Round midnight : come può suonare uno standard jazz?

July 4th, 2010

thelonious-monk

Il jazz è come un’araba fenice. Risorge dalle sue ceneri con una facilità che ha dell’incredibile.

Basta pensare a uno degli aspetti più ricorrenti e importanti nella sua storia : lo standard.

Lo standard jazz è un frutto spontaneo che si è radicato e diffuso in questo genere proprio per il suo carattere che fa dell’improvvisazione e della rielaborazione di un dato tema uno dei suoi cardini principali.

I primi standard nacquero negli anni ‘20 e ‘30. Inizialmente furono canzoni tratte da autori di musical e opere teatrali (George Gershwin, Cole Porter, Irving Berlin, ecc.). Spinti anche dall’egemonia editoriale dell’epoca, gli standard si diffusero a macchia d’olio tra gli arrangiatori e gli esecutori di jazz. Estendendosi al blues e oltre, ai giorni nostri qualunque brano musicale può potenzialmente diventare uno standard.

Al contrario della cover che è una versione occasionale di un brano, lo standard è una vera e propria pratica che si manifesta soprattutto negli spettacoli dal vivo. Intimamente connessa con lo spirito del jazz, né rappresenta un momento fondamentale perché è facilmente riconoscibile e si presta perciò ad un’interpretazione più libera ed improvvisata.

Per esempio, a qualunque jazzista prima o poi sarà capitato di misurarsi con “Round midnight“. Per numero di versioni e per popolarità è forse lo standard jazz per eccellenza. Thelonious Monk lo compose nei primi anni ‘40 e da allora fu ripreso da una sterminata schiera di artisti. Persino il cinema lo ha utilizzato come tema centrale in un film di Bertrand Tavernier del 1986 intitolato per l’appunto “Round Midnight - A mezzanotte circa“.

L’abbondantissima quantità di interpretazioni di questa composizione allinea fior fior di musicisti e splendide versioni. Prova ad ascoltare questi 5 casi!

Il primo che ti propongo è una versione targata 1963 dello stesso Thelonious Monk. Rispetto alla prima edizione del 1947 (rintracciabile sul cd “Genius of modern music volume One“), qui si nota benissimo la sua evoluzione stilistica in 20 anni di carriera. Quel suo modo di suonare deliziosamente obliquo fatto di enigmatici spostamenti ritmico-armonici, con le note che in apparenza sembrano fuori posto eppure fanno parte di un preciso disegno.

Altra versione tra le più belle e famose di sempre è quella di Miles Davis nel suo primo disco per la Columbia, “Round about midnight“. Col suo magico quintetto degli anni ‘50, John Coltrane (sax tenore) Red Garland (pianoforte) Paul Chambers (contrabbasso) e Philly Joe Jones (batteria), il trombettista offre un saggio memorabile di liricità con l’uso innovativo della sordina mentre la sezione ritmica offre gustosissimi stacchi al termine di ogni frase.

Che dire poi di Wes Montgomery che ne ha fatto una meravigliosa riduzione chitarristica. Sembra di essere raggiunti da una cascata soffice e rinfrescante di note singole. Ciò che più stupisce di Montgomery è la sua impareggiabile destrezza nel suonare veloce e pulito nei pezzi lenti senza mai perdere l’atmosfera né cadere in inutili virtuosismi.

In un certo senso è più classicheggiante la versione per tromba e voce con Dizzy Gillespie e Sarah Vaughan. Dizzy (che all’epoca fu responsabile della celebre introduzione che divenne di uso comune) galleggia rilassato sull’armonia con la sua consueta classe, mentre lei sacrifica le parole ed esalta la sonorità con un’ottima sequenza di note basse.

Il testo (che fu composto da Bernie Hanighen poco tempo dopo la musica) viene invece valorizzato da Cassandra Wilson. Qui l’esecuzione si fa più swingante e Cassandra interpreta da par suo allungando e accorciando la melodia a piacimento. Tutto da godere il dialogo tra basso,piano e batteria.

Sono solo alcuni dei tanti meravigliosi modi con cui il jazz ridà forma e vita a una composizione.

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Posted by Francesco Potestà

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