Archive for the ‘Cultura musicale’ Category

Una storia giamaicana: nascita ed evoluzione del reggae

July 14th, 2010

sound_system_giamaica

Fa un certo effetto pensare che una musica così importante come il reggae possa essere fiorita in uno stato così piccolo come la Giamaica.

La sua nascita e il suo sviluppo sono indissolubilmente legati alla storia di quest’isola caraibica che si estende per  11.000 km² e conta circa 2 milioni e mezzo di abitanti.

Jimmy Cliff, uno dei principali pionieri del reggae spiegò così la sua origine popolare : “La musica proviene dalla coscienza del popolo. Al tempo dell’indipendenza, quella musica era costruita su ritmi veloci perché tutti si sentivano in movimento: fu chiamata ska. Poi la gente si è stabilizzata, ha iniziato a chiedersi il significato dell’indipendenza: la musica è diventata più lenta, più rilassata e ha preso il nome di rocksteady. Infine il popolo ha capito che l’indipendenza non rappresentava tutto. Ha cominciato a cercare le proprie radici africane: è nato il reggae.”

Ripercorriamone brevemente il suo meraviglioso cammino … nel secondo dopoguerra, pur essendo ancora colonia inglese, la Giamaica possiede una cultura musicale propria ed indipendente rispetto alle altre isole centro-americane. La prima forma musicale riconoscibile trova ampia diffusione negli anni ‘50 : è il mento, parente stretto del calypso ma con sonorità più ruvide e legate alle radici africane.

Nei primi anni ‘60, soprattutto grazie alle potenti stazioni radio di New Orleans e Miami, la musica statunitense comincia a esercitare la sua influenza. E così dall’incrocio fecondo tra mento, rhythm & blues e jazz nasce un nuovo genere denominato ska. Fondamentale per la sua diffusione furono i sound system (vedi foto), impianti stereofonici ideati in Giamaica e destinati alla circolazione ambulante della musica. Con un incedere veloce e ballabile e col suo tipico ritmo in levare, lo ska domina la scena per tutta la prima metà del decennio e fa da colonna sonora all’indipendenza dal colonialismo inglese ottenuta nel 1962.

Il passaggio dallo ska al rocksteady è qualcosa che appartiene alla mitologia e al folclore. Pare che l’estate del 1966 fosse particolarmente calda e così a causa del troppo sudare durante il ballo, i dj col consenso del pubblico rallentarono la musica. Comunque sia andata, è in quell’anno che si afferma il rocksteady. Rispetto allo ska, il cambiamento è notevole perché oltre a rallentare notevolmente il ritmo, toglie predominanza ai fiati, esalta le armonie soul e presenta testi più maturi.

L’era del rocksteady si esaurisce nel breve volgere di due stagioni (66-67) ed è a questo punto che fa la sua comparsa il reggae vero e proprio. Ora il suono è più corposo, il ritmo si fa più spezzato, il basso fornisce la linea guida e diviene lo strumento dominante mentre la chitarra accompagna e accentua notevolmente i movimenti in levare (il 2° e 4° movimento di un 4/4).

Sull’origine etimologica della parola reggae esistono le più disparate versioni. Gran parte del merito va ai Toots & the Maytals che nel 1968 incisero un brano chiamato “Do the Reggay“, dove ‘reggay’ indicava una danza giamaicana che nulla aveva a che fare con la musica in questione. Secondo alcuni il termine deriva da ‘ragga’ che significa grezzo, per altri deriva  da ‘ragtime’ il genere diffuso in America all’inizio del secolo e per altri ancora deriva da ‘regular’ che in Giamaica sta a indicare la gente comune. Mentre secondo l’interpretazione di Bob Marley la parola ha origine spagnola e significa ‘la musica del re’ in riferimento a Jah Ras Tafari.

In ogni caso, alla fine degli anni ‘60 il reggae è pronto a conquistare il mondo. Una nutrita schiera di gruppi (Maytals, Wailers, Pioneers, Melodians, Ethiopians) ne diffonde il verbo su scala nazionale con il contributo determinante di produttori decisi a puntare sul nuovo sound come Leslie Kong e Lee “Scratch” Perry. Nel frattempo il vento caldo del reggae comincia a soffiare forte anche all’estero, specie in Inghilterra coi singoli di Desmond Dekker (”Israelites“, 1969) e Jimmy Cliff (”Wonderful world beautiful people“, 1970).

Nei primi anni ‘70 il nuovo sound trova ampia diffusione grazie soprattutto a due dischi. Il primo esce nell’estate del ‘72 ed è la colonna sonora del film “The harder they come” con Jimmy Cliff nella doppia veste di attore e musicista principale e con la preziosa partecipazione di Toots & the Maytals. Il secondo esce nel 1973 quando con “Catch a fire“, Bob Marley & the Wailers fanno il loro esordio internazionale prodotti dalla Island di Chris Blackwell. Con il suo talento, il suo carisma e le sue idee legate alla religione rastafari, Bob Marley si rivelerà ben presto l’artista più significativo e prolifico del reggae contribuendo a conferirgli un suono più rilassato ed ipnotico oltre a tematiche sociali che esplorano anche la politica e il misticismo.

Gli anni ‘70 sono il momento di massimo splendore per questa musica che in breve tempo fa sentire la sua influenza anche in altri generi (rock, pop, punk, soul, jazz). Eserciterà un forte ascendente in particolare sul punk e più in generale su tutta la musica inglese. Il caso più emblematico è rappresentato dai Police che verso la fine degli anni ‘70 ottengono un successo spaventoso attraverso un’originale commistione tra reggae, pop e rock.

La morte di Bob Marley avvenuta nel 1981 segna di fatto la conclusione dell’epoca del reggae classico. Ma nel corso del decennio la sua evoluzione proseguirà attraverso il dub, una nuova forma stilistica con cui musicisti e tecnici del suono sperimentano con i loro mixer versioni strumentali e alternative di brani reggae. Va detto che il dub esisteva già prima degli anni ‘80, ma con l’adozione del reggae estende di molto la sua popolarità.

Nella seconda metà degli anni ‘80 nascono altri due sottogeneri del reggae. Uno è il raggamuffin, miscela esplosiva tra reggae ed hip hop che contagia moltissimi dj americani. L’altra è il reggaeton, variante del reggae che ai suoni dell’hip hop aggiunge i ritmi latino americani (salsa, bomba, plena) e si diffonde soprattutto tra Porto Rico e Panama.

Questo è solo il breve riassunto di una musica che col suo fascino e la sua influenza è partita dalla Giamaica e si è diffusa in ogni angolo del pianeta. Una storia che certamente merita di essere approfondita.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Breve storia della musica elettronica

June 20th, 2010

leon_theremin

Lo sviluppo della tecnologia è stato certamente un fattore decisivo nella storia della popular music.

Ma si sa … tutto ciò che riguarda la musica è sempre determinato dalle tecniche con cui viene trasmessa. E d’altronde, come spiego nell’essential book “I semi dell’armonia musicale“, fai un enorme salto di qualità nell’ascolto quando riesci a comprenderne la trasmissione.

Tra i vari generi possibili e immaginabili, nulla più della musica elettronica è così strettamente collegabile allo sviluppo tecnologico/industriale. Le loro storie sono inestricabilmente collegate fra loro, passo dopo passo.

Quando parliamo di musica elettronica, ci riferiamo alla presenza completa, o comunque dominante, degli strumenti elettronici. L’elettronica quindi non viene utilizzata solo per la registrazione e la diffusione di musica, ma fa parte del contenuto stesso del brano.

Gli strumenti elettronici non sono da confondere con quelli elettrici o elettromeccanici il cui suono è determinato dalle variazioni del campo magnetico presente in natura. Anche se va detto che gli strumenti elettronici nacquero dalla graduale evoluzione degli strumenti elettrici.

Il primo lontano antenato non ebbe fortuna. Si trattava del telharmonium, un mastodontico macchinario di 200 tonnellate simile ad un organo, inventato da Tadddheus Cahill nel 1897. Ma fu negli anni ‘30 che fecero la loro comparsa i primi strumenti elettrificati come il piano, la chitarra e l’organo Hammond.

Sono i primi passi verso la musica elettronica anche se forse il primo vero progenitore fu il theremin, progettato da Leon Theremin nel 1917 (vedi foto). Per l’epoca si trattò di uno strumento decisamente rivoluzionario e con esso il fisico russo incantò prima l’Europa e poi l’America per oltre 15 anni. Funziona tramite due antenne con cui è possibile tradurre il campo elettromagnetico in suono e controllarne sia l’altezza che l’ampiezza attraverso il movimento delle mani. Fu un’invenzione lungimirante e duratura dato che oggi il theremin è più che mai vivo e vegeto.

Con gli anni ‘40 si assiste all’avvento dei transistor e dei primi elaboratori elettronici. Si tratta di strumenti  molto costosi e difficili sia da reperire che da utilizzare. Per questo motivo durante gli anni ‘50 e ‘60 la musica elettronica si diffonde attraverso i compositori d’avanguardia (Stockhausen, Cage, Varèse, Schaeffer, Reich, Berio, Nono, Maderna). Sono tutti musicisti che hanno la possibilità di lavorare presso enti statali e istituzioni radiofoniche provviste delle strumentazioni necessarie.

Ma negli anni ‘60 si ha una svolta decisiva : entrano in scena i sintetizzatori analogici e i primi campionatori. Nell’anno di grazia 1964 si realizzano due importanti strumenti come il moog (il primo sintetizzatore a tastiera) e il mellotron (il primo campionatore che suona spezzoni di nastro preregistrato). Grazie a queste nuove invenzioni, la musica elettronica comincia a lasciare le sue tracce anche nella popular music.

A partire dai primi anni ‘70, la diffusione degli strumenti elettronici si fa consistente. Nasce il minimoog, strumento leggero ed economicamente accessibile che permette ai musicisti di suonarlo anche in concerto. Nascono i primi sequencer che permettono di memorizzare dei suoni e determinarne la sequenza. Nascono le drum machine che creano una base ritmica costante imitando il suono di diversi strumenti a percussione. E nasce il versatilissimo synclavier, primo strumento digitale che permette di integrare la sintetizzazione e il campionamento del suono attraverso un unico software.

Contemporaneamente si affermano le prime correnti musicali che adottano l’elettronica come base per le proprie sperimentazioni. L’epicentro di tutti questi nuovi fermenti è la Germania. Da un lato abbiamo la kosmiche musik, stile etereo ed ossessivo che si fa strada attraverso l’opera di gruppi come Tangerine Dream, Can, Faust e Popol Vuh. Dall’altro lato si creano i presupposti per la nascita di ulteriori generi come il techno-pop (Kraftwerk), l’ambient e la new age (Brian Eno), il rock elettronico e la new wave (la trilogia berlinese di David Bowie).

Con l’inizio degli anni ‘80 la musica elettronica si impone in ogni ambito e contagia un po’ tutti anche grazie al diffondersi dei primi personal computer. Ma la complessità e il numero sempre maggiore di strumenti elettronici rendono necessario un linguaggio comune. Nel 1983 nasce così il primo MIDI (Musical Instrument Digital Interface), un protocollo standard che permette di mettere in comunicazione qualsiasi strumento digitale. Come si può immaginare, questo ha rappresentato un salto di qualità e di quantità determinante per la musica elettronica.

Tra gli anni ‘80 e ‘90 si formano così nuovi stili musicali che traggono linfa sia dall’ambient che dalla dance (techno, house, industrial, trip hop, drum ‘n’ bass, chill out, jungle) o che colorano di sfumature elettroniche linguaggi già affermati da anni come il jazz, il rock, il pop, il soul e quant’altro.

Oggi la musica elettronica è a portata di tutti. Ma non solo! Con l’avvento di internet anche la distribuzione di musica è diventata elettronica. Alle consuete etichette discografiche si vanno man mano sovrapponendo e sostituendo le netlabel, etichette che distribuiscono la musica online in formato digitale.

E’ l’ultima frontiera (per ora!) di una storia in bilico tra musica e tecnologia.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Lungo il fiume della musica soul

May 24th, 2010

soul

Nessuno sa bene quando accadde, ma un bel giorno il blues incontrò il gospel e ne scaturì qualcosa di meraviglioso e inaudito. Fu quello il giorno in cui nacque la “musica dell’anima”, il soul.

Una musica al contempo calda, dolce e sensuale che proviene dall’incontro tra il rhythm and blues (di cui riprende il ritmo e le tematiche ‘profane’) e il gospel (da cui eredita la densità delle armonie vocali).

Si cominciò a utilizzare il termine soul (anima in inglese) negli anni ‘60, ovvero nel momento di massimo splendore di questo movimento musicale sviluppato in seno alle comunità dei neri americani.

Ma risaliamo alle sorgenti del fiume e proviamo a seguirne il corso!

LE SORGENTI DEL SOUL

L’antenato più naturale e riconoscibile del soul è certamente lo spiritual, il canto degli afroamericani che nell’800 ha unito l’originario folklore africano con il processo di evangelizzazione subito dalla popolazione di colore. Nella seconda metà del secolo gli spiritual si arricchirono pian piano della presenza di strumenti e ritmi sviluppatisi in seno alle comunità afroamericane. Questa nuova forma evoluta prese il nome di gospel  (da ‘God Spell’ ovvero ‘la parola di Dio’).

Quando nei primi del ‘900 si impone definitivamente il blues, ecco che si compie il passaggio decisivo verso la maturazione di un nuovo ulteriore stile che prenderà il nome di soul. Tracce più che evidenti si possono cogliere già in buona parte del blues e rhythm & blues degli anni ‘40 e ‘50 ma anche nelle voci delle grandi interpreti jazz del periodo (Billie Holyday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Dinah Washington).

Ma è solo verso la metà degli anni ‘50 che il soul comincia ad assumere le proprie caratteristiche. Il primo artista a imporsi all’attenzione generale è Ray Charles con una folgorante versione gospel/r&b di “I got a Woman“, del  1955. Il film biografico a lui dedicato dà un’idea del senso di sorpresa, di eccitazione e delle reazioni contrastanti che scatenò questa novità.

Un altro artista che sempre partendo dal r&b  contribuisce all’affermazione del soul è James Brown (soprannominato il ‘padrino del soul’) che nel 1956 dà una svolta alla sua carriera col singolo “Please, please, please“. Giunto a questo punto, il soul diventa un fiume in piena che conquisterà il mondo intero.

ANNI ‘60 : UN FIUME IN PIENA

Il segno distintivo del soul risiede naturalmente nei modi tipici del canto che attinge a piene mani dallo spiritual e dal gospel. Sotto questo punto di vista, Sam Cooke è stato certamente l’artista più importante del soul per le sue formidabili capacità vocali e compositive. Dalla fine degli anni ‘50 e fino alla sua prematura scomparsa nel 1964 lascerà tracce indelebili e farà tanti proseliti col suo canto pieno di feeling.

Contemporaneamente a Sam Cooke si mette in luce tutta una generazione di grandi iniziatori del soul come Jackie Wilson, Bobby Womack, Ben King,Screaming Jay Hawkins e di donne meravigliosamente sospese ai confini tra soul e jazz come Nina Simone e Etta James.

Ma il grande successo del soul negli anni ‘60 è dovuto in primo luogo a tutte quelle piccole e impavide etichette indipendenti che hanno investito le loro risorse e i loro talenti nella musica nera. Il suo verbo si diffuse principalmente grazie al lavoro intrepido, minuzioso e lungimirante dei produttori, dei tecnici e degli arrangiatori che vi lavoravano.

Il primo decisivo passo lo ha compiuto la Atlantic, fondata a New York nel 1947. Oltre a lanciare in orbita il già citato Ray Charles, negli anni ‘60 ospita tra le sue fila veri e propri mostri sacri del soul come Salomon Burke, Wilson Pickett, Otis Redding e Aretha Franklin.

Le altre due principali etichette sono la Motown di Detroit e la Stax di Memphis, fondate entrambe nel 1959. Ognuna di queste due etichette aveva un proprio suono caratteristico che porterà ai successivi sviluppi del soul. Alla Motown del padre-padrone Berry Gordy domina un soul melodico e leggero con forti ascendenze pop, mentre la Stax, che ha potuto contare per anni sull’attività di un grande produttore come Jerry Wexler, si contraddistingue per il cosiddetto southern soul che è più legato all’r&b originale ed è caratterizzato da una forte presenza dei fiati.

LE CORRENTI DAGLI ANNI ‘70 FINO AD OGGI

Con la fine degli anni ‘60, si conclude in sostanza la fase del soul classico e si apre quella del soul moderno. Ora il fiume del soul si compone di tante correnti che avranno grande influenza su tutta la successiva popular music. Gli anni ‘70 sono parecchio indicativi dei suoi principali percorsi e delle sue sfumature.

Da un lato musicisti straordinari quali Marvin Gaye e Stevie Wonder che, finalmente ottenuta la propria indipendenza dalla Motown, portano il genere alle sue massime espressioni riuscendo a creare capolavori di insuperabile qualità. Dall’altro lato si mettono in luce interpreti come Al Green che raccoglie l’eredità di Sam Cooke nell’incredibile padronanza del canto soul e Van Morrison, un irlandese dalle attitudini rock ma con il soul nel sangue.

Nel frattempo, attraverso l’opera pionieristica di James Brown e Sly Stone, si fa strada una nuovo stile che discende anch’esso direttamente dalla musica afroamericana. Si tratta del funk, un genere che proprio a causa della sua stretta e naturale parentela con il soul contribuirà a ravvivarne e ampliarne la risonanza. Su questo versante si distingueranno in particolare Isaac Hayes e Curtis Mayfield. E poco più tardi, nella seconda metà dei ‘70, soul e funk saranno elementi essenziali per l’esplosione della disco-music.

Ma nel corso degli anni il soul caratterizzerà tantissima altra musica. Andrà ad alimentare altre espressioni tipiche dei neri americani come l’hip-hop ma anche generi disparati come il rock, il reggae e naturalmente il jazz. E continuerà ad emergere in tante occasioni specie nella seconda metà degli anni ‘90 quando, in un’epoca dominata dal pop e dall’elettronica, si comincia a parlare di neo-soul.

A dimostrazione che il fiume continua imperterrito il suo corso … e continua a dissetarci!

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Vizi e virtù dell’insostenibile leggerezza del pop

April 28th, 2010

pop

Chiamala se vuoi insostenibile leggerezza del pop!

Nonostante l’evidenza ancora oggi sono stupito nel constatare come il pop sia l’unico genere di musica che è capace di concedersi tanta, troppa gente.

Soprattutto il pop è ovunque e per questo sarà utilissimo approfondire l’argomento e scrivere qualche breve e basilare nozione sul significato, sulla storia e sulle caratteristiche del pop.

Va detto anzitutto che anche se è così largamente diffusa, la musica pop è solo una delle tante possibili branchie della popular music. E’ una considerazione semplice ma tutt’altro che scontata dato che il modo di parlare comune crea confusione e una caterva di fraintendimenti anche tra chi lavora nel settore.

Una delle difficoltà principali nel relazionare questi concetti nasce dal fatto che pop è un’abbreviazione di popolare. E così la confusione aumenta, perché pop, popolare e popular music sono 3 concetti, 3 musiche, 3 modi di intendere ed ascoltare ben diversi tra loro (a dirla tutta, pop in inglese significa anche ’scoppiare’ ed è per questo che i pop corn si chiamano così).

QUEL VIZIETTO CHIAMATO POP

Nella stragrande maggioranza dei casi il pop viene usato come sinonimo di mainstream ossia una ‘corrente riconosciuta dalle masse’. Il mainstream è una logica commerciale che attraverso la creazione di una tendenza e la sua riconoscibilità cerca di far assimilare un prodotto ad un pubblico che sia il più vasto possibile. Quasi sempre queste operazioni commerciali vengono dirette e determinate dai produttori discografici anche se ultimamente è in espansione la figura dell’artista self-businnessmen.

Dato che l’obiettivo del pop commerciale è l’accessibilità e la vendibilità, l’elemento fondamentale è la presenza di un ritornello facile da memorizzare. Inoltre presenta una serie di caratteristiche che abbiano un effetto immediato sull’ascoltatore inconsapevole: melodie e ritmi semplici, arrangiamenti standard ed una struttura schematica.

In ogni caso, la commercializzazione è tutta basata sulla diffusione e sulla formazione degli stereotipi nell’ascoltatore. Il pubblico della musica pop è molto vasto ed eterogeneo perché viene allevato sin dalla tenera età al puro intrattenimento e quindi ad un ascolto distratto e disimpegnato.

Nel corso della storia il pop ha tratto linfa vitale da quasi ogni genere musicale. Questo ha contribuito ulteriormente al diffondersi dell’errata equazione “pop = popular music“.

E’ stato così sin dagli inizi del ‘900: Tin Pan Alley a New York è stato il primo grande polo di irradiazione della cultura e della musica pop. Già all’epoca era consuetudine che i songwriter scrivessero canzonette alla moda che poi i divi portavano al successo. In seguito, questo processo industriale si è allargato ed intensificato.

E così i primi anni’60 sono dominati dal pop annacquato che fa il verso al rock’n'roll  attraverso personaggi come Pat Boone, Connie Francis (soprannominata la ’sorellina d’America’),Bobby Darin, Frankie Avalon, Paul Anka, Neil Sedaka, Chubby Checker e i Monkees il primo prototipo di boy band. Fondamentale in questo senso anche l’apporto della tv con programmi di successo quali “American Bandstand” di Dick Clark.

Negli anni ‘80, complice l’avvento del videoclip, il processo di commercializzazione del pop si fa ancora più serrato e sistematico. E così si assiste a una massiccia standardizzazione di moltissimi generi musicali (blues, jazz, rock, hard rock, soul, ecc.) e contemporaneamente si fa sempre più numeroso l’esercito delle star mainstream (Michael Jackson e Madonna su tutti) e delle boy band, gruppi nati col preciso intento di catturare l’interesse dei teenager.

Un esempio eclatante in tal senso fu lo scandalo suscitato dai Milli Vanilli nel 1990, due bei ragazzi-fantoccio pilotati dal produttore Frank Farian che vennero prima adulati e poi scaricati quando si scoprì che non cantavano né suonavano una nota che fosse una.

IL LATO VIRTUOSO DEL POP

Il lato commerciale è l’aspetto dominante e funesto del mondo pop ma vi sono anche innegabili virtù artistiche e, per il bene comune, è su queste che dovrebbero orientarsi i nostri cuori e le nostre menti.

Musicalmente parlando, esiste anche un pop di qualità anche se in quantità limitata. Esemplare la lezione dei Beatles che partendo dal rock’n'roll hanno sempre fatto del pop riuscendo a mantenere una qualità artistica di altissimo livello. Certamente il loro successo commerciale è dovuto anche ad altri fattori extra-musicali, ma questo nulla toglie e nulla aggiunge al valore artistico del loro repertorio.

Vero e proprio modello d’eccellenza, i Beatles sono certamente il caso più luminoso e tangibile di arte pop anche se tanti validissimi esempi si trovano sovente sparpagliati qua e là, ben nascosti tra i meandri della musica. E così, tirando le somme, non è corretta nemmeno l’equazione “pop = musica commerciale” fatta da molti.

Anche dal punto di vista della pedagogia musicale il pop possiede un fattore sociale di primaria importanza. Questo fattore è l’inclusività e cioè la proprietà di attingere dagli altri generi per portarlo alle masse.

Nella maggior parte dei brani pop infatti si possono riconoscere frammenti sparsi di generi come il jazz, il rock, il rap, il rhythm’n'blues e così via fino alla musica classica. Per ottenere prodotti appetibili sul mercato, queste musiche sono abitualmente fatte oggetto di manipolazione e/o semplificazione speculativa e vanno ad arricchire la gigantesca fiera delle banalità pop.

Ma proprio tramite questa sua caratteristica, il pop è uno degli strumenti più efficaci per familiarizzare con altre musiche più esclusive. E uno dei compiti della musicologia è quello di sfruttare questo potenziale inespresso allo scopo di promuovere l’ascolto attivo.

Per rendere sostenibile anche l’insostenibile leggerezza del pop.

Puoi approfondire tutti questi argomenti (stereotipi, ascolto attivo, musica popolare, popular music) nel mio e-book “I semi dell’armonia musicale“.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

La storia di Luigi Russolo, il pioniere dell’arte dei rumori

March 30th, 2010

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Italia!!!

Gran bel paese pieno di talenti, di idee e di progetti che però raramente vengono riconosciuti e valorizzati.

A livello nazionale abbiamo sempre avuto una folta schiera di inventori, scopritori, studiosi e pionieri in moltissimi ambiti. Peccato che poi siano gli altri a sviluppare e affermare le intuizioni di casa nostra. Anche nella musica non si fa eccezione.

Dopo il misconosciuto Valentino Airoldi, è giunta l’ora di raccontare la storia di un altro pioniere della musica, ovvero Luigi Russolo, il primo uomo ad aver teorizzato e praticato l’arte del rumore oggi ampiamente riconosciuta a livello internazionale come noise music.

Nato a Portogruaro nel 1885, Luigi Russolo in un primo tempo si dedica alla pittura e si rivela da subito tra gli esponenti più attivi del movimento futurista. Il suo eclettismo e la sua vivacità culturale però lo portano in breve tempo su un altro versante artistico, quello musicale.

Nel 1913 presenta la sua grande invenzione : sono gli intonarumori, una famiglia di strumenti sonori che permettevano di controllare la dinamica, il volume, la lunghezza d’onda di diversi tipi di suono. Assieme al suo fidato collaboratore Ugo Piatti, Luigi Russolo costruì ululatori, crepitatori, rombatori, scoppiatori, gorgogliatori, ronzatori, sibilatori e stropicciatori. Un vero e proprio arsenale rumoristico con il quale si proponeva di rivoluzionare le abitudini musicali dei suoi contemporanei così come afferma nel suo saggio futurista “L’arte dei rumori” (1916) :

Ma sarò soddisfatto se riuscirò a convincerti che il rumore non è sempre sgradevole e fastidioso come tu credi e affermi, e che anzi, per chi lo sappia capire, il rumore rappresenta una fonte inesauribile di sensazioni a volta a volta squisite e profonde, grandiose ed esaltanti.

Tra il 1913 e il 1914, Russolo tiene concerti divulgativi a Modena, Milano, Genova e Londra ma com’era prevedibile, all’epoca l’intonarumori scandalizzò i ‘benpensanti’ insensibili alla bellezza e alle possibilità del rumore. Ci furono aspre polemiche e diversi tafferugli in occasione dei concerti. E provate un po’ ad indovinare dove il protagonista della nostra storia incontrò l’opposizione e le critiche più feroci … si, avete indovinato, proprio in patria. Ahinoi!!!

Nel 1921, finita la Prima Guerra Mondiale, presentò una serie di concerti a Parigi. Le sue, furono esibizioni decisamente rudimentali, da vero pioniere, ma attirarono alcuni tra i più grandi compositori dell’epoca: Stravinskij, Ravel, De Falla, Casella. In seguito, a causa della sua mancata adesione al fascismo viene gradualmente emarginato dalla scena culturale. Nel frattempo prova ad imporsi in campo cinematografico, ma l’avvento del sonoro rende vani i suoi tentativi. Il suo ultimo concerto risale al 1929, sempre a Parigi.

Nel 1941, Russolo abbandona definitivamente l’attività musicale e negli ultimi anni di vita ritorna al suo vecchio amore : la pittura. Come non bastasse, gli intonarumori andarono tutti distrutti nei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Ma in ogni caso, quei bizzarri scatoloni di legno muniti di altoparlante furono i precursori della musica elettronica e della sintetizzazione del suono. Il tempo gli darà ragione dimostrando inequivocabilmente che anche col rumore si può fare musica! E Luigi Russolo era conscio di questo :

Certe forme che suscitarono prima stupore e indignazione non tardarono poi a essere udite con indifferenza, come logiche e naturali. Chi si stupisce più del famoso accordo dissonante della Nona Sinfonia di Beethoven? Chi giudica ancora insopportabile l’intensità dei fortissimi di Berlioz? Chi pensa e dice ancora che la musica di Wagner rovina l’orecchio? E le più recenti dissonanze di Debussy e di Strauss, non sono ormai accettate esse pure dalla maggioranza, e non sono, esse pure, divenute logiche e normali per il nostro orecchio? La ragione di questi casi di rapido adattamento va ricercata nel fatto che la nostra sensibilità acustica è continuamente colpita da accordi ben altrimenti dissonanti e da timbri ben più complicati, che sono nei rumori della vita e della natura. E nella musica, forse più che in ogni altra arte, è decisiva l’importanza che hanno per il senso (considerato nella sua essenza fisiologica) la capacità e l’abitudine di sopportare certe date sensazioni. … Il rumore deve divenire un elemento primo da plasmare per l’opera d’arte. Deve perdere, cioè il suo carattere di accidentalità, per divenire un elemento sufficientemente astratto perché possa arrivare alla trasfigurazione necessaria di ogni elemento primo naturale in elemento astratto d’arte.

Morale della favola : non giudicare male qualcosa solo perché non la capisci, semmai sforzati di capire … in musica più che mai.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Rock : riassunto di un’avventura straordinaria

March 9th, 2010

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Muddy Waters una volta disse : “Il blues ebbe un bambino che chiamarono rock’n'roll “.

Quella evocata dal leggendario bluesman di Chicago è un’immagine semplice e tenera che chiarisce bene quali sono le fonti del rock’n'roll.

Delle sue origini (come è nato e come si è diffuso) ho già scritto in “La lunga vita del rock’n'roll“. Qui desidero ripercorrere le principali tappe successive.

Per dirla alla Muddy Waters, vediamo come il bambino è diventato adulto e come ha speso il resto della sua vita.

LA SVOLTA DEL 1965

Nei primi anni ‘60 il rock’n'roll langue. Quella stessa musica che aveva repentinamente stravolto il decennio precedente comincia a diradare, a scolorire altrettanto in fretta.

Accade che l’industria musicale, con in prima fila l’ASCAP (la società degli editori), si adopera per restaurare il controllo del mercato addomesticando quell’energia primitiva in un pop preconfezionato e perbenista. Nel frattempo per svariati motivi (incidenti mortali, conversioni religiose, detenzioni carcerarie, scandali e servizi militari) si assiste al declino irreversibile di quasi tutti i suoi principali protagonisti.

Ma in realtà il rock’n'roll è vivo e vegeto; sta solo attraversando un periodo di assimilazione. Sotto le ceneri infatti cova un fuoco rivoluzionario.

Ogni musicista d’America sta imparando la lezione del rock’n'roll : i cantautori folk e blues ne sentono sempre più l’influenza mentre i ragazzi lo suonano appena possono, specie nei garage di casa (da qui deriverà il termine garage rock, sorta di antenato del punk). E’ un’onda lunga che si fa sentire con ancora più efficacia al di là dell’oceano, in Gran Bretagna, dove si cominciano a formare migliaia di band giovanili (Beatles in testa) il cui successo sconfinerà oltre il territorio nazionale e darà inizio alla cosiddetta British Invasion sul suolo americano.

I tempi sono maturi. Anzi, parafrasando Bob Dylan “i tempi stanno cambiando”. Il primo ad accorgersene è proprio il cantautore del Minnesota che nell’anno di grazia 1965 si fa accompagnare da una band con strumenti elettrificati e pubblica due capolavori assoluti come “Bringing it all back home” (22 marzo) e “Highway 61 revisited” (30 agosto). Storica e significativa anche la sua presenza al controverso Newport Folk Festival del 25 luglio con tanto di Fender Stratocaster e la Paul Butterfield Blues Band al seguito. L’inedita combinazione tra poesia, contenuti sociali ed elettricità operata da Dylan genera una svolta decisiva. Nel frattempo seguono altri segnali inequivocabili. Il 12 aprile infatti i Byrds pubblicano il loro primo singolo “Mr.Tambourine man“, cover dello stesso Dylan con cui ottengono uno strepitoso successo.

L’altra faccia della medaglia ha il suono esuberante e pieno di vigore che giunge dalla Gran Bretagna. Il 6 giugno esce “(I can’t get no) Satisfaction” dei Rolling Stones e il 5 novembre esce “My generation” degli Who. Sono singoli di grande importanza, specie per la presenza di due tra i più celebri riff di chitarra nella storia del rock. Quando il 3 dicembre i Beatles danno alle stampe “Rubber soul “, anche le orecchie più insensibili colgono i segni della rivoluzione in atto. Per il quartetto di Liverpool è l’album della maturità artistica, quello che segna il passaggio da un beat leggero che è parente strettissimo del rock’n'roll, ai suoni sperimentali e psichedelici che aprono alla ricerca e alla contaminazione.

Ciò che prima veniva chiamato rock’n'roll, da qui in avanti si traduce come rock. Un termine che è più semplice e generico, ma certamente più adatto a rappresentare una galassia sonora in continua ed incontenibile espansione. Ormai il bambino è diventato adulto.

UNA LINGUA DAI 1000 DIALETTI

Dopo la svolta cruciale del 1965, moltissimi musicisti prendono coscienza delle potenzialità di questa musica e dei suoi possibili sviluppi. Tutto questo si traduce in un periodo di furore creativo che non ha paragoni nella storia della musica.

Come già era avvenuto negli anni ‘50 con Elvis e i suoi ‘fratelli’, alla base del cambiamento c’è l’attitudine psichedelica dei musicisti. Psichedelia che è stata e sarà ancora la chiave di volta per tutte le tappe fondamentali del rock a venire.

Nel breve volgere di 5 anni (1966/1970), il potenziale del rock esplode in tutta la sua travolgente energia, aprendo al mondo della musica tantissime strade tutte da esplorare. Come una lingua da cui traggono origine 1000 dialetti, diventa una miniera d’oro capace di assumere innumerevoli forme che possono anche apparire lontanissime tra loro ma che in realtà sono tutte riconducibili a un’unica matrice comune. Figlie del blues, tutte discendono direttamente dal rock’n'roll e risultano spesso indistinguibili le une dalle altre.

Alcuni di questi generi si affermano in tempi brevi come il rock blues (la forma più classica che è profondamente legata alla propria ‘madre’), il folk rock (quello più vicino alle musiche di tradizione popolare), l’hard rock (variante del rock blues con sonorità e ritmi più forti e marcati) e il progressive rock (pieno di elaborazioni nel suono e nella struttura e colmo di riferimenti alla musica colta e al jazz)

Altri invece si definiscono meglio col passare degli anni. E’ il caso del southern rock (stile sviluppatosi nel sud degli States che attinge dal rock blues, dal country e dal boogie), del punk (dal carattere ruvido e diretto che si rifà al primo rock’n'roll), del noise rock (che fa utilizzo del rumore e delle dissonanze), della new wave (che partendo dal punk, apre all’elettronica e alla contaminazione a 360 gradi) e del grunge (movimento musicale con epicentro Seattle che mischia punk, hard rock ed elementi heavy metal).

MORTE E REINCARNAZIONE DEL ROCK

Oggi, col senno di poi, si può dire che il grunge è stato l’ultimo movimento artistico di grande portata. Nel corso degli anni ‘90 infatti, il rock perde la sua identità ed i suoi caratteri distintivi. La parola stessa perde di senso, utilizzata a spron battuto e in ogni circostanza ma sempre meno tradotta in musica.

Molti ne segnalano il declino irreversibile. Non a caso si cominciano ad utilizzare termini pittoreschi come post rock o alternative rock e c’è anche chi ne celebra il funerale in musica. Si tratta di Lenny Kravitz che nel 1995 canta “Rock’n'roll is dead” e lo fa citando con un ambiguo gioco di contraddizioni il celebre riff della zeppeliniana “Heartbreaker“, uno degli emblemi più significativi dell’epopea rock.

In effetti è proprio così! Dopo oltre 40 anni di straordinarie avventure, la miniera d’oro si è esaurita.

Il rock che conoscevamo, quello più autentico e genuino, ha terminato il suo ciclo. E’ morto per poter risorgere e mostrarsi sotto nuove sembianze. Le sue strade sono state battute in lungo e in largo ed è tempo che vadano ad arricchire altre musiche. Oggi il rock continua a lasciare tracce profonde in tanta musica che magari conosciamo sotto un altro nome.

C’è chi fa revival senza pretese, chi ne fa una parodia più o meno volontaria, chi se lo gode in ogni sua sfaccettatura e chi lo ignora completamente. Ma quella miniera d’oro è viva e presente più che mai, preservata dalla memoria di chi c’era e dalla passione di chi fa musicologia.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Origini storia e stili del country

February 19th, 2010

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Ha origini arcaiche ed una vastissima discendenza geografica. Ha un incredibile miscuglio culturale che continua a rinnovarsi incessantemente. E ha una storia avvincente tutta da riscoprire.

Si chiama country.

Parallelamente al blues, anche il country è una musica di origine popolare che si sviluppa in America negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900. Laddove il blues è espressione degli immigrati di origine africana, il country nel suo complesso nasce e si evolve tra gli immigrati di origine europea.

Prima del ‘900, la musica rurale americana della popolazione bianca consisteva principalmente nel repertorio popolare dei paesi d’origine del vecchio continente (Irlanda, Inghilterra, Scozia, Francia, Italia), e nei canti religiosi promossi dagli evangelisti. I musicisti che la suonavano andavano a formare le string band  perché gli strumenti usati erano quasi esclusivamente a corda (violino, banjo, chitarra e mandolino).

I termini in voga nella prima metà del secolo per definire questa musica ce ne indicano la provenienza : hillbilly music (così venivano soprannominati i contadini bianchi delle regioni del sud) e old time music (a sottolineare un legame figlio di antiche tradizioni d’origine europea).

L’affermazione del country a livello nazionale si compie negli anni ‘20 quando emergono i primi professionisti del genere. Il primo pioniere è Ralph Peer, talent-scout e produttore che gira l’America in cerca di nuove forme di musica popolare da registrare e pubblicare. Sarà lui a lanciare alcuni tra i più importanti esponenti del primo country come Jimmie Rodgers (che verrà soprannominato il padre del country) e la Carter Family.

Nelle due decadi successive (’30-’40) contributi decisivi arrivano dal cinema e dalla radio. Al cinema impazzano i film western che danno modo al pubblico di familiarizzare con questo genere e creano un binomio così forte e stereotipato, che la musica verrà soprannominata per anni country & western. Ancora più importante il contributo della radio, uno strumento decisivo per la sua diffusione specie durante la Grande Depressione degli anni ‘30. Di enorme rilevanza è lo storico programma radiofonico Grand Ole Opry che sin dal 1925 viene trasmesso dal vivo a Nashville, la capitale del Tennesse considerata all’unanimità anche la capitale del country.

E’ questo il periodo in cui il country mostra tutte le sue meravigliose sfumature ed inizia a contaminarsi con le altre musiche popolari. Gli stili più rappresentativi sono il bluegrass (che unisce blues, gospel, musica celtica ed è contraddistinto da rapidi assoli di strumenti acustici), il western swing (che mescola polka, swing e ballata folcloristica), il cajun (di origine franco-canadese e basato sull’utilizzo della fisarmonica), il country yodel (derivato dal canto tipico delle alpi svizzero-tedesche) e l’honky tonk (dai forti accenti blues e caratterizzato dall’innovativo suono della steel guitar).

I due protagonisti fondamentali, quelli che hanno maggiormente contribuito a nobilitare e a portare a maturazione questa musica sono stati sicuramente Bill Monroe e Hank Williams. Il primo fu un autentico iniziatore del bluegrass, genere che ha preso il nome dal gruppo che lo accompagnava. Monroe fu un virtuoso del mandolino e soprattutto rinnovò il country promuovendo l’elaborazione della tecnica strumentale.

Ancor più profonda ed influente è la vicenda di Hank Williams, cantautore proveniente dall’Alabama e dotato di un peculiare stile honky tonk. Provvisto di un genio versatile, innovativo e aperto al confronto, egli fu formidabile nel rivitalizzare con inventiva e credibilità le radici country, sia nella musica che nelle liriche. Le sue canzoni verranno reinterpretate nei decenni successivi da moltissimi artisti di diverse estrazioni musicali.

Da Hank Williams al rockabilly il passo è breve, anzi brevissimo. Diffusosi negli anni ‘50 ed assimilabile al rock’n'roll, il rockabilly è solo la prima forma con cui il country influenzerà ed arricchirà tutta la popular music da qui in avanti.

La sua storia è ultrasecolare ma oggi più che mai, il sapore del country lo si può gustare in tantissima musica. Anche dove meno te l’aspetteresti.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà