni del basso.
Il vorticoso, vibrante rullare dei timpani è un preludio ideale alla liberatoria, geniale ed indistruttibile melodia eseguita dal minimoog, un sintetizzatore dal timbro caratteristico messo in commercio giusto un anno prima.
Una canzone trasversale che ha conquistato tutti, anche chi non ascoltava il prog della PFM prima maniera.
I Marlene Kuntz la ripropongono nel loro ‘best of’ facendo delle variazioni timbriche ma mantenendo praticamente inalterato l’arrangiamento.
Accompagnamento un pò più corposo nei versi con la presenza di piano, chitarra elettrica e tamburello e leggeri cambiamenti nella parte cantata.
Rimane inalterato anche il celebre passaggio col minimoog, questa volta accompagnato da una batteria regolarissima (troppo!!!) e dalla classica e superovvia schitarrata.
Mi pare una versione piatta e ordinaria che non aggiunge nulla a quanto già sentito. Sinceramente, quando sento cover di questo tipo mi chiedo se era proprio necessario farne un’incisione. [Mah!]
Invece, qualcosa di più ce la offre Franco Battiato che quantomeno tenta una soluzione più coraggiosa nel confrontarsi con questo monumento della canzone nostrana.
Una versione figlia dell’elettronica dove sono gli archi a farla da padroni. Anche qui la batteria è forse troppo schematica ma quantomeno si adatta meglio al sound tecnologico del pezzo.
Nel canto, Battiato rimane fedele all’originale con l’aggiunta di una seconda voce nel verso che anticipa la parte strumentale e di una piccola parte vocale nel finale in dissolvenza.
Una versione mai sopra le righe e che inevitabilmente perde in intensità rispetto all’originale. Comunque, ci sono leggere ed interessanti variazioni in qualche passaggio qua e là.
Queste le mie impressioni. Penso si sia capito quale delle tre è la mia versione prediletta.
Più in generale invece, si può dire che proporre una cover è un’arte che richiede coraggio, competenza e senso della misura. Specie se ci si trova di fronte a pezzi come questo.
Si può anche stravolgere il brano originale (ed è stato fatto molte volte con grandi risultati) ma bisogna avere chiaro in testa cosa si vuole ottenere, altrimenti è un’operazione insensata.
Specialmente negli ultimi anni le cover sono una strada battutissima. Sono aumentate a dismisura, usate e abusate oltre ogni logica ma con un possibile rovescio della medaglia: quello (tutto teorico a dire il vero) di proporre della buona musica. Come in questo caso.
P.S. quando ti imbatti in una cover, vai a cercare l’originale. Credimi, ne vale la pena!
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