Quasi sempre la parte che viene ricordata più facilmente di una canzone è il coro, che è molto spesso anche il momento culminante.
Ma chissà come, certi cori si fanno desiderare così intensamente che quando arrivano è una vera liberazione.
Dietro a questo desiderio c’è una sensazione di attesa e dietro a questa attesa c’è un’arte vera e propria. Si tratta appunto dell’arte dell’attesa.
In questi casi si può dire che il musicista ci prepara al coro: prima fa nascere il desiderio, poi lo fa crescere e infine lo soddisfa. Sentiamolo in pratica!
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Un esempio è quello di Luca Barbarossa con la leggera e frizzante “Cellai solo te“. Un brano ironico e pungente dove il protagonista si affanna inutilmente cercando di conquistare una donna che si crede di essere ‘al centro dell’universo’.
Dopo un elenco di disavventure, alla fine del secondo verso ecco che cresce l’attesa. Gli accordi che salgono e il canto sotto forma di domanda :
“ma ti hanno mai detto che … ti viene mai il dubbio che … non penserai mica che” ?
Suspance: stacco di batteria, pausa di sospensione, e finalmente ecco il messaggio: “cellai solo te”
Ancor più significativo è il caso di “Piece of my heart” di Janis Joplin. Tutta la canzone è una magnifica e avvincente preparazione al coro.
Già l’introduzione ti mette l’acquolina in bocca lasciando presagire il momento culminante.
Poi il verso dove tutto aumenta d’intensità strada facendo: accordi, ritmo, suoni. Ma l’attesa continua perché mentre la musica indugia ancora su un accordo di si, Janis ci invita esplicitamente a seguirla coi suoi “come on” .
E alla fine non possiamo fare altro che liberarci con lei cantando “prenditi un altro pezzetto del mio cuore baby” .
Ma il caso più illuminante è certamente “Like a rolling stone” di Bob Dylan, un vero maestro nell’arte dell’attesa.
Il brano è esemplare nel far crescere la tensione. Con la continua riproposizione dell’accordo di dominante al termine di ogni strofa. Con la discesa armonica che si conclude di nuovo sulla dominante tenuta ancora in sospeso poco prima del coro (per farci trepidare ancora un po’). Per non parlare poi del testo e dell’interpretazione di Dylan.
Tutto è ingegnosamente predisposto in modo tale che la tensione e l’attesa diventano quasi insostenibili.
E anche qui, come dice giustamente Franco Fabbri (nella raccolta di saggi “Il suono in cui viviamo”), alla fine il fatidico “How does it feel?” risuona di tutta la nostra empatia.
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