Archive for the ‘Ascolto attivo’ Category

Round midnight : come può suonare uno standard jazz?

July 4th, 2010

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Il jazz è come un’araba fenice. Risorge dalle sue ceneri con una facilità che ha dell’incredibile.

Basta pensare a uno degli aspetti più ricorrenti e importanti nella sua storia : lo standard.

Lo standard jazz è un frutto spontaneo che si è radicato e diffuso in questo genere proprio per il suo carattere che fa dell’improvvisazione e della rielaborazione di un dato tema uno dei suoi cardini principali.

I primi standard nacquero negli anni ‘20 e ‘30. Inizialmente furono canzoni tratte da autori di musical e opere teatrali (George Gershwin, Cole Porter, Irving Berlin, ecc.). Spinti anche dall’egemonia editoriale dell’epoca, gli standard si diffusero a macchia d’olio tra gli arrangiatori e gli esecutori di jazz. Estendendosi al blues e oltre, ai giorni nostri qualunque brano musicale può potenzialmente diventare uno standard.

Al contrario della cover che è una versione occasionale di un brano, lo standard è una vera e propria pratica che si manifesta soprattutto negli spettacoli dal vivo. Intimamente connessa con lo spirito del jazz, né rappresenta un momento fondamentale perché è facilmente riconoscibile e si presta perciò ad un’interpretazione più libera ed improvvisata.

Per esempio, a qualunque jazzista prima o poi sarà capitato di misurarsi con “Round midnight“. Per numero di versioni e per popolarità è forse lo standard jazz per eccellenza. Thelonious Monk lo compose nei primi anni ‘40 e da allora fu ripreso da una sterminata schiera di artisti. Persino il cinema lo ha utilizzato come tema centrale in un film di Bertrand Tavernier del 1986 intitolato per l’appunto “Round Midnight - A mezzanotte circa“.

L’abbondantissima quantità di interpretazioni di questa composizione allinea fior fior di musicisti e splendide versioni. Prova ad ascoltare questi 5 casi!

Il primo che ti propongo è una versione targata 1963 dello stesso Thelonious Monk. Rispetto alla prima edizione del 1947 (rintracciabile sul cd “Genius of modern music volume One“), qui si nota benissimo la sua evoluzione stilistica in 20 anni di carriera. Quel suo modo di suonare deliziosamente obliquo fatto di enigmatici spostamenti ritmico-armonici, con le note che in apparenza sembrano fuori posto eppure fanno parte di un preciso disegno.

Altra versione tra le più belle e famose di sempre è quella di Miles Davis nel suo primo disco per la Columbia, “Round about midnight“. Col suo magico quintetto degli anni ‘50, John Coltrane (sax tenore) Red Garland (pianoforte) Paul Chambers (contrabbasso) e Philly Joe Jones (batteria), il trombettista offre un saggio memorabile di liricità con l’uso innovativo della sordina mentre la sezione ritmica offre gustosissimi stacchi al termine di ogni frase.

Che dire poi di Wes Montgomery che ne ha fatto una meravigliosa riduzione chitarristica. Sembra di essere raggiunti da una cascata soffice e rinfrescante di note singole. Ciò che più stupisce di Montgomery è la sua impareggiabile destrezza nel suonare veloce e pulito nei pezzi lenti senza mai perdere l’atmosfera né cadere in inutili virtuosismi.

In un certo senso è più classicheggiante la versione per tromba e voce con Dizzy Gillespie e Sarah Vaughan. Dizzy (che all’epoca fu responsabile della celebre introduzione che divenne di uso comune) galleggia rilassato sull’armonia con la sua consueta classe, mentre lei sacrifica le parole ed esalta la sonorità con un’ottima sequenza di note basse.

Il testo (che fu composto da Bernie Hanighen poco tempo dopo la musica) viene invece valorizzato da Cassandra Wilson. Qui l’esecuzione si fa più swingante e Cassandra interpreta da par suo allungando e accorciando la melodia a piacimento. Tutto da godere il dialogo tra basso,piano e batteria.

Sono solo alcuni dei tanti meravigliosi modi con cui il jazz ridà forma e vita a una composizione.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Noise!!! Quando il rumore diventa musica.

June 11th, 2010

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Tuoni, fruscii, ronzii … che rimbombano acuti, striduli,sordi o fragorosi. Rumori su rumori su rumori … che volenti o meno, sono i nostri compagni di vita quotidiana.

Tante volte basta un semplice ed innocuo rumore per far partire una musica. Sì, perché a volte ci dimentichiamo che dal rumore può scaturire musica sublime.

L’idea di inserire il rumore in ambito musicale è iniziata nei primi anni del ‘900 anche grazie al contributo di pionieri laboriosi e ’sfortunati’ come Luigi Russolo. Gente che si è adoperata per dare dignità e valore a suoni generalmente bistrattati e ritenuti sgradevoli.

In inglese si dice noise. Quando si parla di noise music, si fa riferimento a una musica che si propone di fare del rumore un mezzo espressivo al pari di tutti gli altri suoni tonali. Scientificamente parlando possiamo dire che il rumore è un concetto della nostra mente con cui indichiamo un evento fisico-sonoro. Ma le nostre idee al riguardo sono poco chiare. Solo 2 fatti sono certi.

Il primo è che sul rumore abbiamo tanti preconcetti perché viene spontaneo associarlo a qualcosa di fastidioso o comunque di indesiderabile. Queste valutazioni preventive, che sono incise nella nostra memoria, limitano le nostre capacità d’ascolto.

Il secondo è che non esiste confine tra musica e rumore dato che fanno parte entrambi del mondo sonoro. Il più delle volte non facciamo caso a come i rumori possano risultare gradevoli e a quanto frequentemente essi siano parte integrante della musica.

Riflettendoci su, si può dire che nel rumore c’è una presa di coscienza immediata della materia che lo produce. Nel suono musicale invece tutto questo non conta o conta poco, perché la presa di coscienza appartiene a una dimensione spirituale che va oltre. E non vi è niente di più facile di un passaggio da una dimensione del rumore a una dimensione musicale.

Senti alcuni esempi di come rumore e musica possano benissimo coesistere in uno stesso suono.

Il primo è una sonata di John Cage tratta dalle sue sonate e interludi per piano preparato. Nei pezzi per piano preparato (vedi foto) si inseriscono tra le corde del pianoforte svariati oggetti (bulloni, pezzi di gomma, pezzi di plastica e noci). Con queste opere, Cage inizia i suoi studi sulla casualità. In pratica il musicista può decidere come preparare lo strumento ma non può avere pieno controllo sul risultato sonoro della sua opera.

Qui puoi ascoltare due melodie speculari. Le note alte della melodia eseguita con la mano sinistra sono pulite mentre quelle eseguite con la mano destra sono piene di rumori inaspettati e di dissonanze sorprendenti che offrono un’inedita base ritmica e danno un sapore tutto particolare alla composizione.

Di tutt’altro tipo di musica si occupano i Sonic Youth, sperimentatori assidui sul versante rumoristico. E’ stato il gruppo che meglio di chiunque altro ha promosso la ricerca e lo sviluppo del noise rock. Nella sua carriera, quel genio di Thurston Moore è stato capace di estrarre dalla chitarra rumori d’ogni tipo trovando tantissime soluzioni per dare valore aggiunto alla musica.

In questo breve pezzo intitolato “Drunken butterfly” (FAI ATTENZIONE AL VOLUME!!!) i rumori risaltano dappertutto. Dalla devastante introduzione di ogni strofa con la chitarra elettrica che conduce un assalto parossistico e atonale (proprio appunto di una ‘farfalla ubriaca’) fino al glissato che da colore e profondità alla parte intermedia.

Naturalmente anche nella musica dal vivo il rumore ha una valenza importantissima. In questo concerto del 1996, Ben Harper ricalca le orme di Jimi Hendrix attraverso l’utilizzo ispirato e innovativo della lap steel guitar, strumento che viene suonato tenendolo appoggiato sulle ginocchia. Il pezzo, “Ground on down“, è uno dei più belli della sua carriera e contribuisce a gettare ulteriore benzina sul fuoco.

Qui abbiamo un classico esempio di conclusione concertistica con il feedback di chitarra, ovvero il circolo perpetuo del suono attraverso gli amplificatori. Il feedback di chitarra è il rumore/suono per eccellenza dell’universo rock. Per il suo particolare potere onirico, è da considerare come parte integrante di una composizione musicale. Il finale è da pelle d’oca … lo strumento è lasciato sul palco come protagonista solitario e il suo suono ci conduce alla catarsi.

Come li vogliamo chiamare tutti questi suoni? Rumori? Certo, ma si tratta di rumori di sublime musicalità. Perché ciò che fa la differenza, come sempre, è l’attitudine e la disponibilità di colui che ascolta.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

“Love, Peace & Poetry”, schegge di psichedelia sparse per il mondo

May 13th, 2010

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In tanti anni di esperienze musicali ho notato che una delle questioni che generano più confusione nel sentire comune della gente è l’idea di psichedelia.

Vi è infatti la tendenza radicata e più o meno volontaria di considerarla come se fosse un genere musicale anziché una qualità musicale.

In realtà la psichedelia è molto più semplicemente un’attitudine che può manifestarsi in qualsiasi genere musicale e ad ogni latitudine. E’ un’energia sottile molto più indefinibile di quanto sembra, ma in compenso si può acquisirne il gusto con la pratica dell’ascolto attivo.

A questo riguardo, l’anno scorso ho scoperto una serie di dischi piuttosto interessanti intitolati “Love Peace & Poetry“. Si tratta di una serie di volumi che offrono una panoramica a 360 gradi sugli effetti provocati in ogni angolo del mondo dall’ondata del rock psichedelico tra i ‘60 e i primi ‘70.

Fino ad oggi sono usciti 10 volumi ognuno dei quali è dedicato a una particolare zona geografica. Si spazia indifferentemente nel sottobosco culturale di ogni continente, dall’America fino al Sol Levante.

Lo trovo un progetto interessantissimo che permette di allargare la visuale geografico-musicale ed inoltre è pieno di chicche. Per farti un’idea, ascolta queste 3.

I Tony, Caro & John  sono probabilmente tra i candidati più autorevoli al titolo di ‘gruppo inglese più sconosciuto di tutti i tempi’ dato che è molto difficile reperire notizie sulla loro attività. Ma in compenso su YouTube ci resta traccia di un album davvero interessante uscito nel 1972.

È degna di nota questa “There Are No Greater Heroes che ricorda tanto il David Bowie di “Hunky dory“, album uscito l’anno prima. Qui la chitarra viene doppiata nota su nota da un basso liquido e distensivo mentre più avanti si aggiunge anche un coro sommesso e straniante. L’effetto complessivo è delicato e sorprendentemente espressivo.

Così come sorprende l’intensità e la forza di “Lost in my world” dei Los Dug Dug’s, gruppo messicano che qui, oltre a cantare in inglese, dimostra di aver imparato alla grande la lezione dei Cream.

Un’esplosione introduce una serie di arpeggi carichi di tensione. Poi parte il pezzo vero e proprio con la batteria che esegue un ritmo terzinato molto caratteristico ed incantevole. Di grande suggestione anche la voce piena d’eco e le brevi svisate di chitarra che passano da una cassa all’altra dello stereo.

Infine ci spostiamo in Estremo Oriente (per la precisione in Corea) con “Beautiful rivers and mountains“, splendido brano di incredibile soavità ad opera di Shin Jung Hyun & The Men. Titolare di una lunghissima carriera sin dai primi anni ‘60, Shin Jung Hyun è uno degli autori più stimati in patria.

Qui canta in coreano o almeno credo, dato che non ho molta dimestichezza con le lingue asiatiche. E’ una dolcissima melodia indigena con le chitarre acustiche che guidano mentre l’organo e l’oboe accompagnano. Semplicemente strepitosa la seconda parte con un crescendo che si regge su un’armonia ripetuta ciclicamente e una serie di assoli incrociati tra oboe, organo e chitarra elettrica con inconfondibile effetto wah-wah.

Lasciati trasportare da questo sublime affresco psichedelico di 10 minuti!

Perché la vera psichedelia non ha barriere né di tempo, né di luogo, né di alcun genere!

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

La sensualità del mondo sonoro

April 7th, 2010

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Ti è mai capitato di fare caso al contatto che si stabilisce tra un musicista e il proprio strumento?

A volte è possibile percepire in maniera distinta un’atmosfera carica di erotismo, di una sensualità più o meno esplicita, ma comunque presente.

Visivamente parlando, forse l’immagine che rende meglio l’idea è quella del suonatore di violoncello, uno strumento che per forme e proporzioni è facile associare ad un corpo femminile.

Poi, il se e il come questa sensualità venga trasmessa attraverso il suono è tutto un altro discorso. Di certo, l’universo musicale pullula di gemme ad alta gradazione erotica.

Per esempio, come non lasciarsi sedurre dal jazz? Prendiamo il Charles Mingus di “The black saint and the sinner lady“, ovvero uno dei dischi più grandiosi che siano mai stati concepiti.

Un’orchestra di 11 elementi si cimenta in un’incredibile composizione costruita in 4 atti. E’ un capolavoro del paradosso, perché qui l’arte della degenerazione si trasforma in redenzione attraverso la musica. E’ un viaggio intenso come non mai con passaggi alla Stravinskij, con armonie ambigue che vagano tra blues e flamenco e con ritmi lascivi ed indolenti in preda ad estenuanti accelerazioni.

Dai titoli ci viene detto che si tratta di un balletto in 6 movimenti. Certo che se di balletto si tratta, mai balletto fu così folle, erotico e geniale allo stesso tempo. La psiche straniata e straniante del pazzo ‘Charlie’ raggiunge una delle sue massime espressioni e non a caso le note di copertina sono scritte dal suo psichiatra Edmund Pollock. Questa è solo la prima traccia di un disco da assaporare per intero e con consapevole lentezza.

Tutto un altro discorso per Marvin Gaye. La musica e la vocalità del grande soulman, hanno sempre dato vita ad una sensualità dolce e disincantata, con picchi di insuperato misticismo (è il caso di “Let’s get it on“). Una sensualità che è presente sin dagli esordi per arrivare fino al suo ultimo disco (”Midnight love“, 1982) dove il tentativo di mediare tra soul ed elettronica ottiene buoni esiti come nella celebre “Sexual healing“.

Il brano è fatto di voci soffuse e si regge sulle pulsazioni ben marcate del basso. Notevole la presenza dei sintetizzatori che vengono usati con parsimonia, senza mai calcare la mano. Un pezzo da godere (è il caso di dire) in versione estesa, con le parti vocali da seguire secondo dopo secondo. Il suo canto qui è leggermente più distaccato del solito ma in ogni caso vola sempre una spanna sopra alla media.

E che dire dei sospiri di Mina in “L’importante è finire“? La versione originale della canzone fa parte dell’album “La Mina” del 1975. Nell’elefantiaca produzione discografica della cantante - all’epoca era sua usanza uscire con 2 vinili distinti tra loro, ma venduti in un’unica confezione - questo è uno degli album più consigliabili.

Qui balza subito all’orecchio la memorabile melodia del synth che ci introduce nel pezzo e intanto ci seduce. Nel frattempo, sia il piano che scandisce i tempi con incedere da bossanova, sia i contrappunti di chitarra che si sovrappongono alle parti di basso, ci mettono molto del loro per creare l’atmosfera giusta.

E naturalmente lei, la ‘tigre di Cremona’, che qui fa scalpore con le sue languide divagazioni erotiche, lasciandoci in dote uno dei più luminosi saggi di interpretazione del testo specie nel modo subdolo, quasi luciferino con cui canta “e poi e poi e poi“.

Ma sono davvero tante e di gran valore le musiche di superba ed indimenticabile sensualità, ognuna con le sue sfaccettature. Pezzi come “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, “Foxy lady” di Jimi Hendrix, “Tongue” dei R.E.M., ma anche “Profumo” di Gianna Nannini o “No dottore” di Lucio Battisti. Altri esempi preziosi di un erotismo che, a prescindere dal testo, si esprime essenzialmente attraverso il suono.

Perché come la musica, anche la sensualità è senza parole.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

La bellezza del canto condiviso: alla scoperta dei duetti vocali

March 18th, 2010

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Hai mai eseguito o anche solo sentito la gioia e la bellezza del canto condiviso?

Da che mondo è mondo, il duetto vocale è sempre stata una delle pratiche musicali più diffuse ed utilizzate.

Ma alcuni di questi duetti hanno quella marcia in più che ci permette di fare un salto di qualità nell’ascolto. Collaborazioni che non sono semplici esercizi di stile, ma propongono qualcosa che dà valore aggiunto alla musica. Prova con queste 3 canzoni!

La prima che ti propongo è l’esilarante “T.V.U.M.D.B.” di Elio e le storie tese (dall’album “Eat the phikis” del ‘96) con un’ospite graditissima come Giorgia.

E’ il periodo di massimo splendore sia per gli Elii che per la cantante romana. Il pezzo alterna momenti molto vicini al linguaggio parlato, rocamboleschi slanci melodici e coretti alla Earth Wind & Fire. Le parti di basso create da Faso sono sempre accattivanti e anche qui ne dà ampia dimostrazione.

Il testo è una divertente ed irriverente satira sui luoghi comuni del rapporto di coppia e del disimpegno reciproco. Ma a prescindere dalle parole, quello che colpisce è il modo ardito e fantasioso con cui Elio e Giorgia ‘incrociano le loro ugole’ (per esempio al minuto 2′03″ sul verso “ma non so se poi resisterò“). Divertentissimi e bravissimi fino alla fine quando si danno il cambio per mantenere sempre presente la nota di sottofondo.

Altro giro, altro duetto! Cambiamo completamente il sound per incontrare 2 mostri sacri della musica brasiliana, Antonio Carlos Jobim e Elis Regina.

Lui figura di culto della musica internazionale e compositore tra i più grandi di sempre (soprannominato ‘il maestro’ in patria). Lei cantante attiva negli anni ‘60 e ‘70, tra le più celebrate della scena brasileira. A completare il quadro ci pensa il brano che è uno dei più belli usciti dalla penna di Jobim, quella “Águas de Março” (ossia ‘piogge di Marzo’) che è giusta giusta per questo periodo.

Il testo e la musica si prestano perfettamente per un duetto. Splendido il botta e risposta fatto di frasi brevi a cui si aggiungono man mano versi, risate e singole parole che vanno a diradare sempre più. Ascolta poi l’incantevole finale con il canto colloquiale, umanissimo di Elis e con Tom che vocalizza l’armonia di fondo.

Il verso principale recita “Sono le piogge di marzo che chiudono l’estate / É la promessa di vita nel tuo cuore“. Da ricordare che laggiù in Brasile con il mese di Marzo arriva l’autunno e non la primavera come da noi. La versione in studio la puoi trovare nel disco che i due hanno registrato insieme, “Elis & Tom” del 1974.

Per chiudere il cerchio scelgo “The battle of evermore” la ballata da valle dell’eco presente nel quarto album dei Led Zeppelin e costruita unicamente con la chitarra acustica, il mandolino e le voci di Robert Plant e Sandy Denny (già regina del folk inglese coi Fairport Convention).

Prima di tutto va detto che la registrazione filtrata con l’effetto eco ed il mandolino in perfetto equilibrio tra country, blues e giga celtica è l’ennesima prova provata del genio musicale di Jimmy Page e pone le basi per il capolavoro assoluto. Il testo della canzone è pieno di riferimenti alle opere di Tolkien, di cui Robert Plant è un grande appassionato.

Qui, il cantante degli Zeppelin mantiene il registro medio e solo alla fine alza i toni. Nel frattempo la voce soave di Sandy Denny ha modo di girargli intorno e creare una serie di fraseggi vocali da brividi. Le loro voci sono fluide, dilatate, magicamente sospese nell’intensa atmosfera del brano. A conti fatti devo proprio dire che questa è semplicemente una delle più belle ballate di tutti i tempi.

Ma la storia della musica è piena di duetti che uniscono alto valore artistico e preziosismi vocali. Altri esempi? Chris Cornell e Eddie Vedder in “Hunger strike“, Freddie Mercury e David Bowie in “Under pressure“, Peter Gabriel e Kate Bush in “Don’t give up“, Lauryn Hill e Mary J. Blige in “I used to love him” …

… ok! Per oggi basta così.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

La felicità dell’ascolto attivo

February 27th, 2010

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Qual è il primo e più importante passo per vivere una vita armoniosa e realizzata?

Senza dubbio, la prima cosa da fare è quella di ricordare a te stesso in ogni istante che sei nato per essere felice.

Si sa che la felicità non è qualcosa che puoi avere, ma è qualcosa che riguarda l’essere!

Proprio per questo è importante riflettere sulle domande che ci poniamo e che possiamo mantenere nella quotidianità. A volte serve solo cambiare una domanda che ci viene in mente involontariamente. Per esempio si può passare da “Come posso ottenere la felicità?” che è diffusissima a “Cos’è per me la felicità?“. Già solo questo può rivelarsi di grande utilità.

In fondo ad ognuno di noi c’è la felicità. E’ l’aspirazione più intima, il desiderio più puro di ogni uomo. Ma affinché non diventi un optional o peggio una chimera irraggiungibile bisogna ricordarsi di questa aspirazione in ogni momento. La musica svolge proprio questa funzione.

La musica ricorda all’uomo che è nato per essere felice.

Perché ciò si realizzi, ci vuole l’ascolto attivo! Quando dedichi la tua attenzione e la tua partecipazione senti che è la musica stessa a ricordartelo. Proviamo con delle canzoni che citano la felicità già nel titolo.

In “Shiny happy people” dei R.E.M. l’atmosfera è volutamente sbarazzina. Prova però a portare l’attenzione all’ingresso a passo di valzer e al modo con cui la batteria cambia il tempo. E poi alla chitarra tintinnante di Peter Buck che richiama alla mente spontaneamente il suono jingle-jangle dei Byrds. E ancora alle sovrapposizioni vocali alla fine di ogni frase e al modo con cui Mike Mills, Kate Pierson e Michael Stipe cantano in sequenza il ritornello.

Altra atmosfera, ma medesimo risultato nella strepitosa “Love and happiness” di Al Green, uno dei più grandi soulman di sempre. Ascolta il suo canto pieno di trasporto e profondamente blueseggiante che presenta una quantità e qualità di inflessioni e sfumature, da generare entusiasmo al primo ascolto. Poi soffermati sul fenomenale groove che è appena tratteggiato dalla chitarra e sulla ricchezza di idee nei brevi ma continui interventi delle trombe e dell’organo elettrico.

Vogliamo parlare di tristezza? Anche se il titolo evoca il sentimento opposto non cambia nulla; la musica ti trasmette sempre e comunque felicità!

Come nel caso degli Smashing Pumpkins che iniziano il doppio album “Mellon Collie and the infinite sadness con l’omonimo pezzo strumentale. Qui la bellezza dell’armonia evocata dal pianoforte si commenta da sé. L’accompagnamento di sintetizzatori, viola e clarinetto non fa altro che regalare ancora più gioia ai nostri cuori.

E’ vero, sono solo 3 esempi; ma se la musica non è solo un semplice esercizio di mediocrità, sentirai sempre e comunque felicità. Ecco spiegato il perché di frasi come “Cantare dalla felicità” o “Canta che ti passa” che non sono solo dei modi di dire. In effetti, il canto è una meravigliosa forma di auto guarigione.

Ma anche senza cantare, con l’ascolto attivo evochiamo in noi la felicità. La sola condizione indispensabile è di indirizzare la tua energia verso la musica mostrando partecipazione.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

3 canzoni da ascoltare … e da leggere

January 30th, 2010

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Ho sempre amato leggere perché con un libro (o anche un e-book) puoi conoscere le cose in una maniera che non ha paragoni e che nessuna altra attività è in grado di darti.

Nella lettura tutto dipende da te. Sei tu e non altri a stabilire e mantenere il ritmo mentale da dare alla lettura. Hai la possibilità di fermarti a verificare, di riflettere e approfondire … insomma sei solo. Non c’è niente e nessuno che stabilisce per te come procedere e a che velocità andare.

Musica e letteratura sono sempre andate a braccetto e le loro commistioni hanno spesso dato risultati entusiasmanti.

Quando la letteratura ha preso ispirazione dalla musica sono venute fuori grandi opere come la “Sonata a Kreutzer“, il romanzo di Lev Tolstoj tratto dall’omonima sonata di Beethoven oppure “Mexico City Blues” di Jack Kerouac che si rifà ampiamente al jazz. Ma più spesso è stata la musica a trarre ispirazione dalla letteratura.

Un esempio di insuperata poeticità è “Non al denaro, non all’amore né al cielo” l’album di Fabrizio De Andrè tratto dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. In questa raccolta di poesie, l’autore americano racconta la vita di alcune persone morte e sepolte in un cimitero su una collina di un piccolo paese di provincia.

Lo stile semplice, creativo e spietatamente sincero di Masters unito alla pionieristica traduzione in italiano di Fernanda Pivano pubblicata nel 1943, periodo in cui vigeva ancora la censura del regime fascista, fecero innamorare di questi versi il giovane De André.

Con la preziosa collaborazione di Nicola Piovani, questo è uno dei dischi più belli di tutto il suo repertorio sotto ogni punto di vista. “Dormono sulla collina” è il brano d’apertura e ti conquista subito con le sue melodie morriconiane, gli splendidi inserti di flauto e violoncello e le chitarre folk su cui Faber scandisce il ricordo dei protagonisti di Spoon River.

Sempre nel 1971 esce un’altra opera fondamentale della musica italiana perché rappresenta una svolta verso i nuovi temi stilistici del rock progressivo. Si tratta di “Caronte” il secondo album dei Trip, una band fondata a Londra con suono e testi tipicamente inglesi ma i cui membri sono italianissimi.

Il titolo dell’album cita il traghettatore Caronte, uno dei personaggi principali della “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Qui il tema dantesco dei maledetti condannati ad attraversare il fiume, viene ripreso, attualizzato e traslato sulle figure di Jimi Hendrix e Janis Joplin.

L’ultima ora” è uno dei pezzi più evocativi con le sue variazioni di ritmo e quel memorabile inciso di basso che fa da tema conduttore del brano. Le tastiere di Joe Vescovi sono in grande evidenza e lungo tutto il disco soffia forte il vento del movimento progressive che sta prendendo piede in Italia.

Infine ti voglio segnalare un’altra grande opera nella storia della letteratura ovvero “1984” di George Orwell. Romanzo apocalittico che merita una lettura approfondita, con una storia ingegnosa ed inquietante capace come poche altre di far riflettere sui concetti relativi di libertà e di pensiero indipendente.

David Bowie ne trae ispirazione per alcune canzoni di “Diamond dogs“, album del 1974 a metà strada tra il periodo del glam rock caricaturale (”Ziggy Stardust”, “Aladdin Sane”) e la fase del soul elettronico (”Young americans”, “Station to station”).

Contiene la splendida e omonima “1984” che ha un effetto timbrico di chitarre che ricalca in pieno il mitico Isaac Hayes di “Shaft”. Il tema trattato è valorizzato dalle forti sfumature drammaturgiche e da un amore per l’operetta teatrale che diventa palese nel coro “come see, come see, remember me“.

3 canzoni da ascoltare … e da leggere, perché da sempre le grande musica promuove la lettura.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà