Archive for the ‘Caccia ai tesori sepolti’ Category

A caccia di Ep - Anytime anyplace anywhere (8a puntata)

July 19th, 2010

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Extended Play (o EP) è il nome dato nel settore discografico ai dischi in vinile o ai cd la cui durata sia superiore a un singolo e inferiore a un album. E’ una specie di terra di mezzo. Un formato solitamente molto difficile da reperire sul mercato, ma che ci ha lasciato spesso tesori da salvaguardare. E’ giunto il momento di dargli la caccia! “

ANYTIME  ANYPLACE  ANYWHERE  (1986)

PLAN 9

<puntata precedente>

Ragazzi, è buio pesto!!!  Si brancola nelle tenebre più scure!

Mi è accaduto di ascoltare un capolavoro rarissimo di una band che è già di per sé semisconosciuta ed ora lo sto cercando su vinile o cd, poco importa.

Si tratta dei Plan 9 e del loro Ep “Anytime anyplace anywhere“, ma si sa che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. E poi questo è un disco che regala soddisfazioni a iosa ed è per questo che te ne voglio parlare.

La loro attività si è sempre svolta al di fuori dei consueti canoni commerciali e questo lo si evince a partire dal nome del gruppo che è tratto dal B-movie “Plan 9 from outer space” (1959) di Ed Wood, celebre e strampalato regista di pellicole a basso costo.

Band di culto di ben 8 elementi guidati dal chitarrista Eric Stumpo, i Plan 9 hanno arricchito la scena indipendente americana con ottimi dischi come “Dealing with the dead” (1983) e “Keep your cool and read the rules” (1985), entrambi caratterizzati dai fumetti trash delle copertine.

Ma il mio disco preferito è questo mini-lp del 1986. Dalle scarse informazioni che sono riuscito a ricavare, con questo lavoro la band propone una rilettura audace di 6 polverosi e semisconosciuti pezzi anni ‘50. D’altronde la copertina e il brano che dà il titolo a questo album rendono esplicite le sue radici. Questa è psichedelia impastata di punk, garage-rock, blues, new wave e rock’n'roll.

Almeno 3 i brani da antologia. Il primo è “Green animals” che vive sul magico e sottile equilibrio tra lo stralunato organetto da chiesa di Deborah De Marco ed i fantasiosi e devastanti ritmi di basso e batteria.

Poi c’è “Coloring in the dark“, brano scandito da tempi veloci e punkeggianti. Dopo 2 minuti sembra avviarsi verso una lenta ed inevitabile conclusione ma nel ritorno alla tonica, laddove qualunque band ordinaria porrebbe fine al pezzo, i Plan 9 si fanno geniali. Inseriscono una lunga digressione rallentata, metafisica, che non lascia scampo e con una tensione crescente scandita dal dialogo chitarra-batteria, colorano il buio come annunciato dal titolo.

Mentre è una chitarra pigra (e apocalittica) quella che definisce l’introduzione di “Opium night“. Qui lo strumento che da movimento e colore all’atmosfera è il basso. La strepitosa capacità di composizione diventa evidente sia nell’intermezzo in ¾ condito con una vaga melodia jazz, sia nel finale risolto con un folgorante assolo di chitarra in riverbero.

E così, nonostante le difficoltà di reperibilità, ammaliato da tanto splendore continuo a seguire le loro tracce.

Please … vuoi darmi una mano nella caccia al tesoro?

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

In viaggio sull’astronave Van der Graaf Generator

June 16th, 2010

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Sei pronto per un meraviglioso viaggio interstellare?

Se la risposta è si, allora salta sull’astronave Van der Graaf Generator. Buon per te se già li conosci, altrimenti ti consiglio vivamente di correre ai ripari.

Trattasi di una band inglese che suona progressive. “Pawn hearts” fu il loro vertice e risale al 1971. Non raggiunsero grande celebrità ma in ogni caso all’epoca non passarono inosservati specie tra il pubblico italiano. Fatto atipico, nel 1972 rimasero per 8 settimane in hit parade. Data la loro scarsa notorietà mi pare doveroso dare una rispolverata agli archivi.

Il capitano dell’astronave è Peter Hammill (voce, pianoforte e autore principale). Gli altri componenti dell’equipaggio rispondono ai nomi di David Jackson (sassofono e fiati), Hugh Banton (tastiere e basso) e Guy Evans (batteria). L’ospite di prestigio è Robert Fripp, il capitano dell’astronave King Crimson che è sempre rimasto affascinato dal loro sound alieno.

Bene … adesso allaccia le cinture e ascoltati questa “Man-Erg” che è una delle punte di diamante più luminose di tutti gli anni ‘70.

Il testo allude alla molteplicità interiore di ognuno di noi ed infatti le prime due strofe iniziano rispettivamente con :

“L’assassino vive dentro di me, riesco a sentirlo muovere… “

“Gli angeli vivono dentro di me, riesco a sentirli sorridere… “

A dispetto di altre formazioni coetanee come Genesis e Yes, i testi dei Van der Graaf Generator non sconfinavano mai nel fantastico. Peter Hammill aveva un approccio più drammaturgico e intimista e questo si rifletteva ovviamente anche nella musica.

“Man-Erg” in questo senso è esemplare.

Si parte subito con una linea di pianoforte distesa e la melodia liricissima di Hammill punteggiata dai sintetizzatori che fanno la parte solitamente eseguita dagli archi … poi entra la batteria ed il suono si fa corale … sontuoso Evans che con sottilissime variazioni ritmiche ci conduce fino ad un devastante cambio di tempo … i sassofoni, accompagnati da chitarra e tastiere, sono lanciati in una corsa furiosa, apocalittica … intanto il canto di Hammill si inasprisce e l’armonia si espande in uno spazio alieno e dissonante …

… dopo la tempesta si rallenta e l’organo di Banton ci conduce alla melodia secondaria (più sommessa ma altrettanto stupenda)… di sublime delicatezza l’assolo di sax di Jackson con in sottofondo la chitarra sempre minacciosa di Fripp … dopodiché si torna alla melodia principale che stavolta si dissolve in un coro epico … intanto si sovrappone nuovamente il furioso cambio di tempo che crea un meraviglioso intarsio di armonie … chiusura solenne sulla tonica ed eccoci alla fine … sono passati solo 10 minuti ma sembrano anni luce.

Che dire! Ascoltalo più e più volte! Spero che queste righe ti possano servire come introduzione al brano.

Il disco in questione include altri due capitoli tra i più belli dei VDG Generator : ”Lemmings” coi suoi splendidi intrecci ritmico-melodici e “A plague of lighthouse keepers” una suite di 23 minuti divisa in 10 parti che occupa tutto il lato B dell’album.

Dall’astronave VDG Generator, passo e chiudo!!!

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

La fantastica storia di Betty Davis

May 18th, 2010

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La storia del cinema ha avuto una diva del calibro di Bette Davis ma anche la storia della musica ha avuto la sua Betty Davis. Un’artista magari poco conosciuta ma certamente una protagonista fondamentale dell’universo a sette note per svariati motivi e a vari livelli.

La sua storia è incredibilmente ricca di interesse ed è il risultato di una ragazza tutta pepe, tanto bella quanto irrequieta e soprattutto provvista di un’acuta sensibilità musicale.

Betty Mabry (questo il suo vero nome) nasce nel North Carolina nel 1945. Quando a 16 anni si trasferisce a New York per studiare, ha inizio un’avventura entusiasmante che la vedrà al centro di tanti fatti. Comincia a lavorare come modella e pian piano, frequentando l’ambiente musicale, riesce a conoscere diversi artisti tra cui Jimi Hendrix e Sly Stone che diventano le due figure chiave della suo futuro.

Nel 1967 accade un altro evento che cambierà per sempre il corso della musica: Betty incontra Miles Davis e lo sposerà nel settembre del 1968. La loro relazione burrascosa ed instabile durerà giusto un anno ma nel frattempo lei influenzerà profondamente il grande jazzista (come afferma lui stesso nella sua biografia) spingendolo verso il rock psichedelico di Hendrix e il funk di Sly Stone.

Profondamente influenzato dal nuovo sound di Hendrix, Miles Davis inciderà album come “In a silent way” e “Bitches brew“, decisivi per aprire la strada alla fusion. Per questo oggi Betty Davis viene spesso indicata con buona ragione come “la donna che inventò la fusion”.

Basterebbe anche solo questo per ricordarsi di lei, ma mademoiselle Mabry non si è fermata qui. Nei primi anni ‘70 mantiene il cognome del celebre marito e comincia a scrivere canzoni in proprio. Poi riunisce una schiera di musicisti strepitosa: Neal Shon chitarrista dei Journey e membri di Sly & The Family Stone, Graham Central Station, Tower of Power e il gruppo vocale delle Pointer Sister.

Il suo primo album, “Betty Davis” (vedi foto) esce nel 1973 seguito a ruota da “They Say I’m Different ” (1974) e “Nasty Gal ” (1975). Le idee musicali della signorina sono di altissimo profilo: chitarre taglienti come lame, bassi di potenza inaudita, ritmi e fiati dai sapori jazz e soprattutto dei groove micidiali che sono la quintessenza stessa del funk.

Su tutto svetta la spiccata personalità di Betty, con la sua voce nera come la pece e con quel canto graffiante, sensuale, capace di sprigionare una grinta che non ha termini di paragone. Le reginette del r&b e del soul odierno (che le devono tantissimo!) sembrano scolarette sbiadite al confronto.

A questo punto della storia succede quel che non ti aspetti. Pur avendo tutte le carte in regola per sfondare, nessuno dei 3 album ottiene un buon successo commerciale e così la Davis decide di fare le valigie e tornarsene dalla famiglia in Pennsylvania. E’ praticamente la fine della sua vita pubblica.

Ma nel frattempo la signorina che ha cambiato la storia della musica, ci ha lasciato 3 dischi sopraffini, da vera regina del funk. E sono tracce indelebili che inevitabilmente vengono (e verranno) a galla col tempo.

Ascolta questa “Anti Love Song“, uno dei brani più torridi e passionali del suo repertorio … questa è davvero un’artista tutta da scoprire.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

A caccia di Ep - Explosions in the glass palace (7a puntata)

April 12th, 2010

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Extended Play (o EP) è il nome dato nel settore discografico ai dischi in vinile o ai cd la cui durata sia superiore a un singolo e inferiore a un album. E’ una specie di terra di mezzo. Un formato solitamente molto difficile da reperire sul mercato, ma che ci ha lasciato spesso tesori da salvaguardare. E’ giunto il momento di dargli la caccia! “

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EXPLOSIONS IN THE GLASS PALACE

RAIN PARADE

1984

<puntata precedente>

Quando si studia la storia, gli anni ‘80 passano sempre per essere il decennio di plastica, un periodo di sfrenata ed irreversibile commercializzazione della musica e non solo. Questo è vero ma c’è anche il rovescio della medaglia.

Ad esempio gli anni ‘80 sono stati un decennio d’oro per la produzione indipendente americana e la caccia alla grande musica regala grandi soddisfazioni specie per un formato come l’EP, veicolo di promozione ideale nell’attività delle etichette più piccole.

Una delle correnti musicali più ricche ed interessanti è stato certamente il Paisley Underground. Il termine viene utilizzato proprio per indicare quel movimento musicale ’sotterraneo’ nella musica americana degli anni ‘80 che recuperava e riattualizzava il folk-rock e la psichedelia degli anni ‘60. Per la cronaca, Paisley era una linea di abbigliamento in classico stile flower power molto in voga negli anni ‘60.

Un fermento che in quegli anni ha avuto come protagonisti tanti gruppi validi ed influenti. I piu importanti? Dream Syndicate, Thin White Rope, Green on Red e una band dalla vita breve ma determinante: i Rain Parade. Con il loro stile fatto di ritmi rallentati, cori leggeri ed evocativi, suoni onirici, riverberi e arrangiamenti chitarristici da favola, hanno dato un contributo notevolissimo a quella scena musicale.

La formazione iniziale comprendeva i fratelli David e Steven Roback (voci, chitarra e basso), Matthew Piucci (chitarra e sitar), Will Glenn (tastiere e violino) ed Eddie Kalwa (batteria). Dopo il primo disco David Roback abbandona (sarà protagonista di altri interessanti progetti con Opal e Mazzy Star) ma nel frattempo la band trova le risorse creative per portare a termine “Explosions In The Glass Palace“, una delle gemme più belle e limpide degli anni ‘80. Sono 5 canzoni dolcemente ipnotiche.

You are my friend” è un brano semplice e diretto che rende subito l’idea dei suoni morbidi e sognanti dei Rain Parade … ma il bello deve ancora venire. Prima con “Prisoners” dove un reiterato giro di basso fa da base al delicato vortice di chitarre slide, e poi con “Blue“, canzone più ritmata ma resa anche lei preziosa dai delicati ricami chitarristici tra Piucci e Roback.

Il secondo lato, che si apre con lo stesso suggestivo fraseggio di chitarra con cui si era chiusa la prima parte, ci offre altri 2 strepitosi esemplari di psichedelia americana.

Broken horse” meravigliosamente lenta, lirica ed arpeggiata con quei lunghi silenzi al termine di ogni frase che rendono tutto ancora più riflessivo ed evocativo. Ed infine “No easy way down“, brano ipnotico e torrenziale con melodie sinuose e accenti di batteria che richiamano i raga indiani. Ad alzare il pathos di questo pezzo struggente e visionario provvedono l’organo e nel finale i violini.

Come detto, purtroppo la carriera dei Rain Parade è stata di breve durata e con una produzione discografica piuttosto esigua. Ma nel nostro caso è anche una fortuna visto che la ristampa riunisce in un unico cd il primo ottimo album “Emergency third rail power” e questo favoloso EP. Un’occasione da cogliere al volo dato che racchiude tutto ciò che serve ascoltare del gruppo.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

The world is a ghetto - War

March 14th, 2010

the-world-is-a-ghetto_warTHE WORLD IS A GHETTO

WAR

1972

*per ascoltare clicca sul titolo della canzone

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Oggi voglio portarti a San Diego! L’assolata città californiana che si affaccia sull’oceano Pacifico e dista pochi chilometri dal confine col Messico.

Da sempre nel Sud degli States sono germogliati numerosi stili musicali e si sono messe in luce strepitose band capaci di unire con grande naturalezza la cultura musicale nazionale con quella messicana. Tra le proposte più recenti sono da segnalare i Calexico, duo affiatato e fecondo proveniente dall’Arizona.

Ma prima di loro si sono succedute molte altre band capaci di arricchire di fascino e interesse una zona vivacissima a livello artistico. Una delle più gloriose (e semisconosciute qui in Europa) è stata certamente quella dei War, gruppo attivo fin dal 1969 e proveniente per l’appunto da San Diego.

La loro è una musica basata sull’r&b e suonata sempre in perfetto equilibrio tra funk e rock. In più, non disdegnano gradevolissime incursioni nel jazz e nella musica latina che regalano davvero un tocco in più e che hanno dato al gruppo una buona dose di successo specie tra le comunità ispaniche.

Guidata da Howard Scott, la formazione originale degli anni ‘70 comprendeva 7 elementi e oltre alla classica sezione chitarra-basso-batteria, poteva contare su un ampio parco strumentale(sax, flauto, tastiere elettriche, armonica e percussioni).

Hanno raggiunto la notorietà grazie alla collaborazione con Eric Burdon che all’inizio degli anni ‘70 aveva appena abbandonato gli Animals. L’affiatamento tra il cantante inglese e la band è fruttuoso ed immediato e porta ad un ottimo disco : Eric Burdon declares “War”. Da lì prende il via la loro carriera.

Una delle canzoni più belle dei War è “The worl is a ghetto“. Il brano è lungo. Dura una decina di minuti ma sono certamente spesi bene. Vieni con me … addentrati nella musica!

Mentre la voce traccia una suadente melodia, prova a seguire l’inesauribile serie di decorazioni da parte del coro e delle seconde voci. Il passaggio dell’armonica è breve ma determinante per l’atmosfera generale. E’ invece lungo, ma altrettanto incisivo, il sax che si lancia in una suggestiva sequenza di note tenute e poi in una serie di assoli che solitamente si sentono fare da una chitarra.

The world is a ghetto” è anche il titolo dell’omonimo disco del 1972, forse il periodo migliore per i War. Seguiranno altri pregevoli lavori come “Deliver the word” e “Why can’t we be friends?“. E se ami particolarmente il rock dai sapori latini, ti segnalo anche “Galaxy“, delizioso album del 1977 dai suoni morbidi e visionari.

Questi sono proprio musicisti coi fiocchi. Da riscoprire!

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

69 Love Songs per San Valentino

February 9th, 2010

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Si avvicina San Valentino e non sai cosa regalare?

Bene, prova a immaginare di dedicare 69 serenate d’amore all’innamorato/a. E di poterlo fare tutto in una sola volta.

Ipotesi suggestiva, vero?

Ebbene, c’è chi ci ha già pensato! Il suo nome è Stephin Merritt ed è il leader polistrumentista dei Magnetic Fields, gruppo che da una ventina d’anni suona pop non convenzionale.

Si narra che il suo progetto iniziale fosse quello di rendere un sontuoso omaggio alla canzone d’amore attraverso 100 pezzi. Poi ha ragionevolmente abbassato la cifra a 69, numero ispirato e significativo anche per i suoi riferimenti erotici.

E così, dopo 4 anni di intenso lavoro, la folle idea di Merritt si è materializzata con “69 love songs“, triplo album uscito nel 1999, intellettualmente pretenzioso e spericolato, ma dagli esiti davvero felici.

23 canzoni racchiuse in 3 cd, “69 love songs” è un’operazione mastodontica che vuole celebrare la canzone d’amore in tutte le sue possibili sfumature e mette in scena tutte le diverse fasi di un rapporto amoroso.

Con intento enciclopedico, i Magnetic Fields suonano pop da camera che ruota a 360° e cita in un vorticoso tourbillon le tante musiche che hanno segnato il ‘900. Una sequenza impressionante di brevi quadretti ora teneri e tenui, ora spigliati e bizzarri attraverso i quali avvicinarsi ad innumerevoli stili musicali quel tanto che basta per annusarne il profumo.

Un disco dove traspare spesso la passione per la musica classica. Enorme anche la quantità di strumenti usati con prevalenza di sintetizzatori, violoncello (Sam Davol), fisarmonica, pianoforte (Claudia Gonson), chitarra e banjo acustici (John Woo), percussioni e tastiere di ogni tipo.

Musica e parole che spaziano in lungo e in largo. Si parte con la splendida “Absolutely Cuckoo” e si prosegue con una sfilza godibilissima di pop romantico che con ironia e leggerezza sfugge la banalità. Per un assaggio, segnalo qualche titolo : “I Don’t Believe in the Sun“, “Come Back from San Francisco“, “World Love“, “Papa Was a Rodeo“, “The Sun Goes Down and the World Goes Dancing“, “Underwear“, “The Death of Ferdinand de Saussure“, “Zebra“.

Un lavoro esaltato dalla critica che all’epoca è passato un pò in sordina anche perchè uscì in 3 volumi separati. Ma ormai da diversi anni è disponibile in un unico cofanetto che sfiora le 3 ore di musica ed ha un ottimo rapporto qualità/prezzo (dalle 20 euro in giù). Insomma un regalo coi fiocchi per un disco da ascoltare in coppia … ma anche da single.

Perché si sa, Cupido è sempre pronto a scoccare le sue frecce.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

A caccia di EP - An ideal for living (6a puntata)

January 13th, 2010

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Extended Play (o EP) è il nome dato nel settore discografico ai dischi in vinile o ai cd la cui durata sia superiore a un singolo e inferiore a un album. E’ una specie di terra di mezzo. Un formato solitamente molto difficile da reperire sul mercato, ma che ci ha lasciato spesso tesori da salvaguardare. E’ giunto il momento di dargli la caccia! “

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AN IDEAL FOR LIVING

JOY DIVISION

1978

<puntata precedente>

Dicembre 1977. Un gruppo chiamato Warsaw (nome preso da un brano strumentale di David Bowie) entra in studio di registrazione e incide 4 tracce. Non potendo fare altrimenti, i 4 componenti della band si autoproducono.

Nel frattempo cambiano nome in Joy Division e con una versione 7 pollici pubblicata nel giugno del 1978 in edizione limitata a 1000 copie e una versione a 12 pollici in settembre, cambiano anche la storia del rock.

L’Ep si intitola “An ideal for living” con in copertina il disegno di un ragazzo della Gioventù Hitleriana intento a suonare il tamburo. Testimonianza delle atrocità dei campi di sterminio, parte da qui il viaggio senza ritorno di Ian Curtis tra le desolazioni dell’animo umano.

E’ solo un Ep autoprodotto, ma la musica della band inglese non ha bisogno di accorgimenti particolari per spiccare il volo. E così sarà!

Se qualcuno nutre dubbi sulle radici del gruppo, con questo EP non può di certo sbagliare.”An ideal for living” è punk in senso stretto. Trattandosi dei Joy Division, è a tinte dark, ma è pur sempre punk e pure di gran pregio.

Il rock’n'roll è ancora ben udibile tra le 4 tracce. I ritmi sono nervosi e veloci e la chitarra di Bernard Sumner suona tagliente e senza orpelli secondo i canoni del periodo. La voce di Ian Curtis grezza ed insofferente, a tratti irriconoscibile, non ha ancora i toni profondi e apocalittici che seguiranno ma è perfetta per questi brevi schizzi di angoscia e ribellione.

Dulcis in fundo, la sezione ritmica di Peter Hook (basso) e Stephen Morris (batteria) che ti dà i brividi lungo la schiena a ogni passaggio già in questo debutto. “An ideal for living” mette in gran risalto il loro lavoro.

Sono poco più di 12 minuti, ma tanto basta. “Warsaw” con i suoi accordi discendenti tipici del punk inglese e “Failures” con uno Stephen Morris da favola sono i pezzi più veloci e stabiliscono nuovi vertici espressivi del punk fine anni ‘70.

Mentre il dark fa capolino in “Leaders of men” con linee di basso inquiete e la voce echeggiante di Ian Curtis e in “No love lost” con le sue fascinose dinamiche tra rullante e charleston e un ostinato di chitarra che è uno dei tratti più geniali del sound Joy Division.

Un piccolo gioiello da non perdere specie per un gruppo che, per cause di forza maggiore, è stato attivo nel breve e intenso volgere di 3 anni.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà