Archive for the ‘Caccia ai tesori sepolti’ Category

Introduzione al folk celeste di John Martyn

November 20th, 2011

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Un benvenuto a te, caro lettore dall’altra parte dello schermo! Sappi che non sei capitato su questa pagina per caso.

Se sei qui è semplicemente per segnare sul tuo taccuino questo nome : John Martyn.

Chi è costui? Brevemente, si può dire che è stato uno dei più grandi autori degli anni ‘70 o anche uno dei più grandi compositori folk di sempre.

Chitarrista e cantante nato nel Surrey inglese nel 1948, dopo aver trascorso tutta l’infanzia e l’adolescenza a Glasgow, Martyn inizia la carriera professionistica a 17 anni quando si trasferisce a Londra e comincia ad esibirsi nei folk club. Non ci vuole molto prima che un uomo competente ed intuitivo come Chris Blackwell si accorga di lui.

E così, sotto l’ala protettiva della Island Records, Martyn esordisce nel 1967 a soli 19 anni con il primo album. E’ questo un periodo di ambientazione e di formazione sia dal punto di vista artistico (si confronta con giganti quali i Fairport Convention, i Pentangle e Nick Drake con il quale diventa subito amico) che personale (conosce Beverley, sua collaboratrice e futura moglie).

La maturazione definitiva giunge puntuale tra il 1971 ed il 1975 quando il folk man scozzese realizza una sequenza di opere di assoluta eccellenza. Da “Bless the weather” a “Sunday’s child”, passando attraverso l’irripetibile ispirazione di “Solid air” e “Inside out“, ci si trova al cospetto di lavori imprescindibili specie per gli amanti del folk britannico.

Sono album che delineano perfettamente lo stile e la poetica del loro autore : una collezione di celestiali ballate acustiche intrise di blues e jazz con divagazioni strumentali sempre misurate ed evocative. La sua voce morbida e corposa si trasforma sovente in una specie di strumento a fiato che plana tormentato e sublime sulle melodie. Altrettanto poliedrica e fantasiosa la chitarra che sa deliziare con la delicatezza degli arpeggi e l’armoniosa cura degli arrangiamenti. Impressionante è anche la tavolozza dei suoni che si giova di timbri liquidi e vibranti come nel caso della chitarra trattata con l’echoplex, vero e proprio marchio di fabbrica dell’artista.

Alla pari del coetaneo Nick Drake, anche i dischi di Martyn non hanno trovato un adeguato riscontro commerciale. Ma se l’arte di Drake ha ricevuto una postuma ed improvvisa rivalutazione che ne ha decretato una certa notorietà, non altrettanto è capitato al suo amico Martyn, scomparso quasi 3 anni fa tra la generale indifferenza. Ma, come ti dicevo, non sei capitato qui per caso ed ora hai la possibilità di rimediare e di goderne i benefici in prima persona.

Ti lascio in compagnia di “Solid air” (il brano, non l’album!) sublime pezzo del 1973 dedicato all’amico Nick Drake che sarebbe scomparso un anno dopo. La tessitura jazz è vellutata, rarefatta, ricamata con gran classe mentre il blues affiora prepotente nel canto che rende ardente e palpabile la stupenda melodia. La magnetica destrezza di Danny Thompson al basso acustico e gli interventi preziosi di sax e vibrafono fanno il resto.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Wipers, una band troppo in anticipo sulla storia

October 21st, 2011

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Questa è la bizzarra storia di Greg Sage, un ragazzo in gamba con tanto talento, tanta determinazione e, purtroppo per lui, anche tanta tanta sfiga.

Siamo a metà anni ‘70 nella zona di Portland (Oregon) e Greg è un 25enne cantante e chitarrista con la passione sia per il rock classico, sia per il punk che in quel periodo imperversa in lungo e in largo.

Intanto, per mantenersi fa diversi lavori. Tra i tanti va segnalato quello del lavapiatti perché sarà decisivo nel dare il nome alla sua band di ’strofinacci’.

Così nel 1977 fonda i Wipers (strofinacci) arruolando il bassista Dave Koupal ed il batterista Sam Henry, i quali lo accompagneranno nei primi due dischi. Il 1979 è l’anno dell’esordio: “Is this real?” è un disco epocale e con una qualità media davvero ragguardevole ma non se ne accorge nessuno.

Chissà, forse era troppo lontano dal punk, ma anche dal pop, dal dark, dal rockabilly e da quant’altro si potesse immaginare allora, per interessare il pubblico. Ancora non lo sapeva nessuno, ma quello che suonavano Greg e soci era semplicemente grunge con 10 anni d’anticipo sul resto del pianeta.

I Wipers proseguono con Sage che si autoproduce ad ogni album: è la volta prima di “Youth Of America” (1981), poi di “Over the edge” (1983). Sono altri splendidi dischi che oltre alla qualità, con il loro predecessore hanno in comune la bruttezza delle copertine e il pressoché totale disinteresse del pubblico. La lontananza dalle grandi capitali americane non contribuisce di certo a cambiare la situazione.

Si dirà che è un fatto naturale: agli artisti troppo in anticipo sui tempi è sempre toccata in sorte l’indifferenza dei propri contemporanei, ma nel caso di Greg Sage la sorte si è accanita oltremisura. Quando, dopo un decennio e oltre passato a predicare nel deserto, nel 1989 decide di sciogliere la band, ecco che il mondo è pronto a decretare il successo di quella musica chiamata grunge (eh già; la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo!). Sage prova una reunion nel 1993 ma siamo fuori tempo massimo e così il gruppo continua inesorabilmente a navigare nell’anonimato.

In compenso, la loro musica impastata di punk, garage-rock, new wave, sempre attenta alla melodia e con una spiccata sensibilità psichedelica ha fatto proseliti; eccome! La schiera di band che sono state influenzate dai Wipers è lunga e prestigiosa : Sonic Youth, Nirvana, Melvins, Pixies, Meat Puppets, Hole e via discorrendo.

Per farti un’idea, ascolta “Is this real?“, una canzone che conquista subito con quel canto disilluso, quella melodia sofferta e quelle chitarre corrosive. Come già accennato, tra gli estimatori più celebri e riconoscenti vi sono i Nirvana che li hanno sempre candidamente indicati tra i loro principali punti di riferimento: per delucidazioni prova ad ascoltare pezzi come “D-7” e “Return of the rat“.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

I Jayhawks e la rivisitazione del country

September 25th, 2011

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Quante volte capita, in musica come nella vita, di imbattersi in qualcosa o qualcuno di talmente leggero, brioso e spensierato da indurci a ritenerlo per questo stesso motivo superficiale e magari indegno di attenzione.

La forza pressante e perpetua delle associazioni di pensiero, spesso spinge le nostre menti verso errori di questo genere. È bene ricordarlo (specie se ami musiche dure e/o elaborate) casomai ti dovesse capitare di ascoltare una band come i Jayhawks.

Al pari degli Uncle Tupelo, i Jayhawks sono stati tra gli alfieri più fieri ed ispirati del classico country americano di fine secolo. I loro leader indiscussi, Mark Olson e Gary Louris, hanno voluto e saputo restaurare in chiave moderna lo spirito gioviale e malinconico di quelle antiche tradizioni musicali.

Come già ti ho accennato, la leggerezza complessiva delle loro canzoni, non è sinonimo di superficialità né di conformismo. La dolcezza dell’impasto armonico e la ricchezza delle sfumature melodiche sono i segni più evidenti di una tenace ed orgogliosa indipendenza di spirito. Un fatto che non a caso li ha mantenuti nelle zone basse delle classifiche di vendita e decisamente lontani dai circuiti radiofonici.

Le caratteristiche più rilevanti sono la presenza frequente dell’armonica a bocca e dell’organo Hammond ed una notevole omogeneità dei suoni che sono frutto di arrangiamenti sobri ed essenziali. Ma sicuramente il grande punto di forza è l’incredibile armonizzazione delle voci : Olson e Louris si spartiscono equamente i compiti con il canto a due voci, i cori e i controcanti che danno la marcia in più ad ogni composizione.

Attivi sin dalla seconda metà degli anni ‘80, la svolta per i Jayhawks è arrivata nel 1991 quando hanno firmato per la Def American Recordings. La prima metà degli anni ‘90 è foriera di soddisfazioni con un paio di album, “Hollywood town hall” (1992) e “Tomorrow the green grass” (1995), che si impongono (specialmente il primo) come importanti punti di riferimento per il folk americano moderno.

Poi, come spesso accade in questi casi, l’equilibrio della magica coppia Mark Olson/Gary Louris si rompe interrompendo definitivamente l’alchimia della formazione. La carriera del gruppo continua col solo Louris ma si arena verso un pop scialbo e melenso.

Ci restano un pugno di meravigliose canzoni del periodo d’oro meritevoli di essere strappate al buio dell’anonimato. Prova ad esempio ad ascoltare questa “Bad time“, uno dei loro brani più scintillanti.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

King Sunny Ade e la musica jùjú

July 21st, 2011

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Quest’oggi andiamo a scavare tra i tesori della Nigeria, uno dei paesi più prolifici di tutto il continente africano. Un luogo dove nell’ultimo secolo, si sono avvicendate una grande quantità di musiche, molte delle quali hanno trovato diffusione internazionale.

L’area maggiormente attiva è quella nei presi di Lagos, la capitale del paese e zona in cui predomina l’etnia Yoruba. E’ proprio qui, in questo contesto, che si creano i presupposti per la fioritura della musica jùjú, un genere in grado di rielaborare con innegabile fascino ed in chiave moderna le musiche etniche tradizionali.

Se l’origine etimologica del termine è incerta, in compenso sappiamo che essa prese piede intorno agli anni ‘20 del secolo scorso.

Nella sua forma tradizionale è suonata da un’orchestra assai nutrita che comprende cori, percussioni, chitarre e tastiere ed è sovente allietata sul palco da giovani danzatrici di fire dance.

King Sunny Ade è certamente uno dei più famosi ed apprezzati esponenti della jùjú, oltreché uno dei più grandi innovatori. A fianco delle modulazioni suggestive prodotte dai tamburi parlanti, che rappresentano il fattore più caratteristico, egli ha integrato nel corso della sua carriera una serie di elementi di enorme importanza che hanno contribuito in maniera determinante all’evoluzione del genere.

Ade ha introdotto il basso elettrico, la chitarra slide e il vibrafono ma anche il suono dei sintetizzatori. Ha rinnovato i timbri e i ritmi traendo spunto dal dub giamaicano. Ha ampliato e arricchito la struttura dei brani passando spesso dalle canzoni di 3-4 minuti alle suite di 15-20 minuti. Ed infine, altro fattore fondamentale, si è dedicato con passione al lavoro in studio di registrazione portando particolare attenzione ad aspetti come il riverbero spaziale.

Il suo canto possiede la grazia e la dolcezza necessarie a questo tipo di suoni. Ma è degno di nota anche il finissimo intreccio che si viene a creare tra chitarre e tastiere, specialmente nei passaggi più rapidi e impetuosi. L’unione tra perizia tecnica e sensibilità ritmica è proverbiale, tanto da far guadagnare a King Sunny Ade la stima e la devozione incondizionata di musicisti come Trey Anastasio.

Attivo sin dagli anni ‘60, Ade ha raggiunto nei primi anni ‘80 un fugace ma significativo momento di notorietà quando ha pubblicato una serie di dischi per la Island Records. Da poco orfana di Bob Marley, l’etichetta fondata da Chris Blackwell, puntò su di lui per un certo periodo. I risultati furono lusinghieri, specie sotto il profilo artistico dato che Ade diventò in breve uno dei pionieri del nascente fenomeno della world music.

In particolare “Jùjú music” e “Synchro system” sono degli ottimi dischi che, pur essendo concepiti per il mercato internazionale, offrono uno spaccato assai interessante di questa musica. Tutti i tratti distintivi di cui ho scritto sopra si ritrovano in “365 is my number“, brano tratto dal primo dei due album citati.

Una vera prelibatezza africana che mi auguro possa stuzzicare il tuo appetito musicale.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Riposa in pace! Omaggio al grande Gil Scott-Heron

June 21st, 2011

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Quando circa un paio di mesi fa ho deciso la pubblicazione di questo articolo, di certo non potevo prevedere che nel frattempo colui di cui dovevo scrivere sarebbe deceduto.

Ebbene, Gil Scott-Heron ci ha lasciato meno di un mese fa, il 27 Maggio 2011, all’età di 62 anni. E così ora l’articolo in questione, oltre a diffondere la conoscenza della sua arte deve necessariamente assumere i toni di un necrologio.

Ma è un necrologio celebrativo perché Gil è stato certamente un grande artista che ha dato veramente tanto e non solo al mondo della musica. Oltre alla strepitosa produzione musicale è stato capace di elevarsi ben al di sopra della media anche come poeta, scrittore e attivista afroamericano.

Ciononostante, non sono in molti a conoscerne le gesta, specie in Europa.

Parlando di sé, si divertiva a definirsi “uno scienziato che si occupa dell’origine del blues“. Vero, verissimo, perché Gil era perfettamente capace di cogliere l’ispirazione appropriata per dare alla luce album dal fascino e dalla qualità eccelsi, in cui accanto a testi impegnati e/o profondamente poetici si ritrovano interpretazioni ricche di genio e una sopraffina musicalità di radice nera. E fu proprio questa sua ricerca dell’origine del blues che gli permise di anticipare di decenni generi musicali come il rap.

Scott-Heron nasce nel 1949 a Chicago, nell’Illinois. Passa la sua prima infanzia nel Tennessee per poi trasferirsi a New York e trascorrere gli anni della giovinezza nel Bronx. Gil frequenta l’università ed è un ragazzo pieno di idee e talento. Lo dimostra già alla fine degli anni ‘60 distinguendosi per la scrittura del suo primo romanzo (The vulture) e per un’intensa attività come autore di spoken word, ovvero poesie recitate su basi musicali.

Il suo primo disco di spoken word (”Small talk at 125th & Lenox Ave.” del 1970) lo lancia in orbita presso il grande pubblico, come avviene anche per i contemporanei Last Poets. Da quel momento e fino ai primi anni ‘80 Scott-Heron diventa uno dei più valorosi protagonisti non solo della musica nera, ma di quella americana in toto. Lo fa col supporto di un fidato co-autore e tastierista del calibro di Brian Jackson e di un nutrito gruppo di musicisti d’area jazz. Tra la messe di titoli, ti segnalo capolavori come “Pieces of a man” (1971), “Winter in America” (1974) e “Reflections” (1981).

Come detto il suono ruota attorno al blues, ma spesso e volentieri anche nei dintorni del soul, del jazz e del funk. Che sia incandescente o leggiadra, la materia che tratta Gil è sempre magmatica, piena di soluzioni stilistiche ed espressive di grande originalità. Una materia che lui arricchisce con versi sempre lucidi e taglienti in cui si tratta d’amore, di ignoranza sociale, di consumismo di massa, di leggende afroamericane e quant’altro. S’odono groove profondi e pieni di sentimento su cui aleggiano sfumature vocali alla Marvin Gaye, preziosismi alla Curtis Mayfield e invettive alla James Brown.

Poi la carriera discografica subisce una pausa a metà anni ‘80 quando l’Arista lo lascia senza contratto e lui compensa come può continuando a fare tour. Negli anni ‘90, con l’affermazione del rap, la sua immagine viene rivalutata al punto da renderlo una sorta di padre spirituale per le giovani leve. Eppure, anche in momenti di affermazione come questo, vengono fuori la sua personalità e la sua integrità dato che non lesina critiche nei confronti di un certo modo di intendere la musica : “C’è una grande differenza tra mettere parole sopra qualche musica, e fondere quelle parole nella musica. Non c’è molto di divertente. Oggi si usa molto slang e termini colloquiali e non riesci davvero a vedere dentro la persona. Al contrario, c’è solo molta affettazione“.

Poi, verso la fine degli anni ‘90, per lui arriva il periodo più buio, culminato con diversi problemi giudiziari legati alla droga. Ma arriva anche la riabilitazione e con essa il ritorno alla musica attraverso un disco accorato e bruciante, “I’m new here” del 2010, ultima testimonianza prima di lasciare questo mondo.

Ed oggi, caro Gil, mi auguro che tanti altri ancora possano godere della tua arte.

Peace Go With You, Brother!

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Violent Femmes, gli artigiani del Wisconsin

May 22nd, 2011

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Questo articolo ha un obiettivo semplice e preciso.

Infatti, se la musica di questo trio di strada proveniente dal Wisconsin dovesse giungere alle tue orecchie, ebbene, a quel punto potrò considerare compiuta la mia missione.

I Violent Femmes sono un trio la cui musica è una vivace e vibrante rivisitazione del folk americano filtrata in maniera personalissima attraverso le intense alterazioni del punk, gli incalzanti accenti del country, i cori del gospel e le convulsioni della new wave.

Il clima varia di volta in volta e può farsi folle e stralunato, forsennatamente oscuro oppure languido e sognante. Una vena autoironica, l’uso creativo di una strumentazione prevalentemente acustica e spartana e la propensione all’eccentricità e al misticismo di Gano fanno il resto.

Soprattutto, ciò che più colpisce è quella gradevolissima sensazione di musica autoctona che si avverte costantemente alla base di ogni canzone.

Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor De Lorenzo vengono da Milwaukee e la loro opera ha rappresentato al meglio l’idea d’artigianato in musica dove dei suoni volutamente sgangherati e approssimativi acquisiscono la loro piena nobiltà grazie alla rabbia e al feeling dell’interpretazione.

Così troviamo toni da jug band, strutture metriche da filastrocca, ritmi scanditi da spazzole e secchi e poi ancora violini, xilofoni, chitarroni spagnoli e quant’altro. Tutto questo viene utilizzato per dar corpo a una poetica di strada acuta, irriverente e visionaria e ad una sottile forma di ricerca spirituale.

Il loro nome deriva da un’espressione slang con cui si fa riferimento ai travestiti che si prostituiscono per le strade. Il loro percorso artistico tocca il vertice nei primi 2 album con Mark Van Hecke alla produzione e si mantiene su alti livelli fino al primo momentaneo scioglimento del 1987.

Un esempio del loro stile è questa “Country death song” tratta dal secondo album “Hallowed ground“, dove si notano un’impronta country guidata dal banjo ed un fascino cantilenante e cupo. Tra l’altro, in questo disco suonano anche gli Horns of Dilemma che accompagnano la band in varie occasioni e in cui si distinguono tra gli altri Tony Trisckha al banjo e John Zorn al sax.

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Alain Bashung, l’ultimo re della canzone francese

April 20th, 2011

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Quest’oggi scavalchiamo le Alpi e ci facciamo un giro in Francia.

Laggiù in patria monsieur Alain Bashung è noto a tutti. Al contrario, all’estero (e specie in Italia) sono relativamente pochi coloro che lo conoscono.

Davvero un peccato perché questo musicista merita certamente un posto d’onore nell’olimpo della canzone francese accanto a grandissimi come Georges Brassens e Serge Gainsburg. Al pari di quei due, forse Bashung è stato l’unico in grado di raccoglierne l’eredità riuscendo a portare la musica francese ai suoi massimi livelli.

Attivo sin dagli anni ‘60 con alcuni singoli e come arrangiatore per la RCA, egli è stato un artista poliedrico che si è cimentato anche nel teatro (dove ha interpretato il Robespierre della rivoluzione francese) e nel cinema. Ma è sul versante musicale che il nostro ha dato il meglio di sé.

Forse il pregio maggiore che gli si può riconoscere è il fatto d’aver arricchito di contaminazioni il panorama della musica francese come nessun altro. Nella sua carriera ha sempre tenuto in considerazione gli ultimi sviluppi della cultura anglosassone ed ogni nuovo genere che si veniva ad affacciare di volta in volta sulla scena musicale.

Dal suo primo disco (”Roman-photos” del 1977) sino all’ultimo (”Bleu pétrole” del 2008) ha sempre dimostrato una grande curiosità oltre ad un’innata capacità di mutare stile, specie negli ultimi anni in cui la qualità della sua produzione si è elevata ulteriormente. Tra i suoi collaboratori vanno ricordati soprattutto Boris Bergman e  Jean Fauque, i due parolieri con cui ha condiviso rispettivamente la prima e la seconda parte della sua carriera, prima di lasciarci 2 anni fa, il 14 marzo del 2009, per un tumore al polmone.

Tra le numerose perle disseminate nella sua discografia ti voglio segnalare “Fantaisie militaire” del 1998. Si tratta di un’opera sontuosa anche perché qui  Bashung si è circondato di collaboratori eccellenti. Oltre ai testi del fidato Jean Fauque, troviamo anche gli arrangiamenti dei Les Valentins, le sperimentazioni di Rodolphe Burger, la maestria nell’orchestrazione degli archi di Joseph Racaille e la chitarra di Adrian Utley dei Portishead.

Malaxe” è lo splendido brano che apre il disco e ascoltandolo sembra davvero di trovarsi immersi nella musica dei Portishead. Qui come altrove, Bashung offre un favoloso saggio di interpretazione passando dai toni solenni a quelli imploranti, il tutto mediato da un proverbiale senso della misura.

Tutto l’album è un concentrato di elementi sorprendenti che son stati accuratamente scelti e integrati tra loro. S’odono atmosfere notturne ed ipnotiche tipiche del trip hop, polverose canzoni country trasformate in trascinanti drum’n'bass, lampi chitarristici soavi e taglienti, deliziose melodie arabe ed un canto unico che si arricchisce di declamazioni poetiche.

All’epoca i riconoscimenti di pubblico e critica giunsero da ogni parte ed in effetti oggi, a oltre 12 anni di distanza, ci si accorge facilmente di come questo sia uno dei migliori dischi transalpini di sempre …

… e il suo autore, Alain Bashung l’ultimo grande re della canzone francese.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà