Archive for the ‘Caccia ai tesori sepolti’ Category

Attraversando il Mar Rosso con gli Adverts

March 19th, 2011

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L’ondata del punk britannico (quella del ‘77) è stata di certo rivoluzionaria, ma anche travolgente e repentina.

E inevitabilmente, come sempre accade in questi casi, tanta buona musica passa sotto silenzio, resta inascoltata e viene oscurata dal susseguirsi degli eventi.

E’ il caso degli Adverts, uno dei gruppi che passarono immeritatamente in secondo piano nel corso di quella irripetibile e fugace stagione, ma che ne furono indubitabilmente tra i migliori esponenti.

Il loro suono scaturisce in tutto e per tutto dall’atmosfera punk inglese e ne traduce con fedeltà l’urgenza, la rabbia e l’intensità tipiche. A questo vanno ad aggiungersi altri elementi essenziali : i versi profondi, ribelli e riflessivi di T.V. Smith, uno stile che riesce miracolosamente ad esprimere un energico intimismo ed una musicalità di base che non teme il confronto con nessuna delle band a loro contemporanee.

Paladini della filosofia ”vivi in fretta e muori giovane“, gli Adverts furono consapevoli sin da subito di quale era il loro ruolo e il loro destino all’interno dell’universo musicale. Per capirlo basterebbe dare un’occhiata ai titoli delle loro prime canzoni. Proprio questa consapevolezza (anche dei propri limiti tecnici) permise loro di forgiare un sound grezzo eppure decisamente intenso ed innovativo anche oggi a distanza di decenni.

La loro storia si consumò nel ristretto arco di 3 anni tra il 1976 e il 1979. Il nucleo della band erano Tim Smith e la fidanzata Gaye Balsden, originari del Devon. Dopo aver assistito ad uno degli infuocati concerti dei Sex Pistols ed essersi trasferiti a Londra, decisero di formare una band. La coppia si spartì i ruoli : lui come cantante e compositore autentico e viscerale, lei come bassista e prima vera figura femminile al crocevia tra punk e dark. Ben presto trovarono nel chitarrista Howard Boak e nel batterista Laurie Muscat gli ideali compagni d’avventura.

Ribattezzatisi con nomi d’arte (T.V.Smith, Gaye Advert, Howard Pickup, Laurie Driver), i 4 debuttarono nel gennaio del 1977 al Roxy Club ovvero il primo storico club punk di Londra. La prova fu superata brillantemente, tant’è vero che furono notati dal manager Michael Dempsey e firmarono un contratto con la Stiff Records.

Nel giro di un anno gli Adverts riescono a scrivere alcune delle pagine più belle del punk inglese. In Aprile esce il primo fenomenale e programmatico singolo “One chord wonders“, che fa della semplicità e dell’immediatezza una virtù assai rara. Il momento di massima notorietà arriva in estate con Gary Gilmore’s eyes” / “Bored Teenagers, singolo che presenta due pezzi sfavillanti per ciascun lato.

Il primo in particolare segna un’epoca col suo sussurro iniziale che si tramuta in un urlo punk quanto mai espressivo e viscerale, con la chitarra acida e tagliente, con la splendente melodia a due voci e con basso e batteria in perfetto equilibrio tra spontaneità ed elaborazione. Frutto di un testo ispirato a un fatto di cronaca , “Gary Gilmore’s eyes” riesce ad essere un brano devastante e profondo come pochi, ma anche il lato B con la sua carica adrenalinica è tutt’altro che un riempitivo.

Il culmine viene raggiunto nel Febbraio del 1978 quando esce il primo lp Crossing the Red Sea With The Adverts“. Come recita il titolo, attraversare il Mar Rosso con gli Adverts è un’esperienza che riesce ad essere trascinante e furiosa ma anche poetica e sottile. Di certo si tratta di uno dei vertici assoluti nella storia del punk.

Seguendo un copione forse già scritto, ma di certo previsto in partenza, gli Adverts si scioglieranno nell’ottobre del 1979 suonando l’ultimo concerto al college di Slough.

Una meteora, certo! Ma una di quelle meteore da conservare nella memoria e condividere con tutti.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Camper Van Beethoven, i gitani delle 7 note

February 18th, 2011

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Rivangando tra gli archivi sbiaditi e impolverati della memoria degli anni ‘80, magari qualcuno avrà un sussulto di vitalità nel risentire i Camper Van Beethoven, una delle sorprese più liete dell’underground a stelle e strisce.

Semplificando assai, si può dire che la loro musica è un ideale punto d’incontro tra punk e world music.

Ma i Camper Van Beethoven si possono considerare anche e soprattutto tra gli eredi più fedeli e fantasiosi della grande tradizione folk e country americana. Sono queste le radici da cui partono le bizzarre e imprevedibili escursioni di questi irriducibili gitani delle 7 note.

Il gruppo si forma nel 1983 nei pressi di Santa Cruz (California) dall’incontro tra David Lowery (basso, chitarra e voce solista), il chitarrista Chris Molla, il bassista Victor Krummenacher e il violinista Jonathan Segel. Dopo l’esordio del 1985 si uniscono alla band Greg Lisher alla chitarra solista e Chris Pedersen alla batteria.

Partiti come tanti altri dalle radio dei college, i Camper Van Beethoven sono una band curiosa e scanzonata con uno sguardo sempre attento alle tradizioni musicali di tutto il mondo ed una particolare predilezione per il repertorio europeo centro-orientale. Il timbro ludico dell’organetto e i frequenti interventi di violino sono gli elementi che balzano subito alle orecchie.

Un repertorio in cui si susseguono con limpida naturalezza frammenti di surf, ska, calypso, polka, valzer, rebetico, flamenco e tarantella. Non si tratta come in tanti altri casi di eccentricità prese a prestito ed attaccate col ‘copia e incolla’. Qui ogni spunto dà colore e vivacità alla matrice folk e i paradossi stilistici non procurano ostacoli o forzature, ma anzi sono affrontati con scioltezza e spirito propositivo.

La bontà dell’operazione è garantita dal piglio spensierato e distaccato con cui il gruppo approccia ogni brano. Consapevoli delle proprie possibilità e dei propri limiti, i CVB non sono seriosi né supponenti e non cercano d’inseguire invano l’opera trascendentale, ma saggiamente sanno accontentarsi di brani brevi e lineari eppure pieni zeppi di idee stuzzicanti.

La loro avventura, che si chiuderà nel 1990, si è mantenuta su ottimi livelli qualitativi. Tra gli album vanno ricordati l’esordio “Telephone free landslide victory” (1985), l’omonimo “Camper Van Beethoven (1986) e “Our beloved revolutionary sweetheart” (1988). Tra i tanti possibili ascolti ti propongo “Life is grand“, brano spigliato e brioso tratto da quest’ultimo album.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Il favoloso mondo dei Thin White Rope

January 19th, 2011

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Qualcosa di sublime è giunto alle mie orecchie e a quelle di pochi fortunati ascoltatori. E se ti parrà ch’io userò troppi termini superlativi sappi che non andranno sprecati. Non in questo caso!

Loro sono i Thin White Rope e non hanno mai raggiunto il grosso del pubblico, spesso sconosciuti persino tra i cultori del rock americano. Eppure, non è esagerazione dire che questo gruppo di Davis (California) si è reso protagonista di una delle storie musicali più formidabili dello scorso secolo.

Il loro sound inimitabile è stato accostato dalla critica ai generi e ai termini più disparati : Paisley Underground, desert rock, roots rock, post-psichedelia e via discorrendo. Ma è un tentativo effimero quello di definire sulla carta una musica così visionaria, che porta lontano attraverso avvolgenti spirali psichedeliche e che allo stesso tempo resta profondamente radicata nella tradizione popolare americana.

Volendo trovare possibili termini di paragone, si possono segnalare tra le principali fonti di ispirazione Television, Dream Syndicate, Doors, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Sonic Youth, Ennio Morricone e la Jimi Hendrix Experience. Un calderone ribollente di nomi nobili che han fatto storia.

Guy Kyser (voce e chitarra) e Roger Kunkel (chitarra solista) sono stati gli unici membri stabili della band mentre dietro a basso e batteria si sono succeduti sempre e comunque ottimi musicisti come Joseph Becker, Stephen Tesluk, John von Feldt e Matthew Abourezk.

Kyser è quello che dirige : compone canzoni di commovente intensità, s’accompagna alla chitarra e canta con voce dolente, che spesso scuote attraverso tremiti baritonali da brivido. Kunkel invece porta uno stile chitarristico dalle reminiscenze country ed uno straordinario bagaglio ricco di sottigliezze timbriche, melodiche e ritmiche.

Ma è soprattutto nel lavoro d’insieme che i due raggiungono risultati esaltanti. Chi ha avuto la fortuna di ascoltarli, sa che il marchio di fabbrica della premiata ditta Kyser/Kunkel sta nell’intreccio lisergico e straniante delle chitarre elettriche. E’ una tempesta onirica dietro cui si celano sonorità tra le più vertiginose del rock anni ‘80.

I Thin White Rope sono stati capaci di assimilare rock, country, blues, folk, boogie, gospel. Hanno saputo aggiungere alla già ricca tavolozza  dei colori anche le quadriglie e i raga orientali, riconducendo il tutto ad una unità stilistica impressionante per coesione e varietà.

In questo mondo favoloso trovano posto cadenze marziali, distorsioni apocalittiche, cambi di tempo solenni  e arpeggi ipnotici. Tutto è dominato da una speciale predisposizione per le strutture armoniche in stile mantra e da una sorta di trascendentale misticismo di fondo negli arrangiamenti.

E’ una musica assorta, profondamente contemplativa, vissuta tra atmosfere tempestose ed epiche, in un flusso ininterrotto di lampi psichedelici abrasivi che squarciano la scena illuminandola.

Se non li conosci, prova con questo pezzo. “Triangle song” è una delle canzoni più lente del repertorio con in bella evidenza le chitarre elettriche che accompagnano su due diversi registri la melodia. E’ una delle tante canzoni da tuffo al cuore di una band dalla carriera breve (1984/1992) e fenomenale.

Ora quella musica sublime aspetta solo di essere ascoltata e approfondita. Buona Esperienza!

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Radio Birdman ovvero il fantastico suono del punk australiano

December 19th, 2010

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Quest’oggi si va in Australia, un continente davvero tutto da scoprire.

Tra le terre anglofone, purtroppo l’Australia è sempre stata oggetto di scarsa considerazione.

E a torto perché può vantare molti valori artistici, anche in campo musicale dove un posto importante lo merita certamente il punk australiano.

Tra i suoi più validi alfieri ci sono i Radio Birdman, band formatasi a Sidney nel 1974.

La loro musica (così come quella dei connazionali Saints) è sbocciata in maniera del tutto spontanea e indipendente rispetto a ciò che negli stessi anni accadeva al di là (e al di qua) del Pacifico. Un’ulteriore conferma di come il punk sia stato tanto indispensabile quanto naturale nello sviluppo di un processo musicale visto in una prospettiva molto più ampia.

Con le band di Detroit (MC5 e Stooges) come punto di riferimento, i Radio Birdman hanno ripreso la forza dirompente del garage e dell’hard rock, l’hanno rivitalizzata alle radici (specie attraverso boogie, rockabilly e surf rock) e l’hanno fusa in un tutt’uno compatto e dinamico.

La naturale conseguenza è un punk di altissimo livello che nulla ha da invidiare a quello britannico e americano. E tutto ciò anche se loro stessi abbiano più volte spiegato di non voler fare del punk.

Quel che è certo è che si tratta di un sound pressoché inimitabile ed imperdibile. In primo piano la voce calda e lirica di Rob Younger e il serratissimo duello tra le chitarre di Denis Tek e Chris Masuak che danno vita ad uno degli incroci più infuocati e psichedelici che si siano mai ascoltati. A completare l’organico Pip Hoyle alle tastiere, Warwick Gilbert al basso e Ron Keely alla batteria che garantiscono una impressionante versatilità nello spaziare tra generi, tempi e atmosfere.

L’elemento cardine del complesso è il chitarrista e compositore Deniz Tek, un immigrato statunitense con la passione per il rock duro della Detroit di fine anni ‘60. Nel 1974 l’incontro con Rob Younger, cantante appassionato di surf, segna l’inizio dell’avventura dei Radio Birdman. In breve tempo si uniscono alla formazione Musuak, Gilbert e Keeley.

Il 1976 è un anno importante perché esce il primo EP “Burn my eye” per la Trafalgar e per l’ingresso del tastierista Pip Hoyle che completa il sestetto.

E finalmente nel 1977 esce “Radios appear“, opera cardine del rock australiano. Il disco è uno dei vertici assoluti dell’epopea punk e influenzerà diverse band nei decenni a seguire. Sono brani che alla semplicità e all’energia di fondo riescono ad aggiungere una profondità ed un’intensità davvero notevoli. Per farti un’idea prova a sentire “Man with golden helmet“, uno splendido pezzo lento dai sapori doorsiani.

Del disco esistono due versioni entrambe validissime: quella originale pubblicata in Australia e quella per il mercato internazionale con canzoni e scaletta diversi. Se in patria il gruppo riscuote consensi, non si può dire altrettanto per America ed Europa dove i Radio Birdman vengono colpevolmente trascurati.

Ma, come ogni punk band che si rispetti, anche i Radio Birdman avranno vita breve. Nel 1978, durante le session di registrazione del secondo album, il gruppo si scioglie per tensioni interne tra i suoi componenti. Quel che viene fuori dalle registrazioni verrà pubblicato 3 anni dopo nell’lp “Living eyes” e, anche se non è nemmeno lontanamente paragonabile al suo predecessore, risulta comunque un buon disco.

I vari componenti continueranno a lavorare ciascuno per conto suo finché negli anni ‘90 un’inaspettata reunion li vedrà di nuovo protagonisti con un paio di buoni dischi ed una discontinua attività live.

Insomma, un gruppo che non può mancare nella collezione di qualunque appassionato rock.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Mary Margaret O’Hara, l’illuminante meteora degli anni ‘80

November 21st, 2010

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Una fugace apparizione e nulla più.

Una illuminante meteora che ci ha lasciato in dote una ‘toccata e fuga’ piena d’estasi.

Si può sintetizzare così la storia artistica di Mary Margaret O’Hara, che col suo unico disco “Miss America” del 1988, si è imposta all’attenzione dei musicofili di mezzo mondo.

Il magnetismo della sua musica non è esploso subito, non ha conosciuto il successo delle masse, ma si è manifestato con costante e inesorabile efficacia nel corso degli anni.

Attiva sin da giovane negli studi d’arte, la cantautrice canadese si dedica alla musica e alla recitazione sin dagli anni ‘70. Grazie alle sue doti vocali, nel 1983 la Virgin la scrittura per registrare un album.

Nonostante le pressioni, la O’Hara dimostra sin da subito una straordinaria personalità musicale accompagnata da una completa e rigorosa dedizione agli ideali dell’arte.

Dopo ben 4 anni ed uno sfiancante lavoro di convincimento da parte della major discografica, finalmente vede la luce “Miss America“, il suo primo e ad oggi unico album pubblicato. Si tratta di un documento di straordinaria intensità dove folk, jazz, country e blues si fondono in una miscela inedita e pregiata.

La O’Hara è un’autrice astratta e raffinatissima, in grado di selezionare il proprio materiale senza essere auto indulgente. Ne vien fuori un distillato unico dominato da arrangiamenti inebrianti dove l’avvolgente sofisticazione del jazz si sposa a meraviglia con la dolce visionarietà del country. Le sue trame, ora intime ora drammatiche, sono cariche di un particolarissimo misticismo di fondo e sono colorate di speranza.

Ottima come compositrice, eccellente come arrangiatrice e semplicemente sublime nel canto. Non lontana dai fraseggi del gospel, la sua voce ha davvero pochi eguali nella storia della popular music. Se all’inizio può apparire la sua stravaganza, ad un ascolto attivo e approfondito viene fuori tutta la sua complessità ed una capacità innata di svariare tra gli stati d’animo, passando con pari efficacia dalla serenità alla nevrosi.

La sua è una linea melodica familiare ma imprevedibile, che improvvisa ad ogni frase e soprattutto trasmette un’adesione totale all’atmosfera della canzone capace com’è di renderti partecipe di ogni nota, di ogni singola sillaba che sta cantando.

Manco a dirlo, a livello commerciale il disco fu un insuccesso e così, Mary Margaret O’Hara decise di dedicarsi alla recitazione. Da qui in avanti si concederà sporadicamente al mondo della musica (brevi collaborazioni con Jane Siberry e Morrissey, un piccolo EP natalizio nel 1991 e una colonna sonora del 2001). Insomma una splendida meteora che merita tutte le attenzioni e le lodi del caso.

Ci restano le 11 tracce di “Miss America” e non è poco. Qui eccola alle prese con “When you know why you’re happy” in uno dei rari filmati d’epoca. Il video ha una qualità del suono non proprio eccelsa, ma nonostante ciò risaltano comunque le squisite finezze della O’Hara e dei  suoi musicisti.

Un disco non semplice da reperire ma su internet non mancano le occasioni. Buona caccia.

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Stan Ridgway: c’era una volta il west elettronico

October 20th, 2010

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Un paesaggio illuminato di verde. Da un lato il simbolo della società industrializzata, dall’altro un uomo dietro ad una recinzione e con lo sguardo basso.

L’uomo in copertina è Stan Ridgway e il disco in questione è “The big heat” (1986), il suo esordio solistico nonché una delle opere maggiormente significative degli anni ‘80.

La sua musica porta l’elettronica nel vecchio west (o viceversa) ed è quindi dotata di un fascino del tutto particolare.

E’ un equilibrio prodigioso dove succede un pò di tutto.

I sintetizzatori si incrociano con violino, banjo e mandolino, l’elettricità tipica del rock confluisce armoniosamente in atmosfere da film noir e l’algida solennità dell’elettronica fa tutt’uno con i suoni obliqui e rarefatti del country.

L’artista californiano aveva mosso i suoi primi passi nei Wall of Voodoo, uno dei complessi più stralunati ed innovativi del nascente panorama new wave. Tra il 1977 ed il 1983, Ridgway è leader e cantante di un gruppo che mischia country, rock, elettronica e ritmi da disco-music in maniera molto originale. A modo loro, nei primi anni ‘80, i Wall of Voodoo lasceranno il loro segno soprattutto con l’ottimo “Call of the west“.

Poi Ridgway decide di fare in proprio. Mantiene intatte le caratteristiche principali del suo ex-gruppo aggiungendovi sonorità più mature ed un atteggiamento di fondo più sobrio e distaccato. Nasce così questo piccolo grande gioiello. Un gioiello che resterà qualcosa di isolato dato che mancheranno degni successori.

Per offrirti un assaggio ho scelto “Camouflage“, pezzo che spicca tra le 10 tracce per il suo incedere maestoso ed epico e per i fortissimi richiami alla musica di Morricone. Lo strimpellio di un banjo in sottofondo fa da contraltare al senso di desolazione creata dagli archi.

E mentre Stan Ridgway libera le sue liriche alienate con la giusta dose di fatalismo, la sezione ritmica procede ininterrotta ad un ritmo regolare e sempre uguale a se stesso prima di diradare splendidamente nella marcia finale.

Ascoltandola mi pare d’essere in sella ad un cavallo al trotto, con lo sguardo fiero verso l’orizzonte.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

X : punk da spiaggia sotto il grande sole nero di Los Angeles

September 19th, 2010

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Los Angeles era pronta!!!  Non aspettava altro.

Quando la rivoluzione punk giunse in città per scuoterla dalle fondamenta, furono in molti a cavalcare l’onda.

Tra il 1978 e il 1982 fanno la loro comparsa una inimmaginabile quantità di band che danno un contributo importante soprattutto sul versante hardcore (Germs, Circle Jerk, Social Distortion, Black Flag, Minutemen, Bad Religion) e persino su quello metal (Metallica).

Insomma, in quel periodo i fermenti artistici che ruotano intorno alla città degli angeli sono tanti e tutti promettenti.

Nel bel mezzo di tutto ciò, tra le fila del punk non convenzionale si segnalano 4 ragazzi che suonano insieme dal 1977 : Exene Cervenka (voce femminile), John Doe (basso e voce maschile), Billy Zoom, (chitarra) e D.J. Bonebrake (batteria). Si chiamano X e già il nome è tutto un programma perché non è da tutti utilizzare ciò che vi è di più anonimo come proprio segno distintivo.

Ma anche la musica è tutto un programma al punto che ancora oggi parecchi critici e negozianti di dischi si chiedono se catalogarli nel punk o nel rock, mentre altri hanno pensato bene di coniare il termine beach-punk. Più semplicemente si tratta di uno di quei gruppi che sanno sfruttare e mescolare con maestria le tendenze dei vari componenti. Il loro mentore (ed ammiratore) è nientemeno che Ray Manzareck, indimenticabile tastierista dei Doors, che per i primi 4 album siede in cabina di regia.

Il punk è la base, il terreno comune su cui si innestano influenze country (che trova sfogo nel progetto parallelo Knitters), rockabilly (la chitarra di Billy Zoom), doo-wop (la passione della coppia Cervenka/Doe) e blues (e qui entra in gioco anche la produzione di Ray Manzareck). Insomma un godibilissimo e multiforme scenario sonoro che nell’incrocio di voci tra Doe e Cervenka ricorda un po’ anche i Jefferson Airplane dell’indimenticabile coppia Slick/Kantner.

Tutto questo concorre a fare degli X un gruppo ispirato il cui talento maggiore consiste nel recuperare elementi del passato e riattualizzarli in chiave punk. Dopo essersi fatti le ossa nei locali della zona e con una manciata di singoli, all’alba degli anni ‘80 i 4 giungono all’esordio discografico.

I primi 2 album (”Los Angeles” e “Wild gift“) sono un segnale grezzo ed immediato delle loro caratteristiche. Il passaggio di etichetta dalla Slash all’Elektra nel 1982 coincide con il loro lavoro più maturo ed equilibrato. “Under the big black sun” unisce lo stile fresco ed innovativo con una capacità compositiva di livello superiore. Sotto il grande sole nero citato nel titolo ci sono 11 pezzi pieni di forza e passione, influenzati nei toni e nei testi anche dalla morte della sorella di Exene (Mirielle).

Ti lascio con il pezzo probabilmente più immediato, “Dancing with Tears in my Eyes“, una notevole versione di un brano del grande bluesman Leadbelly.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà