Archive for the ‘Ascolto attivo’ Category

Viaggio tra gli strumenti musicali : la voce femminile

December 8th, 2011

sandy_denny

E’ l’ultimo mese di questo 2011 ed è anche l’ultima puntata di questo nostro particolarissimo viaggio tra gli strumenti musicali.

Sono certo che attraverso questi 12 appuntamenti di ascolto attivo, hai avuto modo di vivere nuove emozioni e di ascoltare in maniera diversa dal solito la musica e gli strumenti che abbiamo trattato.

Ma veniamo alla protagonista di questa ultima puntata ovvero la voce femminile. Il registro delle voci femminili si pone un’ottava sopra rispetto a quello delle voci maschili e, dalla più acuta alla più grave, si suddivide in soprano, mezzosoprano e contralto.

La prima interprete che voglio farti ascoltare è Grace Slick, nota soprattutto per essere stata la magnifica primadonna dei Jefferson Airplane. Lei e Janis Joplin erano le regine incontrastate della scena psichedelica californiana nei sixties. Qui la incrociamo in “White rabbit“, uno dei suoi più celebri cavalli di battaglia. Fu lei stessa a scrivere questo pezzo fascinosissimo che musicalmente si rifà alla cultura spagnola e nei testi prende ispirazione dalla favola di “Alice nel Paese delle Meraviglie“.

L’inizio sommesso e l’incedere marziale della sezione ritmica creano l’atmosfera ideale prima che faccia il suo ingresso la voce imperiosa ed altera di Grace la quale prolunga le sillabe con classe impareggiabile. Anche quando sale di tonalità, la sua voce potente e decisa domina la composizione con una regalità che non teme paragoni.

Altra voce da brividi ma con modalità del tutto diverse è quella di Patti Smith, una delle interpreti più intense e fantasiose che mi sia mai capitato d’udire. Tratto dal suo primo album, “Kimberly” è uno dei tanti brani dove si può apprezzare la sua grandezza nell’esecuzione vocale.

Con la sua carica febbrile ed elettrizzante, Patti sussurra e miagola sorniona, variando continuamente il timbro delle parole che canta e spesso declama. Insomma una vera e propria interpretazione da attrice del suono. Ma forse il colpo di genio definitivo è il modo in cui sussurra quella languida frase che s’inventa per chiudere il pezzo : “into your starry eyes, baby“.

Per concludere ritorniamo di nuovo alla fine degli anni ‘60 per allietarci con la voce di Sandy Denny (nella foto sopra) in “Fotheringay“, il primo brano da lei composto per i Fairport Convention. Difficile trovare le parole per un’artista di questo calibro. Qui mi limito a sottoscrivere in pieno quanto detto da Robert Plant (La mia cantante preferita tra tutte le voci femminili inglesi di sempre) e da Pete Townshend (Era una perfetta cantante folk-rock britannica. Neanche l’ombra di un vibrato. Pura e semplice!).

Qui si può avvertire bene la sua sensibilità vocale così eterea e soffusa, dolce e contemplativa, avvolta da un’aura di misticismo e arricchita da inesplicabili aromi sonori. Non vi è l’ombra di uno sforzo, e nemmeno il cambio di altezza nei punti cruciali dei vocalizzi è in grado di scalfire tale purezza. Se a ciò si aggiungono le sue eccelse qualità di compositrice, ecco che il quadro finale è di impressionante bellezza.

Una voce che è balsamo per l’anima.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : la voce maschile

November 6th, 2011

freddie_mercury

Eccoci giunti al penultimo appuntamento del nostro viaggio tra gli strumenti musicali.

Dopo aver affrontato i principali strumenti, oggi ci soffermeremo sullo strumento per eccellenza della musica ossia la voce umana. In questo articolo è protagonista la voce maschile mentre la prossima puntata sarà dedicata alla controparte femminile.

Il registro delle voci maschili si trova un’ottava sotto rispetto a quello delle voci femminili ed è composto dalle voci di tenore, baritono e basso in un ordine che va dall’acuto al grave.

I brani che mi appresto a presentare ci permetteranno di apprezzare al meglio le diverse virtù della voce maschile. Dovendo operare una scelta tra la spropositata quantità di grandi interpreti di ogni genere ed epoca, alla fine ho optato per tre cantanti assai diversi tra loro.

Il primo è Freddie Mercury, l’indimenticabile voce dei Queen. La sua grandezza come interprete risalta ancora di più se pensiamo al fatto che ha dovuto cimentarsi con un repertorio non sempre all’altezza delle sue potenzialità. Si prenda ad esempio “Don’t stop me now“, brano di innegabile valore compositivo che poteva essere trasformato in qualcosa di più di una pur bella ed energica canzone.

L’introduzione disegnata dal pianoforte è resa in modo magistrale da Mercury il quale sciorina la melodia con voce vellutata e ferma. Proseguendo nel brano ci si accorge della sua incredibile fantasia nel valorizzare il profilo melodico, nonché della strepitosa fluidità che mostra nell’affrontare le parti più veloci e della perfetta gestione delle note alte cantate di petto. Da antologia la ripresa finale del motivo introduttivo con la voce che si disperde in dissolvenza.

Dal canto pieno e potente di Freddie Mercury passiamo alla voce sottile e fragile di Steve Winwood, polistrumentista ed interprete d’invidiabile bravura. L’eterea “Can’t find my way home” è uno dei frutti più gustosi della breve parentesi targata Blind Faith e condivisa con Eric Clapton, Ginger Baker e Ric Grech.

Nello splendido intreccio creato dalle chitarre acustiche si inserisce il sublime canto di Winwood. La sua voce particolarissima possiede una grazia quasi celestiale che si giova di uno stile romantico e di un timbro molto acuto. La finezza nell’interpretazione è sbalorditiva e mantiene inalterate le sue caratteristiche anche verso la fine quando il canto si fa più vigoroso.

A concludere questa breve rassegna di cantanti troviamo Mark Lanegan ovvero una delle voci più intense e coinvolgenti dell’ultimo secolo. Attraverso le splendide cavalcate grunge con gli Screaming Trees, Lanegan si è reso protagonista di performance dalla profondità devastante. Qui però lo troviamo in veste di solista in un delizioso album di cover tra le quali spicca questa “Shanty man’s life“.

Col suo stile dolente e viscerale, questo musicista è stato l’autentico caposcuola di una generazione di grandi cantanti (Cobain, Cornell, Staley, Vedder). Il repertorio folk rivisitato in chiave acustica mette in risalto la sua vocalità e ci consente di apprezzare al meglio l’inimitabile talento con cui accarezza ogni frase. Il sospiro caldo e passionale insito nel suo modo di cantare è paurosamente emozionante.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il violino

October 6th, 2011

violino

Questo decimo appuntamento del nostro viaggio tra gli strumenti musicali ha come protagonista il violino.

La sua origine è incerta. Probabilmente deriva da strumenti del Medio Oriente come il rebab. Di certo la sua patria d’adozione è l’Italia (più esattamente Cremona) dove nel corso del sedicesimo secolo, sotto la cura di artigiani esperti, comincia a prendere la forma ed il suono che tutti abbiamo avuto il piacere d’apprezzare.

Nel corso dei secoli saranno proprio gli artigiani italiani a dare i contributi decisivi allo sviluppo dello strumento: sono da ricordare tra gli altri Andrea Amati (1505-1577) e Antonio Stradivari (1644-1737).

Indubbiamente, il suo periodo d’oro si pone tra la fine del periodo barocco e i primi del ‘900. Si può dire che in sostanza un violino sta alla musica colta tanto quanto una chitarra elettrica sta al rock. Ma nel corso del ventesimo secolo esso rivelerà tutte le sue potenzialità anche nel variegato universo della popular music. Proviamo ad avventurarci tra i suoi suoni.

Tanto per gradire, si potrebbe cominciare con un tizio di nome Bob Dylan. Nell’album “Desire” (1976) il violino è una presenza costante. Una presenza che si fa sentire eccome in “One more cup of coffee“, pezzo cantato in duetto con Emmylou Harris ed ulteriormente impreziosito dal violino di Scarlet Rivera.

Scandito da un basso tonante e da un ritmo disteso, il brano in questione è dominato dal violino che esegue un inesauribile lavoro di abbellimento rivisitando la melodia in ogni sua sfaccettatura. Seguendo i dettami di Dylan, il fraseggio non si presta a particolari virtuosismi che danneggerebbero l’atmosfera. Piuttosto si contraddistingue per un incedere languido e pacato che nel corso del memorabile ritornello si fa più flebile giocando sulle note basse.

Di tutt’altro tipo è invece il violino che introduce e prende per mano la dolce “4 Marzo 1943” di un Lucio Dalla particolarmente ispirato. Da un testo della storica dell’arte e illustratrice Paola Pallottino, il musicista emiliano ricava una composizione delicata, dal sapore arcano ed offre un’interpretazione superlativa.

Perfettamente contrappuntato dal basso, qui il violino esegue il famosissimo motivo che si ripete all’inizio d’ogni strofa. Ma procedendo si ode come tutto il comparto degli archi (violini, viole, ecc.) accompagna le diverse frasi portando il climax ad alte vette d’intensità. Questo esempio ci porta alla ovvia, ma sempre attuale, considerazione sull’importanza degli strumenti ad arco nel dare un certo tipo di dimensione eterea alla musica in generale.

Infine con i Who andiamo a navigare nel rock più ortodosso. Lo facciamo con un brano maestoso come “Baba O’Riley” che rappresenta una delle colonne portanti dell’intera storia del rock. Il titolo fa riferimento ai due personaggi a cui si ispira la canzone : Meher Baba per quanto riguarda l’aspetto filosofico e Terry Riley per quello musicale.

Tutto ciò che si sente nei primi 4 minuti basta e avanza per farne un capolavoro, ma quel genio di Keith Moon escogitò un finale che aggiunge un ulteriore tocco di grazia. Infatti a quel punto fa il suo ingresso un violino che, prima sinuosamente, poi sempre più indiavolato, conduce il finale al ritmo di una ballata folk irlandese. Come spesso accade nella tradizione di queste antiche ballad, il ritmo aumenta sempre più febbrilmente fino all’inevitabile e improvvisa chiusura sulla tonica.

Come si dice, una chiusura coi fiocchi!

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il sassofono

September 12th, 2011

sassofono

Quest’oggi, il nostro personalissimo viaggio tra gli strumenti musicali ci conduce ai suoni caldi e avvolgenti del sassofono.

Come spesso accade in questi casi, il nome è dovuto al suo inventore Adolphe Sax che lo brevettò il 22 giugno del 1846. Sin da subito fu chiaro che lo strumento apriva nuovi favolosi scenari al mondo della musica.

Il suo suono così particolare è provocato dalle vibrazioni di una sottile ancia di legno mentre la regolazione della sua altezza avviene attraverso dei fori sul corpo dello strumento i quali sono controllati da chiavi.

Nella numerosa famiglia dei sassofoni, i più noti ed usati (in ordine dal più grave al più alto) sono il baritono, il tenore, il contralto (vedi foto) ed il soprano.

Tanto per cominciare cercherò di sedurre le tue preziose orecchie con il jazz di Lester Young. Nelle famose session del 1952 con l’Oscar Paterson Trio, il musicista americano si confronta con diversi celebri standard. Tra le diverse perle troviamo questa “These foolish things” del 1936 che risplende in tutta la sua romantica sensualità.

Innegabilmente, tra le mani di Lester Young il sax tenore ha raggiunto momenti di straordinaria soavità e delicatezza. In particolare, i passaggi dal registro grave all’acuto sono di una fluidità impressionante impedendo in tal modo che l’atmosfera si disperda. In un contesto del genere, il suo stile rilassato calza a pennello mentre i suoi fraseggi pur possedendo un alto grado di sofisticazione risultano sempre perfettamente intellegibili.

Ed adesso una bella scossa dato che passiamo al rock di Bruce Springsteen. Il sassofono di Clarence Clemons è sempre stato un pilastro fondamentale della E Street Band e spesso ha svolto un ruolo di primo piano in molti pezzi del Boss. Un esempio lampante è questa “Spirit in the night“, qui riproposta in una bella versione tratta da un concerto tenuto a Los Angeles nel 1973.

Springsteen è al pianoforte, strumento che nella prima parte di carriera riveste un ruolo centrale nelle sue composizioni come in questo caso. Il sax tenore di Clemons prima suona la melodia di base per poi raddoppiare il basso e completare i versi con deliziosi fraseggi. Nell’assolo si concede le più tipiche divagazioni blues assecondando il mood del brano.

Infine ho scelto il David Bowie di “Neukoln“, uno dei meravigliosi strumentali contenuti nello spettrale ed epico “Heroes” del 1977. Il sassofono ha potenzialità espressive illimitate ed effettivamente in questo brano si possono apprezzare caratteristiche e modalità d’esecuzione magari meno conosciute, ma di gran fascino.

Il sintetizzatore domina un paesaggio sinistro ed inquietante fino a quando viene squarciato (e sublimato) da un sassofono contralto suonato dallo stesso Bowie che audace come non mai, si lancia in una serie di assolo stranianti. Una performance sbalorditiva, fatta di dissonanti melodie dai sapori mediorientali e da una ricerca timbrica esasperata che scava tra le note basse prima di concludere in un lacerante mugolio.

Un finale forse bizzarro … probabilmente spiazzante … sicuramente geniale.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il contrabbasso

August 2nd, 2011

contrabbasso

Oggi ci occupiamo del contrabbasso che, a parte rarissime eccezioni, è quello che possiede il suono più grave tra gli strumenti ad arco.

I due modi principali di suonare un contrabbasso sono a) utilizzare l’attrito che produce un archetto di legno su cui è montato del crine di cavallo oppure b) pizzicare con le dita della mano le corde dello strumento.

L’uso dell’archetto ha una lunga storia che si dipana nel corso dei secoli attraverso grandi compositori come Mozart, Beethoven e Wagner. L’uso delle dita invece risale soprattutto all’ultimo secolo quando nella popular music, e in particolar modo nel jazz, si è diffuso questo modo di suonare.

Ed è proprio nel jazz che il contrabbasso ha avuto le possibilità di maggior espressione, andando sovente a svolgere il ruolo di solista oltre a quello dell’abituale accompagnamento.

Per quanto riguarda la sua origine, se ne sono rintracciate le prime testimonianze intorno al 1500 ma è possibile che diversi esemplari possano essere esistiti anche prima. Ed ora passiamo in rassegna alcuni brani in cui il contrabbasso è protagonista.

Il primo autore da citare in questo caso è quasi d’obbligo: Charles Mingus. Oltreché validissimo contrabbassista, Mingus è stato indubbiamente uno dei più grandi compositori nella storia del jazz. Pubblicata nel 1959, “Fables of faubus” è solo una delle tante tracce geniali che ci ha lasciato in dote questo artista.

E’ una delle più belle composizioni del cappellaio matto, con una melodia che si muove sinuosa e ironica. Qui si può apprezzare il walking bass, modo di suonare tipico del jazz così chiamato perché le note si susseguono una dopo l’altra come fanno i piedi quando si cammina. Strumento fondamentale nell’impalcatura generale, il contrabbasso sostiene e spesso fa da guida lungo una serie di figure ritmiche e melodiche strepitose e dopo 6 minuti si concede anche un pregevolissimo assolo.

Restando in ambito jazz viene altrettanto facile richiamare alla mente Bill Evans al piano, Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria o per farla breve il Bill Evans Trio, una delle più celebri e talentuose formazioni di sempre. Basterebbe ascoltare questa “Waltz for Debby” del 1961 e tratta dalle storiche registrazioni dal vivo al Village Vanguard. L’omonimo album è anche l’ultimo per La Faro a causa della prematura morte in un incidente automobilistico.

Qui è ben udibile il metodo di composizione improvvisata del trio ed è palpabile la forte empatia che unisce i musicisti. Piano e contrabbasso introducono la composizione raddoppiandosi dopodiché Evans si lancia nell’improvvisazione, mentre La Faro crea infinite variazioni sulla linea melodica di base. Le improvvisazioni di La Faro durante gli assolo sono celebri per la loro arditezza e questo è dovuto principalmente al fatto che il contrabbassista ambisce al massimo della liricità possibile.

In chiusura ho scelto i Pentangle, magnifica band folk-rock britannica qui impegnata in una versione di “Light flight” del 1970 per una trasmissione live alla BBC. Il brano atipico con tempo composto di 5/8 e 7/8 a cui si alterna un 6/4 è più di un indizio sulle ascendenze jazz della sezione ritmica.

Oltre alla voce di Jacqui McShee e a due maestri della chitarra acustica come John Renbourn e Bert Jansch, il gruppo deve la propria buona dose di originalità anche a Terry Cox (batteria) e Danny Thompson (contrabbasso). Quest’ultimo, oltre a fornire il ritmo, arricchisce il brano in molti modi : accompagnando la melodia, raddoppiando la chitarra e dando profondità ad ogni passaggio mentre in altri pezzi esegue dei folgoranti assolo.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : la chitarra elettrica

July 3rd, 2011

chitarra_elettrica_telecaster

In questo sesto appuntamento del nostro viaggio tra gli strumenti musicali andiamo a esplorare i suoni e gli stili della chitarra elettrica.

Tra le diverse tipologie, le chitarre elettriche più diffuse sono di gran lunga le solid body (ossia quelle a corpo solido, come la Telecaster della foto a fianco). La loro nascita risale al periodo a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50.

Prive di cassa di risonanza e dotate di un corpo di legno pieno e rigido, esse sfruttano le vibrazioni delle corde attraverso uno o più pick-up che traducono le oscillazioni in segnali elettrici i quali vengono poi inviati all’amplificatore e agli altoparlanti.

Grazie alla estrema maneggevolezza, alla formidabile resa sia melodica che armonica e alla possibilità di modificare il suono in numerosi effetti suggestivi, la chitarra elettrica si è imposta rapidamente come strumento simbolo nella storia popular music e del rock in particolare.

Cerchiamo ora, attraverso alcuni brani di tratteggiare un piccolo spaccato sulle infinite modalità espressive di questo strumento.

Il primo pezzo che ti voglio far ascoltare non è solo un vero tripudio per la chitarra elettrica, ma anche e soprattutto uno dei più epici e intensi che siano mai stati composti da quel grande autore che è Neil Young. Sto parlando di “Like a hurricane” la canzone che fa da traino all’album “American stars ‘n bars” del 1977.

La Gibson Les Paul apre subito le danze con una serie di glissato prima che voce e chitarra si rimbalzino la melodia. Poi arrivano gli assolo di Young che come d’abitudine offre un geniale e innovativo uso degli spazi tra le note e un’innata capacità di creare ostinati espressivi. Nella seconda ed ultima parte poi raggiunge l’apice dell’intensità con una serie di fraseggi sublimi e un devastante, catartico effetto di riverbero che porta alla dissoluzione delle note. 8 minuti di pura delizia chitarristica.

Con un altro gigante dello strumento come Eric Clapton possiamo invece apprezzare i toni morbidi e rilassati di un brano dolce come “Pretty girl“. In questa canzone del 1983, il chitarrista inglese offre un ottimo saggio fatto di fini preziosismi che spaziano tra le infinite possibilità di accompagnamento dell’elettrica.

Qui, oltre all’accompagnamento con l’acustica, lo strumento elettrico è fondamentale nel definire la ballata con le note di base che costituiscono l’impalcatura pezzo. Nel ritornello poi un’altra elettrica interviene con delicatezza estrema facendo da contraltare alla voce. Assecondando il tono della ballata romantica, gli assolo di Clapton (prima con l’acustica e poi con l’elettrica) sono pulitissimi, privi di increspature o cambi ritmici e con una spiccata tendenza a glissare sulle note alte al termine d’ogni frase.

A concludere questa breve carrellata ci sono i Sonic Youth di “Sugar kane“, brano del 1992 tratto da “Dirty“. La band di New York City è stata ed è indiscutibilmente una delle più importanti e influenti nella storia del rock per l’opera di ricerca e svelamento di molte delle potenzialità emotive della chitarra elettrica, specie in ambito noise.

La preponderanza dello strumento è ben udibile nell’introduzione forte eseguita da due chitarre e nella saturazione dello sfondo armonico nel corso dei versi. Così come nel ritornello che è esaltato da una splendida frase chitarristica che contrappunta la voce. Poi, a metà brano si può apprezzare l’impressionante lavoro timbrico che Thurston Moore e soci riescono ad eseguire attraverso le distorsioni e i feedback, ma anche lo splendido crescendo collettivo che riporta ai versi finali.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : l’organo

June 3rd, 2011

organo

Il protagonista di quest’oggi è l’organo ovvero uno degli strumenti tra i più imponenti in assoluto, non solo in quanto a grandezza fisica ma anche per estensione sonora.

I suoi principali elementi nella versione più classica sono il mantice che produce l’aria, il somiere che la distribuisce, le canne in metallo o in legno che emettono il suono e i registri che attraverso dei tiranti possono variarne il timbro.

Secondo le fonti storiche il primo organo a funzionamento idraulico fu costruito nel terzo secolo a.C. mentre fu a partire dal 700 d.C. che prese il via la sua diffusione nelle chiese e nei luoghi di culto cristiani.

Ma trovò spazio anche in ambiti profani dove era utilizzato un organo di piccole dimensioni e questo già molto tempo prima del 1700 quando fece la sua comparsa l’organo a rullo o organetto.

Più tardi, nel 1800 la famiglia degli organi s’arricchì notevolmente con l’invenzione dell’armonium e nel 1935 grazie ai progressi dell’elettronica, ha visto la luce l’organo Hammond.

Proviamo ora a sentire il suono dell’organo inserito nel tessuto della popular music contemporanea.

Cominciamo con Ray Manzareck dei Doors il quale usa la tastiera suonando la linea di basso con la mano sinistra e l’organo con la destra. In tal modo il suono si mantiene sempre su ottave alte e rende riconoscibili e squillanti le musiche del gruppo. Ciò è udibile anche in “Alabama song (whisky bar)“, una canzone composta nel 1927 da Bertolt Brecht e Kurt Weill e splendidamente riadattata dalla band di Los Angeles.

Qui s’alternano il suono grave del bordone in battere e le note alte di un organo in levare. Sono tipicamente doorsiane anche le note stoppate che introducono l’epico coro. Nel secondo ritornello privo di cantato, l’organo contribuisce ad arricchire l’effetto d’insieme srotolando una serie di note che si ripetono in un accompagnamento ostinato.

Un altro grande protagonista dello strumento è Jon Lord che ha fatto ruggire l’organo come nessun altro amplificando il proprio Hammond attraverso un Marshall, che viene solitamente usato per la chitarra. Questo ha dato ulteriore potenza al sound dei Deep Purple e lo si può sentire benissimo in “Speed king“, un pezzo di hard-rock’n'roll che rende omaggio ai vari Elvis Presley, Little Richard e Chuck Berry.

Nel brano che apre l’album vi è una doppia introduzione (che tra l’altro è stata inspiegabilmente tagliata nella versione americana). Prima si sente la chitarra di Ritchie Blackmore che si scatena col tremolo e poi parte l’organo di Jon Lord con una melodia solenne ed uno stile colto influenzato da Bach. Dopo il primo verso, c’è da gustarsi il breve botta e risposta tra Lord e Blackmore che è uno dei pezzi forti del loro repertorio.

Com’è facilmente intuibile, anche in un contesto più lento e rilassato l’organo svolge un ruolo di primo piano. E’ il caso dei R.E.M. e della bellissima “Tongue“, una canzone che in mezzo ai suoni tirati e distorti di “Monster” rappresenta un’oasi di tranquillità.

In quest’occasione Mike Mills suona il pianoforte mentre Peter Buck, polistrumentista di grande livello, lascia per un momento la chitarra in favore dell’organo. La struttura semplice e lineare prevede un piano che detta la melodia ed un organo che si sovrappone raddoppiandolo nota su nota. Nel complesso, il timbro acquoso e tenue dello strumento provvede a colorare il brano donandogli una delicatezza e un fascino inconfondibili.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà