
Quest’oggi non ci occupiamo di uno strumento, bensì di molti strumenti che messi insieme formano la batteria.
Presi singolarmente, molti degli elementi che la compongono hanno origini antichissime.
Soprattutto tra i tamburi, sono innumerevoli gli esemplari rudimentali rinvenuti in ogni parte del mondo.
Ma la batteria considerata come unione di più strumenti percussivi, fa la sua comparsa verso la metà dell’ 800 negli Stati Uniti durante le esibizioni bandistiche. A quanto pare la sua evoluzione si giovò dei contributi delle più diverse etnie presenti in America : in particolare il tom che fu importato dai cinesi e i piatti che vennero lavorati dai turchi.
Oggigiorno la configurazione di una batteria completa prevede generalmente : la grancassa, il rullante, uno o più tom (o tom tom), uno o più timpani e diversi piatti tra i quali solitamente si trovano sempre almeno un crash, un ride e un charleston (o hi-hat).
Cominciamo la nostra rassegna di ascolti con il ritmo insolito di “Manic depression” (1967) della Jimi Hendrix Experience. Il tempo in ¾ unito alla figurazione ritmica assolutamente originale risultarono talmente sbalorditivi all’epoca, e lo sono ancora oggi, che lo stesso Hendrix fu costretto a impugnare le bacchette per far capire a Mitch Mitchell come doveva suonare.
Dopo un’introduzione data da basso e chitarra all’unisono, la batteria entra con un incedere memorabile dove i piatti scandiscono le prime due battute seguite da una vertiginosa rullata sulla terza. Si può apprezzare la squisita tecnica e la padronanza nelle dinamiche di Mitchell, specialmente nel finale quando si scatena in un fantastico dialogo con basso e chitarra.
Si sa che la sensibilità musicale di un batterista è semplicemente fondamentale nel dare respiro alla composizione e ciò risulta tanto più evidente nei pezzi lenti. In “The call up“, tratto dal triplo lp “Sandinista” dei Clash, Topper Headon ce ne dà ampia dimostrazione.
Coglie perfettamente l’atmosfera del brano senza essere mai invasivo ed al contempo riesce a mettere la sua impronta con un uso esteso del charleston e l’introduzione di leggerissime variazioni sia tra una frase e l’altra, sia all’interno della stessa frase. Il suo fraseggio finissimo raggiunge l’apoteosi nella seconda parte quando entrano in scena i tom e si odono diversi fantasiosi innesti come la marcetta verso la fine.
Naturalmente la sensibilità di un musicista può manifestarsi anche in contesti più adrenalinici. E’ il caso di Mark Pickerel, batterista degli Screaming Trees, che colora e incendia i paesaggi di “Beyond this horizon“. C’è da dire che l’ascolto di un solo brano di certo non rende giustizia alla sua capacità di escogitare sempre nuove e adeguate frasi ritmiche per ogni situazione.
Il pathos e l’esotismo di questa canzone sono dovuti anche al fatto che suonano solo gli elementi percussivi. E’ un ritmo incessante che nel corso dei versi si fa leggermente più diradato. Pickerel picchia sulle pelli senza soluzione di continuità eppure riesce a mantenere un equilibrio perfetto tra intensità e velocità d’esecuzione soprattutto grazie all’uso espressivo dei timpani che in diversi momenti entrano e danno profondità all’insieme.
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