Archive for the ‘Ascolto attivo’ Category

Viaggio tra gli strumenti musicali : la batteria

May 4th, 2011

batteria

Quest’oggi non ci occupiamo di uno strumento, bensì di molti strumenti che messi insieme formano la batteria.

Presi singolarmente, molti degli elementi che la compongono hanno origini antichissime.

Soprattutto tra i tamburi, sono innumerevoli gli esemplari rudimentali rinvenuti in ogni parte del mondo.

Ma la batteria considerata come unione di più strumenti percussivi, fa la sua comparsa verso la metà dell’ 800 negli Stati Uniti durante le esibizioni bandistiche. A quanto pare la sua evoluzione si giovò dei contributi delle più diverse etnie presenti in America : in particolare il tom che fu importato dai cinesi e i piatti che vennero lavorati dai turchi.

Oggigiorno la configurazione di una batteria completa prevede generalmente : la grancassa, il rullante, uno o più tom (o tom tom), uno o più timpani e diversi piatti tra i quali solitamente si trovano sempre almeno un crash, un ride e un charleston (o hi-hat).

Cominciamo la nostra rassegna di ascolti con il ritmo insolito di “Manic depression” (1967) della Jimi Hendrix Experience. Il tempo in ¾ unito alla figurazione ritmica assolutamente originale risultarono talmente sbalorditivi all’epoca, e lo sono ancora oggi, che lo stesso Hendrix fu costretto a impugnare le bacchette per far capire a Mitch Mitchell come doveva suonare.

Dopo un’introduzione data da basso e chitarra all’unisono, la batteria entra con un incedere memorabile dove i piatti scandiscono le prime due battute seguite da una vertiginosa rullata sulla terza. Si può apprezzare la squisita tecnica e la padronanza nelle dinamiche di Mitchell, specialmente nel finale quando si scatena in un fantastico dialogo con basso e chitarra.

Si sa che la sensibilità musicale di un batterista è semplicemente fondamentale nel dare respiro alla composizione e ciò risulta tanto più evidente nei pezzi lenti. In “The call up“, tratto dal triplo lp “Sandinista” dei Clash, Topper Headon ce ne dà ampia dimostrazione.

Coglie perfettamente l’atmosfera del brano senza essere mai invasivo ed al contempo riesce a mettere la sua impronta con un uso esteso del charleston e l’introduzione di leggerissime variazioni sia tra una frase e l’altra, sia all’interno della stessa frase. Il suo fraseggio finissimo raggiunge l’apoteosi nella seconda parte quando entrano in scena i tom e si odono diversi fantasiosi innesti come la marcetta verso la fine.

Naturalmente la sensibilità di un musicista può manifestarsi anche in contesti più adrenalinici. E’ il caso di Mark Pickerel, batterista degli Screaming Trees, che colora e incendia i paesaggi di “Beyond this horizon“. C’è da dire che l’ascolto di un solo brano di certo non rende giustizia alla sua capacità di escogitare sempre nuove e adeguate frasi ritmiche per ogni situazione.

Il pathos e l’esotismo di questa canzone sono dovuti anche al fatto che suonano solo gli elementi percussivi. E’ un ritmo incessante che nel corso dei versi si fa leggermente più diradato. Pickerel picchia sulle pelli senza soluzione di continuità eppure riesce a mantenere un equilibrio perfetto tra intensità e velocità d’esecuzione soprattutto grazie all’uso espressivo dei timpani che in diversi momenti entrano e danno profondità all’insieme.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : la tromba

April 4th, 2011

tromba

In questa quarta tappa del nostro viaggio tra gli strumenti musicali ascolteremo la tromba.

Questo strumento di antichissima origine viene citato molto spesso nella Bibbia e a quanto pare veniva ampiamente utilizzato già nell’antico Egitto.

Le trombe primitive erano solitamente in argento o bronzo, mentre quella contemporanea è in lega d’ottone.

Un momento assai importante nella sua storia giunse verso i primi anni dell’800 quando, attraverso l’applicazione dei pistoni, fu finalmente possibile eseguire tutta la scala cromatica lungo un’estensione di circa tre ottave.

Dici tromba e viene spontaneo pensare a Louis Armstrong, autentico patriarca dello strumento. “Big butter and egg man from the west” è uno dei moltissimi brani da antologia che ‘Satchmo’ incise per la Okeh Records nel suo periodo di maggior splendore tra il 1926 e il 1929 con le storiche formazioni degli Hot Five e degli Hot Seven. In questo sono all’opera gli Hot Five ovvero Johnny Dodds al clarinetto, Kid Ory al trombone, Johnny St. Cyr al banjo e la sua seconda moglie Lil Hardin Armstrong al piano.

Tutto da gustare il finissimo interplay tra tromba, trombone e clarinetto così come il ruvido duetto vocale dopo il quale Armstrong si produce in uno dei suoi leggendari assolo che hanno segnato un punto di svolta nell’evoluzione di quella musica chiamata jazz. Anche un ascoltatore poco avveduto, una volta ambientatosi con lo stile dell’epoca e la resa primordiale della registrazione, non può che rimanere contagiato dal gioioso e brillante senso dello swing di questo grandissimo musicista.

Passano i decenni, ma la tromba continua a primeggiare, specie nella musica nera di Sly & the Family Stone. Il ritmo incalzante unito alla cavernosità del basso e al selvaggio intreccio delle voci rendono “I want to take you higher” uno dei pezzi funk più poderosi e affascinanti di sempre. Qui sax tenore e tromba si raddoppiano e chiudono ogni frase con un deflagrante unisono come vuole la miglior tradizione rhythm & blues che assegna ai fiati una funzione prettamente ritmica.

E, come spesso accade nella musica della Family Stone, anche qui si susseguono una serie di brevi assolo che vedono protagonisti prima l’armonica, poi la chitarra e infine la tromba di Cynthia Robinson (minuto 3′45″) che, per il tempo a sua disposizione, esegue una frase semplice ed incisiva.

Per concludere ecco il Robert Wyatt di “Rock bottom“, album di sensazionale profondità tanto nella stratificazione dei suoni quanto nell’ardita ricercatezza delle linee melodiche. In un brano come “Little Red Riding Hood Hit the Road” tutto, ma proprio tutto, concorre all’apoteosi : la voce diafana che si lancia in melodie inafferrabili, gli interventi del pianoforte lungo i cambi armonici, le peregrinazioni erranti del basso di Richard Sinclair, le ipnotiche percussioni trattate in fase di produzione.

Ma sopra ogni cosa s’impone il suono insinuante e dilatato delle trombe che qui sono affidate al sudafricano Mongezi Feza. Si avverte l’atmosfera inebriante delle grandi occasioni con i timbri squillanti e nitidi di tutte queste trombe che si sovrappongono in un meraviglioso e apocalittico flusso. Invero, questo modo di utilizzare la tromba è uno dei più geniali che abbia mai udito.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il basso elettrico

March 5th, 2011

basso_elettrico

Eccoci giunti al terzo appuntamento del nostro viaggio tra gli strumenti musicali. Dopo il pianoforte e la chitarra acustica, oggi passiamo sotto i riflettori il basso elettrico.

Si tratta di uno strumento relativamente giovane che al pari della chitarra elettrica, ha rivoluzionato completamente la storia della musica. Il primo fu il Fender Precision Bass e venne messo in commercio nel 1951, giusto un anno dopo l’uscita della prima chitarra elettrica.

Grazie alla sua maneggevolezza e alle enormi migliorie in fatto di amplificazione, in breve tempo scalzò il contrabbasso (di cui parleremo in un altro articolo).

Pur essendo utilizzati più raramente,è giusto ricordare anche l’esistenza dei bassi acustici con la cassa armonica cava (hollow body) che hanno trovato diffusione a partire dagli anni ‘70.

Ed ora, con le 3 proposte d’ascolto che seguono cercheremo di mettere in evidenza le qualità del basso e le sue potenzialità all’interno della struttura musicale.

Il primo pezzo è dei Black Sabbath. Non v’è dubbio cheTony Iommi e Ozzy Osbourne siano stati grandissimi musicisti. Ciò detto, non si può non considerare la sezione ritmica sabbathiana come una delle esperienze più stupefacenti che si possano fare in ambito rock dato che Geezer Butler è uno dei più grandi bassisti di sempre e Bill Ward alla batteria non è certo da meno. La superba “Behind the wall of sleep” ne dà ampia conferma.

Il basso qui è l’anima stessa del brano. Riesce ad accompagnare sia la chitarra che la batteria in un equilibrio ritmico-armonico compatto, armonioso e dirompente. Lo stile ricorda quello di un altro fuoriclasse dello strumento ovvero Jack Bruce dei Cream, di cui Butler è un grande estimatore. Strepitoso l’inciso che con una momentanea inversione di ruoli mette la chitarra ad accompagnare l’assolo di basso.

Se ci spostiamo su territori funk, la presenza del basso elettrico aumenta considerevolmente d’intensità sprigionando tutta la sua potenza con un timbro tonante e stoppato. Nel celebre brano “Give up the funk” dei Parliament, il basso di Bootsy Collins non lascia scampo. Lui e il leader George Clinton hanno sfornato numerosissime pietre miliari del funk.

La musica dei Parliament si basa prevalentemente sul groove, mostrando più che evidenti affinità col jazz. Un brano come questo ad esempio, ha la particolarità di alternare ininterrottamente molte melodie, ma l’esaltante groove scandito dal basso dona alla canzone una notevole omogeneità di fondo e procura euforia ininterrotta.

A concludere questa breve rassegna i Talking Heads con “The good thing“, un brano che dà un’idea dell’inconfondibile ritmo staccato di Tina Weymouth ovvero uno dei fattori fondamentali della loro musica. Da 10 e lode il cambio di registro finale che imprime al pezzo un’energia pazzesca con un basso fantasioso ed indimenticabile che effettua bruschi slittamenti sulle note alte.

Si percepisce uno stile che deriva dalla tecnica del finger-picking e che attinge sia dal punk che dalla disco. Su questi presupposti, Tina ha sviluppato un sistema semplice ed efficacissimo per suonare il basso ed ha garantito un notevole sviluppo armonico alle composizioni della band. Se David Byrne è la mente, lei è il cuore pulsante dei Talking Heads.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : la chitarra acustica

February 3rd, 2011

chitarra_acustica_gibsonj200

La protagonista di questo secondo articolo della serie dedicata agli strumenti musicali è la chitarra acustica.

Dopo esserci allietati con il pianoforte, esploriamo ora alcune delle meravigliose possibili combinazioni che può offrire uno strumento a corde.

Secondo le fonti storiche i primi esemplari di chitarra risalgono al 1400 circa.

Oggi più che mai, la chitarra è uno strumento fondamentale al punto che sarebbe inimmaginabile pensare alla storia della popular music senza la sua presenza. E questo è ancor più valido considerando anche la chitarra nella versione elettrica ma di questo parleremo più avanti con un altro articolo.

Cominciamo questa serie di ascolti da Jorma Kaukonen, virtuoso della tecnica finger picking ed ex membro di Jefferson Airplane e Hot Tuna. Il brano s’intitola “Genesis” ed è il masterpiece per eccellenza di Jorma. Tratto da “Quah“, il primo album a suo nome del 1974, questo pezzo riassume ed esalta la sensibilità di questo chitarrista.

Tutto è giocato sulle 2 chitarre : la prima accompagna e tiene il ritmo suonando note singole alla maniera di un basso e la seconda delizia i sensi con una incessante e delicata rivisitazione melodica venata di blues. Gli archi che fanno capolino nella seconda parte del pezzo nulla aggiungono e nulla tolgono al valore di un brano che è chiara dimostrazione di un musicista eccellente.

Il doppio ruolo della chitarra lo ritroviamo in “Andrea“, uno dei pezzi più ispirati e famosi di Fabrizio De André. Qui, come del resto in tutto l’album “Rimini“, è evidente l’avvicinamento di Faber al folk americano. Anche questa canzone si regge quasi completamente sulla chitarra acustica ma presenta alcune varianti rispetto al caso precedente.

Anche qui due parti ben distinte e riconoscibili (ritmica e solista) che si spartiscono i canali stereofonici. La prima fornisce la struttura con il classico accompagnamento sulle triadi dell’accordo mentre la seconda interviene tra un verso e l’altro con il tema conduttore che si conclude sui celebri tremoli tipici della tradizione napoletana. Insomma, qui la chitarra acustica è sfruttata al meglio delle sue potenzialità.

Infine (noblesse oblige) concludiamo con Jimi Hendrix in una folgorante versione acustica di “Hear my train a comin’ “. La chitarra acustica era una compagna inseparabile con la quale si esercitava e componeva. Questa qui sopra è una foto inedita che ho scattato personalmente. Si tratta di una Gibson J200 del 1968, una delle chitarre che utilizzava per creare la sua musica.

Invece in questa registrazione recuperata dagli archivi e contenuta in una raccolta di inediti blues, Jimi è alle prese con il suono corposo della chitarra a 12 corde. Al contrario di tanti altri casi, questa è davvero una delle poche registrazioni ‘non ufficiali’ che meritano di essere pubblicate.

Lo stile palesa l’influenza del grande Lightnin’ Hopkins. La chitarra a volte segue nota per nota la voce e altre volte se ne distacca sovrapponendo ed alternando più linee melodiche e armoniche. Tutto quanto (compreso naturalmente il modo di cantare) va a confluire in un insieme d’impressionante forza spirituale come vuole la migliore tradizione blues.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il pianoforte

January 3rd, 2011

pianoforte

Con l’inizio del nuovo anno, inauguriamo il primo di una serie di articoli di ascolto attivo dedicati agli strumenti musicali.

Faremo un viaggio che ci porterà alla scoperta delle principali caratteristiche di uno strumento (timbro, durata, intensità, ecc.), ma anche e soprattutto dei vari ruoli che può ricoprire in un’armonia musicale d’insieme.

Infatti, focalizzandoti sui singoli elementi che compongono la musica alleni e migliori la tua capacità di ascoltare.

Si parte con il pianoforte, uno strumento che si è imposto sin dalla sua nascita a cavallo tra ‘600 e ‘700 e che simboleggia la classicità un po’ in quasi tutte le musiche.

Una classicità e un’importanza che nel jazz è evidente. Come non pensare ad esempio alla mitica “Cantaloupe island” di Herbie Hancock in cui è il pianoforte a dirigere la trama ritmica e armonica. La sua andatura costante e ripetitiva è una tipica espressione dello stile funky. Qui Hancock è perfettamente consapevole di aver trovato un giro armonico strepitoso, che si alimenta da sé e perciò non vi è alcun bisogno di divagazioni estemporanee o abbellimenti di qualsiasi natura.

Ecco allora che anche il contrabbasso e la batteria sono insolitamente basilari e rigorosi nella metrica. Al resto pensa Freddie Hubbard che nell’assolo alla cornetta riesce come sempre a distinguersi per fantasia e versatilità. Gli fa seguito il pianoforte di Hancock che con fare semplice e lineare esalta l’energia propulsiva del giro armonico.

Ma il piano ha grandissima importanza anche in campo rock. Prendiamo ad esempio John Lennon che è certamente uno degli eredi più ispirati e significativi del rock’n'roll  anni ‘50 (nel 1975 si dedicherà ad un omonimo album di cover). Il suo background musicale si riflette ampiamente nel modo di suonare. Infatti, quando non è impegnato in ballate come “Imagine” o “Love“, risaltano l’esuberanza ritmica e una formidabile abilità nello sfruttare il timbro possente di uno strumento a percussione come il piano.

In “Remember” del ‘70, il suono del pianoforte è sempre in primissimo piano e possiede una fisicità davvero notevole, tanto che regge benissimo il confronto con la profondità del basso. In certi frangenti aumenta d’intensità facendosi ancora più penetrante e raggiungendo toni cupi ed incombenti di grande forza evocativa.

Un altro grande compositore-pianista è Nick Cave, musicista non esente da certe influenze classicheggianti. “The good son” del 1990 è un grande album ma anche un saggio memorabile del suo talento pianistico. Basta citare “Sorrow’s child“, un brano semplicemente colossale dove il cantautore australiano è artefice di un meraviglioso inciso pianistico. Il pezzo mostra da subito le sua qualità : delicati tocchi di archi e chitarra elettrica, cori sussurranti, un basso al galoppo ed un canto sempre profondo e partecipe.

Ma quando fa il suo ingresso la melodia scandita dal pianoforte, ecco che il brano si manifesta in tutta la sua maestosa bellezza. L’atmosfera si fa estatica, la batteria dà la giusta enfasi e tutti gli altri strumenti sono come trasportati, completamente avvolti attorno a quella frase illuminata. Una frase in cui è fondamentale la nitidezza tanto delle note quanto delle pause, ed uno strumento come il pianoforte è ideale per farla risplendere al meglio.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

“Summertime”, le diverse versioni di un capolavoro

December 5th, 2010

george-gershwin-summertime

Il confronto e la sovrapposizione delle diverse versioni di uno standard è sempre stata un’ottima strategia per sviluppare l’ascolto attivo.

Così, dopo “Round midnight“, è la volta di un altro standard per eccellenza, ovvero “Summertime” di George Gershwin, uno dei brani più belli, popolari e polivalenti del ‘900.

Dall’anno della sua nascita (1935) è stato reinterpretato così tante volte da poter vantare una stima di oltre 20.000 versioni incise.

Come per tante altre sue opere, Gershwin compose la canzone con l’intenzione di portare l’intensità e l’energia dello spiritual afroamericano nel contesto della musica colta. Per “Summertime” disse di essersi lasciato ispirare da una ninna nanna di origine ucraina che aveva ascoltato durante un’esibizione del coro nazionale ucraino a New York.

La composizione originale contenuta nell’opera “Porgy and Bess” esalta la lenta progressione dell’armonia blues e spicca da subito, grazie alla delicata e solenne maestosità, per la sua capacità di trasmettere un senso di beatitudine luminoso ed etereo.

Per l’incredibile equilibrio raggiunto tra arrangiamento e interpretazione, tra le tante versioni restano memorabili anche quella di John Coltrane del 1961 dall’album “My favorite things” sul versante strumentale e sul versante vocale quella di Janis Joplin con la Big Brother & the Holding Company del 1968 dall’album “Cheap Thrills“.

Ma oltre a queste 3 “Summertime” assolutamente imperdibili, qui voglio portare l’attenzione su altre versioni interessanti e comunque meritevoli d’ascolto.

La prima è il celebre duetto tra Ella Fitzgerald e Louis Armstrong che nel 1957 propongono la loro “Porgy and Bess” su disco. Qui la melodia introduttiva è (ovviamente) affidata alla tromba di Armstrong. Ma è il canto di Ella a rimanere nella memoria collettiva per semplicità e limpidezza oltreché per il contrasto che si viene a creare con l’inconfondibile voce roca di Louis. La marcia in più è fornita dall’arrangiamento e dalla conduzione dell’orchestra affidate a Russel Garcia.

Ci si sposta su ben altri lidi con la “Summertime” di Al Green tratta dal suo secondo album del 1969. Qui a dettare l’armonia troviamo il basso al posto degli archi. Piuttosto statico nell’arrangiamento, il pezzo è trattato con le convenzioni soul e r&b in voga negli anni ‘60. Tuttavia il pregio del brano sta nell’interpretazione vocale morbida e colloquiale di Al Green il quale giungerà a piena maturazione nei primi anni ‘70.

Se poi andiamo a rovistare tra le cose del jazz, le versioni e le varianti aumentano considerevolmente di numero. In questo pezzo del Modern Jazz Quartet targato 1966 ritroviamo l’incontenibile voglia di improvvisazione di Milt Jackson e la maestria compositiva di John Lewis. Versione godibilissima a tinte chiaroscure, con un’atmosfera assorta che si apre e si chiude con l’enigmatico e semplice motivo scandito dal vibrafono.

Mentre in  questo concerto tenuto a Tokio nel 1987 Keith Jarrett porta in scena una versione audace che unisce gusto e innovazione. La “Summertime” a cui siamo abituati viene qui riportata a una dimensione ancestrale molto prossima a un rito voodoo, ed infatti il pianista suona in piedi tenendo il tempo come in una sorta di danza rituale. L’affascinante e ripetitivo gioco armonico scandito dalla mano sinistra induce alla trance artistica.

Insomma uno standard fra gli standard. Un brano eclettico come nessun altro, che può essere vestito in modi sempre diversi rivelandosi immancabilmente come un sommo capolavoro di composizione.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Canto e creatività : 1000 modi di usare la voce

November 4th, 2010

cantare

Quante volte ti è capitato di essere rapito da una voce?

Dal suo modo di cantare, di interpretare le note, di muoversi tra i suoni.

Si sa che ogni voce è unica e inimitabile, ma poche sono abili a cogliere il meglio dall’infinita quantità di variabili e relazioni dell’universo musicale. D’altronde non esiste un metodo per misurare la bravura di un/a cantante.

Capita spesso e volentieri che dietro al cosiddetto ‘bel canto’ o a un’intonazione perfetta si nasconda un vuoto disarmante. Questo accade perché troppo spesso si trascura la questione essenziale, e cioè che la creatività e l’espressività si manifestano sempre secondo modalità che trascendono qualsiasi parametro di valutazione, qualsiasi virtuosismo, eccentricità o correttezza formale.

La voce, come tutti gli strumenti ha bisogno innanzitutto di sperimentare, di esplorare, in definitiva di conoscersi. E’ quello che ha fatto ad esempio Demetrio Stratos, uno dei più grandi sperimentatori delle possibilità vocali sia come cantante, sia come etnomusicologo. Ed è quello che possiamo fare tutti noi dato che cantare fa bene.

Bisogna sempre ricordare che, in qualsiasi contesto, la voce può essere usata in tantissimi modi sia in fase di accompagnamento che in esecuzioni solitarie. Proviamo a sentire qualche esempio.

Un caso semplice semplice ce lo offrono i Beatles di “Lady Madonna“, il singolo del 1968 che va a passo di boogie-woogie. La formidabile inventiva del quartetto di Liverpool è evidente anche nei brani più populisti e meno ambiziosi come questo. La propensione di Paul McCartney verso le forme cabarettistiche trova qui una delle rappresentazioni più celebri.

Il momento più interessante arriva durante il ponte tra una frase e l’altra. Mentre il sax esegue un breve assolo, quelli che a una prima impressione sembrano dei fiati di accompagnamento sono in realtà delle voci all’unisono che imitano il sassofono stesso. Molto probabilmente un risultato del genere è stato ottenuto mettendo le mani a coppa davanti alla bocca.

Un altro caso lo troviamo nella spassosissima “Intervista con l’avvocato” dove Lucio Dalla immagina di intervistare Gianni Agnelli. E’ un pezzo brioso e sarcastico, contraddistinto da un’armonia blues e da un ritmo di marcia. Inoltre, aspetto molto importante, qui i versi sono declamati più che essere cantati proprio come se fosse un’intervista.

Nella parte centrale, il cantautore bolognese parte con un irresistibile scat ovvero un modo di cantare emettendo sillabe senza senso e basandosi su uno stile strumentale tipico del jazz. Al pari della voce, anche pianoforte e basso si lasciano andare ad una digressione gustosissima. Nel corso degli anni, lo scat sarà uno dei cavalli di battaglia delle sue interpretazioni.

Passiamo da un Lucio all’altro. In “No dottore“, Lucio Battisti ci offre un saggio illuminante di come la voce può regalare suggestioni che vanno oltre il classico cantare. Come un’affascinante ninna nanna, il brano si regge su un’ipnotica nenia scandita dall’organo e su un basso che dona una fisicità morbida e sensuale. Alla geniale ambiguità di fondo nel testo di Mogol si sovrappone una delle interpretazioni più originali ed efficaci di Lucio.

Col suo feeling intimo e colloquiale, questo è un brano che pullula di invenzioni vocali. Nella melodia che in alcuni momenti viene eseguita a monosillabi (la si trova anche in altri pezzi come “Respirando” dallo stesso album), nel formidabile assortimento di versi e gemiti (anche questi tipicamente battistiani) e nei vocalizzi finali il cui lessico richiama alla mente le splendide tradizioni melodiche africane.

Sono solo piccoli esempi, ma ci dicono che per essere davvero creativa, la voce può percorrere infinite vie.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà