
E’ l’ultimo mese di questo 2011 ed è anche l’ultima puntata di questo nostro particolarissimo viaggio tra gli strumenti musicali.
Sono certo che attraverso questi 12 appuntamenti di ascolto attivo, hai avuto modo di vivere nuove emozioni e di ascoltare in maniera diversa dal solito la musica e gli strumenti che abbiamo trattato.
Ma veniamo alla protagonista di questa ultima puntata ovvero la voce femminile. Il registro delle voci femminili si pone un’ottava sopra rispetto a quello delle voci maschili e, dalla più acuta alla più grave, si suddivide in soprano, mezzosoprano e contralto.
La prima interprete che voglio farti ascoltare è Grace Slick, nota soprattutto per essere stata la magnifica primadonna dei Jefferson Airplane. Lei e Janis Joplin erano le regine incontrastate della scena psichedelica californiana nei sixties. Qui la incrociamo in “White rabbit“, uno dei suoi più celebri cavalli di battaglia. Fu lei stessa a scrivere questo pezzo fascinosissimo che musicalmente si rifà alla cultura spagnola e nei testi prende ispirazione dalla favola di “Alice nel Paese delle Meraviglie“.
L’inizio sommesso e l’incedere marziale della sezione ritmica creano l’atmosfera ideale prima che faccia il suo ingresso la voce imperiosa ed altera di Grace la quale prolunga le sillabe con classe impareggiabile. Anche quando sale di tonalità, la sua voce potente e decisa domina la composizione con una regalità che non teme paragoni.
Altra voce da brividi ma con modalità del tutto diverse è quella di Patti Smith, una delle interpreti più intense e fantasiose che mi sia mai capitato d’udire. Tratto dal suo primo album, “Kimberly” è uno dei tanti brani dove si può apprezzare la sua grandezza nell’esecuzione vocale.
Con la sua carica febbrile ed elettrizzante, Patti sussurra e miagola sorniona, variando continuamente il timbro delle parole che canta e spesso declama. Insomma una vera e propria interpretazione da attrice del suono. Ma forse il colpo di genio definitivo è il modo in cui sussurra quella languida frase che s’inventa per chiudere il pezzo : “into your starry eyes, baby“.
Per concludere ritorniamo di nuovo alla fine degli anni ‘60 per allietarci con la voce di Sandy Denny (nella foto sopra) in “Fotheringay“, il primo brano da lei composto per i Fairport Convention. Difficile trovare le parole per un’artista di questo calibro. Qui mi limito a sottoscrivere in pieno quanto detto da Robert Plant (La mia cantante preferita tra tutte le voci femminili inglesi di sempre) e da Pete Townshend (Era una perfetta cantante folk-rock britannica. Neanche l’ombra di un vibrato. Pura e semplice!).
Qui si può avvertire bene la sua sensibilità vocale così eterea e soffusa, dolce e contemplativa, avvolta da un’aura di misticismo e arricchita da inesplicabili aromi sonori. Non vi è l’ombra di uno sforzo, e nemmeno il cambio di altezza nei punti cruciali dei vocalizzi è in grado di scalfire tale purezza. Se a ciò si aggiungono le sue eccelse qualità di compositrice, ecco che il quadro finale è di impressionante bellezza.
Una voce che è balsamo per l’anima.
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