Archive for the ‘Cultura musicale’ Category

Rock : riassunto di un’avventura straordinaria

March 9th, 2010

rock_avventura-straordinaria

Muddy Waters una volta disse : “Il blues ebbe un bambino che chiamarono rock’n'roll “.

Quella evocata dal leggendario bluesman di Chicago è un’immagine semplice e tenera che chiarisce bene quali sono le fonti del rock’n'roll.

Delle sue origini (come è nato e come si è diffuso) ho già scritto in “La lunga vita del rock’n'roll“. Qui desidero ripercorrere le principali tappe successive.

Per dirla alla Muddy Waters, vediamo come il bambino è diventato adulto e come ha speso il resto della sua vita.

LA SVOLTA DEL 1965

Nei primi anni ‘60 il rock’n'roll langue. Quella stessa musica che aveva repentinamente stravolto il decennio precedente comincia a diradare, a scolorire altrettanto in fretta.

Accade che l’industria musicale, con in prima fila l’ASCAP (la società degli editori), si adopera per restaurare il controllo del mercato addomesticando quell’energia primitiva in un pop preconfezionato e perbenista. Nel frattempo per svariati motivi (incidenti mortali, conversioni religiose, detenzioni carcerarie, scandali e servizi militari) si assiste al declino irreversibile di quasi tutti i suoi principali protagonisti.

Ma in realtà il rock’n'roll è vivo e vegeto; sta solo attraversando un periodo di assimilazione. Sotto le ceneri infatti cova un fuoco rivoluzionario.

Ogni musicista d’America sta imparando la lezione del rock’n'roll : i cantautori folk e blues ne sentono sempre più l’influenza mentre i ragazzi lo suonano appena possono, specie nei garage di casa (da qui deriverà il termine garage rock, sorta di antenato del punk). E’ un’onda lunga che si fa sentire con ancora più efficacia al di là dell’oceano, in Gran Bretagna, dove si cominciano a formare migliaia di band giovanili (Beatles in testa) il cui successo sconfinerà oltre il territorio nazionale e darà inizio alla cosiddetta British Invasion sul suolo americano.

I tempi sono maturi. Anzi, parafrasando Bob Dylan “i tempi stanno cambiando”. Il primo ad accorgersene è proprio il cantautore del Minnesota che nell’anno di grazia 1965 si fa accompagnare da una band con strumenti elettrificati e pubblica due capolavori assoluti come “Bringing it all back home” (22 marzo) e “Highway 61 revisited” (30 agosto). Storica e significativa anche la sua presenza al controverso Newport Folk Festival del 25 luglio con tanto di Fender Stratocaster e la Paul Butterfield Blues Band al seguito. L’inedita combinazione tra poesia, contenuti sociali ed elettricità operata da Dylan genera una svolta decisiva. Nel frattempo seguono altri segnali inequivocabili. Il 12 aprile infatti i Byrds pubblicano il loro primo singolo “Mr.Tambourine man“, cover dello stesso Dylan con cui ottengono uno strepitoso successo.

L’altra faccia della medaglia ha il suono esuberante e pieno di vigore che giunge dalla Gran Bretagna. Il 6 giugno esce “(I can’t get no) Satisfaction” dei Rolling Stones e il 5 novembre esce “My generation” degli Who. Sono singoli di grande importanza, specie per la presenza di due tra i più celebri riff di chitarra nella storia del rock. Quando il 3 dicembre i Beatles danno alle stampe “Rubber soul “, anche le orecchie più insensibili colgono i segni della rivoluzione in atto. Per il quartetto di Liverpool è l’album della maturità artistica, quello che segna il passaggio da un beat leggero che è parente strettissimo del rock’n'roll, ai suoni sperimentali e psichedelici che aprono alla ricerca e alla contaminazione.

Ciò che prima veniva chiamato rock’n'roll, da qui in avanti si traduce come rock. Un termine che è più semplice e generico, ma certamente più adatto a rappresentare una galassia sonora in continua ed incontenibile espansione. Ormai il bambino è diventato adulto.

UNA LINGUA DAI 1000 DIALETTI

Dopo la svolta cruciale del 1965, moltissimi musicisti prendono coscienza delle potenzialità di questa musica e dei suoi possibili sviluppi. Tutto questo si traduce in un periodo di furore creativo che non ha paragoni nella storia della musica.

Come già era avvenuto negli anni ‘50 con Elvis e i suoi ‘fratelli’, alla base del cambiamento c’è l’attitudine psichedelica dei musicisti. Psichedelia che è stata e sarà ancora la chiave di volta per tutte le tappe fondamentali del rock a venire.

Nel breve volgere di 5 anni (1966/1970), il potenziale del rock esplode in tutta la sua travolgente energia, aprendo al mondo della musica tantissime strade tutte da esplorare. Come una lingua da cui traggono origine 1000 dialetti, diventa una miniera d’oro capace di assumere innumerevoli forme che possono anche apparire lontanissime tra loro ma che in realtà sono tutte riconducibili a un’unica matrice comune. Figlie del blues, tutte discendono direttamente dal rock’n'roll e risultano spesso indistinguibili le une dalle altre.

Alcuni di questi generi si affermano in tempi brevi come il rock blues (la forma più classica che è profondamente legata alla propria ‘madre’), il folk rock (quello più vicino alle musiche di tradizione popolare), l’hard rock (variante del rock blues con sonorità e ritmi più forti e marcati) e il progressive rock (pieno di elaborazioni nel suono e nella struttura e colmo di riferimenti alla musica colta e al jazz)

Altri invece si definiscono meglio col passare degli anni. E’ il caso del southern rock (stile sviluppatosi nel sud degli States che attinge dal rock blues, dal country e dal boogie), del punk (dal carattere ruvido e diretto che si rifà al primo rock’n'roll), del noise rock (che fa utilizzo del rumore e delle dissonanze), della new wave (che partendo dal punk, apre all’elettronica e alla contaminazione a 360 gradi) e del grunge (movimento musicale con epicentro Seattle che mischia punk, hard rock ed elementi heavy metal).

MORTE E REINCARNAZIONE DEL ROCK

Oggi, col senno di poi, si può dire che il grunge è stato l’ultimo movimento artistico di grande portata. Nel corso degli anni ‘90 infatti, il rock perde la sua identità ed i suoi caratteri distintivi. La parola stessa perde di senso, utilizzata a spron battuto e in ogni circostanza ma sempre meno tradotta in musica.

Molti ne segnalano il declino irreversibile. Non a caso si cominciano ad utilizzare termini pittoreschi come post rock o alternative rock e c’è anche chi ne celebra il funerale in musica. Si tratta di Lenny Kravitz che nel 1995 canta “Rock’n'roll is dead” e lo fa citando con un ambiguo gioco di contraddizioni il celebre riff della zeppeliniana “Heartbreaker“, uno degli emblemi più significativi dell’epopea rock.

In effetti è proprio così! Dopo oltre 40 anni di straordinarie avventure, la miniera d’oro si è esaurita.

Il rock che conoscevamo, quello più autentico e genuino, ha terminato il suo ciclo. E’ morto per poter risorgere e mostrarsi sotto nuove sembianze. Le sue strade sono state battute in lungo e in largo ed è tempo che vadano ad arricchire altre musiche. Oggi il rock continua a lasciare tracce profonde in tanta musica che magari conosciamo sotto un altro nome.

C’è chi fa revival senza pretese, chi ne fa una parodia più o meno volontaria, chi se lo gode in ogni sua sfaccettatura e chi lo ignora completamente. Ma quella miniera d’oro è viva e presente più che mai, preservata dalla memoria di chi c’era e dalla passione di chi fa musicologia.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Origini storia e stili del country

February 19th, 2010

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Ha origini arcaiche ed una vastissima discendenza geografica. Ha un incredibile miscuglio culturale che continua a rinnovarsi incessantemente. E ha una storia avvincente tutta da riscoprire.

Si chiama country.

Parallelamente al blues, anche il country è una musica di origine popolare che si sviluppa in America negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900. Laddove il blues è espressione degli immigrati di origine africana, il country nel suo complesso nasce e si evolve tra gli immigrati di origine europea.

Prima del ‘900, la musica rurale americana della popolazione bianca consisteva principalmente nel repertorio popolare dei paesi d’origine del vecchio continente (Irlanda, Inghilterra, Scozia, Francia, Italia), e nei canti religiosi promossi dagli evangelisti. I musicisti che la suonavano andavano a formare le string band  perché gli strumenti usati erano quasi esclusivamente a corda (violino, banjo, chitarra e mandolino).

I termini in voga nella prima metà del secolo per definire questa musica ce ne indicano la provenienza : hillbilly music (così venivano soprannominati i contadini bianchi delle regioni del sud) e old time music (a sottolineare un legame figlio di antiche tradizioni d’origine europea).

L’affermazione del country a livello nazionale si compie negli anni ‘20 quando emergono i primi professionisti del genere. Il primo pioniere è Ralph Peer, talent-scout e produttore che gira l’America in cerca di nuove forme di musica popolare da registrare e pubblicare. Sarà lui a lanciare alcuni tra i più importanti esponenti del primo country come Jimmie Rodgers (che verrà soprannominato il padre del country) e la Carter Family.

Nelle due decadi successive (’30-’40) contributi decisivi arrivano dal cinema e dalla radio. Al cinema impazzano i film western che danno modo al pubblico di familiarizzare con questo genere e creano un binomio così forte e stereotipato, che la musica verrà soprannominata per anni country & western. Ancora più importante il contributo della radio, uno strumento decisivo per la sua diffusione specie durante la Grande Depressione degli anni ‘30. Di enorme rilevanza è lo storico programma radiofonico Grand Ole Opry che sin dal 1925 viene trasmesso dal vivo a Nashville, la capitale del Tennesse considerata all’unanimità anche la capitale del country.

E’ questo il periodo in cui il country mostra tutte le sue meravigliose sfumature ed inizia a contaminarsi con le altre musiche popolari. Gli stili più rappresentativi sono il bluegrass (che unisce blues, gospel, musica celtica ed è contraddistinto da rapidi assoli di strumenti acustici), il western swing (che mescola polka, swing e ballata folcloristica), il cajun (di origine franco-canadese e basato sull’utilizzo della fisarmonica), il country yodel (derivato dal canto tipico delle alpi svizzero-tedesche) e l’honky tonk (dai forti accenti blues e caratterizzato dall’innovativo suono della steel guitar).

I due protagonisti fondamentali, quelli che hanno maggiormente contribuito a nobilitare e a portare a maturazione questa musica sono stati sicuramente Bill Monroe e Hank Williams. Il primo fu un autentico iniziatore del bluegrass, genere che ha preso il nome dal gruppo che lo accompagnava. Monroe fu un virtuoso del mandolino e soprattutto rinnovò il country promuovendo l’elaborazione della tecnica strumentale.

Ancor più profonda ed influente è la vicenda di Hank Williams, cantautore proveniente dall’Alabama e dotato di un peculiare stile honky tonk. Provvisto di un genio versatile, innovativo e aperto al confronto, egli fu formidabile nel rivitalizzare con inventiva e credibilità le radici country, sia nella musica che nelle liriche. Le sue canzoni verranno reinterpretate nei decenni successivi da moltissimi artisti di diverse estrazioni musicali.

Da Hank Williams al rockabilly il passo è breve, anzi brevissimo. Diffusosi negli anni ‘50 ed assimilabile al rock’n'roll, il rockabilly è solo la prima forma con cui il country influenzerà ed arricchirà tutta la popular music da qui in avanti.

La sua storia è ultrasecolare ma oggi più che mai, il sapore del country lo si può gustare in tantissima musica. Anche dove meno te l’aspetteresti.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Breve storia del jazz (l’essenziale dalle origini ad oggi)

January 21st, 2010

jazz

La musica più esclusiva che si possa ascoltare? Il jazz!

La musica più inclusiva che si possa ascoltare? Il jazz!

Un’idea che pare illogica e contraddittoria. Eppure questa musica è capace di realizzare in pieno questa idea.

Il jazz è diventato tanto fondamentale e tanto fecondo perché nel corso della sua storia in esso sono confluiti tantissimi altri generi in maniera del tutto spontanea e innovativa. Dal ragtime al blues, dal funk alla musica da ballo, dalla musica colta all’opera teatrale, dal samba alla bossanova.

Come il blues, anche il jazz è nato nelle comunità afro-americane del sud degli Stati Uniti trovando le sue prime espressioni agli inizi del XX secolo. Un genere vitale sin dall’inizio perché oltre alla musica americana, si è fatta portavoce di tradizioni musicali sia africane (soprattutto nel ritmo e nell’improvvisazione) che europee (specie nell’armonia e nella strumentazione). Di certo la caratteristica primaria e quasi onnipresente del jazz è l’improvvisazione.

Ripercorriamo in breve il suo incredibile percorso storico.

IL JAZZ DELLE ORIGINI

Per la sua struttura e il suo tipico ritmo in 2/4, certamente il ragtime è da considerare come una prima forma embrionale di jazz. Sviluppatosi a cavallo tra l’800 e il 900, ebbe come suo principale esponente il leggendario Scott Joplin.

Ma la patria del jazz fu indubbiamente New Orleans. Da lì provengono pionieri  come Jelly Roll Morton, Joe “King” Oliver e Buddy Bolden che dopo aver formato una banda nel 1895 viene considerato il primo jazzista della storia. Un ruolo predominante lo ebbe il quartiere di Storyville che tra il 1986 e il 1917 fu teatro di delinquenza, di prostituzione e di una nuova musica che veniva suonata in ogni locale e in ogni angolo di strada. Probabilmente è a questo che si deve la pessima reputazione che nei primi tempi aleggiava sul jazz.

Negli anni ‘10 e ‘20 la migrazione degli afroamericani nelle città del nord porta molto rapidamente alla sua diffusione ma per ironia della sorte, nel 1917 il primo disco jazz ad essere pubblicato è ad opera di un complesso composto da soli bianchi. Si tratta di “Livery Stable Blues” dell’ Original Dixieland Jass Band.

Gli anni ‘20 vedono la definitiva affermazione del jazz anche grazie a musicisti come Louis Armstrong, il primo a rendere predominante la figura del solista e Fletcher Henderson, pianista fondamentale nel divulgare il ruolo di leader e arrangiatore di un’orchestra. Nel frattempo, le prime tourneé concertistiche in Europa contribuiscono notevolmente alla diffusione del suo verbo oltreoceano.

L’ascesa del jazz è inarrestabile! Viene celebrata in letteratura come nel caso de “Il grande Gatsby” (1925) di Francis Scott Fitzgerald, e viene sublimata al cinema con “Il cantante di jazz” (1927), il primo film sonoro della storia diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson. E diviene da subito oggetto di studi con André Schaeffner, musicologo francese che nel 1926 pubblica un libro dal titolo inequivocabile: “Le jazz“.

Verso la fine degli anni ‘20 e fino ai ‘40 si distinguono le big band dirette da musicisti come Benny Goodman, Artie Shaw, Duke Ellington, Count Basie e Glenn Miller. Il successo di questi complessi allargati consente da un lato di mettere in luce molti solisti dotati e dall’altro di accompagnare la diffusione di nuovi balli. Il più celebre di questi balli fu di gran lunga lo swing (che porta l’accento ritmico sul secondo e sul quarto tempo della battuta) tant’è che per riferirsi a quel periodo si parla comunemente di ‘Swing Era’.

IL JAZZ DAL 1940 AD OGGI

L’avvento della seconda guerra mondiale pose fine al periodo delle grandi orchestre, non solo per le ristrettezze economiche. Gli anni ‘40 infatti, segnano un momento cruciale nel processo di maturazione del jazz. A New York, dalle jam session notturne di una nuova generazione di jazzisti, prende avvio la rivoluzione bebop. Il termine deriva dal caratteristico suono di due note che ricorrevano nei brani.

Era una musica basata su piccoli complessi che attraverso un approccio libero e ardito ristrutturava completamente l’idea di jazz dal punto di vista, armonico, ritmico, melodico e sonoro. Furono molti i protagonisti storici di quel periodo. Da Charlie Parker e Dizzy Gillespie (i due esponenti principali del movimento), a Thelonius Monk, Bud Powell, Fats Navarro, Miles Davis, Charles Mingus, Kenny Clarke, Max Roach, John Coltrane e tanti tanti altri nomi fondamentali che di lì a poco entreranno nella mitologia jazzistica.

Nel frattempo con l’avvento dei dischi a microsolco (1949), i jazzisti hanno la possibilità di sperimentare nuove soluzioni e trovare nuove formule per esprimere la loro creatività grazie ai tempi più lunghi. E’ da qui che il jazz abbandona i favori del pubblico di massa per iniziare un incredibile sviluppo artistico che farà degli anni ‘50 e ‘60 un periodo dorato.

Vengono battuti sentieri di straordinaria influenza ed importanza come il cool jazz (dallo stile melodico e rilassato), il jazz modale (basato sulle scale modali di origine greca anziché sulla successione degli  accordi) e il free jazz (caratterizzato da metriche irregolari e un anti-schematismo di base che rende tutti e perennemente solisti).

Attraverso un’altra generazione di straordinari musicisti il jazz continua a produrre linfa vitale anche nei decenni successivi (Herbie Hancock, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Keith Jarreth, Chick Corea, Pat Metheny, ecc. ). Negli anni ‘70 si diffonde la fusion (o jazz fusion), un nuovo stile che porta alla contaminazione col rock e col funk e all’utilizzo di strumenti elettrici ed elettronici.

Verso la fine degli anni ‘80 nasce l’acid jazz, ennesima forma di integrazione tra elementi jazz e vecchi e nuovi stili che si impongono sulla scena musicale, in particolare hip hop, house e soul. La sua storia continua e, come ha sempre fatto, si insinua in un modo o nell’altro in qualunque altro tipo di musica.

Una storia meravigliosa! Una storia da raccontare ma soprattutto da ascoltare!

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

La lunga vita del rock ‘n’ roll

December 10th, 2009

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“Salve, salve rock ‘n’ roll
Liberami dai giorni vecchi
Lunga vita, rock ‘n’ roll
Il ritmo dei tamburi, forte e coraggioso
Rock, rock, rock ‘n’ roll
I sentimenti sono lì, corpo e anima”

 

Con questi versi profetici il grande Chuck Berry terminava “School days“. Sono frasi che descrivono perfettamente lo spirito del rock’n'roll.

Rock’n'roll !!! Ovvero l’inizio di un ciclo, probabilmente il momento di shock più forte nella musica del 900.

Una musica nata negli Stati Uniti e che già dal nome rivela la sua matrice blues. In italiano può essere tradotto più o meno con ‘dondola e rotola’, un termine che nel linguaggio blues richiama allo stesso tempo sia la danza scatenata che l’atto sessuale.

Ma com’è nato veramente? E come si è diffuso? Vediamo un po’…

ORIGINI

Dell’ingrediente primario, il blues abbiamo già detto. Ma ad essere precisi, il rock’n'roll discende prima di tutto dal rhythm & blues e dal boogie-woogie a cui si vanno ad aggiungere altre influenze: il country o hillybilly (che dà luogo al filone rockabilly) ma anche il folk e il jazz.

La nascita del fenomeno rock’n'roll è una delle conferme più evidenti del fatto che è la percezione sociale a definire i territori della popular music. Tutte le caratteristiche fondamentali del genere esistevano ben prima degli anni ‘50, il periodo in cui si manifestò l’interesse del pubblico bianco. Infatti, se ci si limita all’analisi puramente musicale, il rock’n'roll fu solo un altro modo di chiamare il rhythm & blues.

Tra i musicisti di colore, già nella seconda metà degli anni ‘30 si diffondono canzoni r&b molto simili al r’n'r. Anche i titoli preannunciano la rivoluzione imminente, da “Good rocking tonight” di Roy Brown nel 1947 a “Rock and roll” di Wild Bill Moore nel 1949. In effetti, i luoghi dove si era sviluppato il r&b sono gli stessi in cui nasce il rock’n'roll: Memphis, Chicago e New Orleans.

Un altro fattore molto importante è la discografia indipendente. L’avvento delle piccole case discografiche come Sun, Chess, Atlantic, Specialty, Imperial e Savoy è stato determinante per la sua ascesa. Sono alla base di una rivoluzione che è stata resa possibile dalla forte crescita economica nel dopoguerra.

DIFFUSIONE

Gli anni ‘50 si aprono inequivocabilmente all’insegna del rock’n'roll. Il 3 Gennaio del 1950, Sam Phillips apre a Memphis l’ormai mitico Sun Studio. Sarà lui a registrare quello che molti considerano il primo brano del genere, “Rocket 88″ di Jackie Brenston and His Delta Cats e composta da un giovanissimo Ike Turner. Ma soprattutto sarà lui a lanciare molti grandi talenti del rock’n'roll come Elvis Presley,Bill Haley, Johnny Cash, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison.

L’altro grande pioniere è un dj di Cleveland, Alan Freed. Nel 1951, nel suo storico programma radiofonico “The Moon Dog House Rock’n'Roll Party” iniziò a metter su dischi di r&b per un pubblico bianco. La sua grande intuizione fu semplice e vincente: inventare un termine diverso per promuovere in pratica la stessa musica. Freed si rese protagonista anche nell’organizzare i primi raduni a base di rock’n'roll.

Il contagio del rock’n'roll si fa sempre più forte. Nel 1954 due date segnano il destino della musica. Il 12 Aprile esce “Rock around the clock” di Bill Haley & His Comets, la canzone archetipo del rock’n'roll che esplode solo l’anno successivo quando viene inserita nella colonna sonora di “Blackboard Jungle”. Tre mesi dopo, il 19 Luglio viene pubblicato “That’s all right (mama)“, il primo singolo di uno sconosciuto di nome Elvis Presley.

Da questo momento in poi il rock’n'roll avrà un’ascesa inarrestabile che si estenderà anche al di là dell’oceano, specie in Inghilterra. La sua spinta si andrà esaurendo nella prima metà degli anni ‘60. Tutte le sue caratteristiche originarie (la struttura e l’armonia profondamente blues, lo stile esuberante, il senso di emancipazione giovanile e i fortissimi legami con il ballo) si differenzieranno e si evolveranno in altre forme.

Generalmente si fa risalire a questo periodo la distinzione tra rock e rock’n'roll, anche se uno è nato come semplice abbreviativo dell’altro. Con il tempo, il termine rock ha assunto un significato più ampio che riguarda lo sviluppo successivo a questo primo periodo.

Metaforicamente diciamo che da questo momento in poi il rock’n'roll diventa adulto. Niente di meglio che celebrarlo con le parole e la musica di Chuck Berry:

Lunga vita al rock and roll.

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Santa Cecilia, la protettrice della musica

November 22nd, 2009

santa-cecilia

22 Novembre,

“Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa”.

Si tratta della possibile traduzione dal latino dell’antifona che si canta durante la messa nella festa di Santa Cecilia.

Oggi infatti è una ricorrenza particolare per la musica.

Cecilia è stata una martire del II° secolo d.C . e da tempo immemore viene venerata come la patrona della musica.

Sono sconosciuti i motivi e le origini di questo culto. Così come è sconosciuto anche il reale significato del testo latino che introduce alla messa. In ogni caso, è a partire dal tardo Medioevo che si hanno riferimenti documentati ed espliciti al collegamento tra Cecilia e la musica.

Destinataria di preghiere e protettrice di tutti coloro che hanno a cuore la musica, Cecilia è sempre stata al centro dell’universo artistico europeo.

A partire dalla scultura per proseguire nella pittura. Questa immagine che vedi è tratta dall’estasi di Santa Cecilia, un’opera di Raffaello Sanzio datata verso il 1516.

E naturalmente anche la musica le ha dedicato tanti inni e messe nel corso dei secoli. Vi si sono cimentati grandi compositori come Purcell, Scarlatti, Haendel, Haydn e Britten.

Forse il significato e le origini di questa tradizione secolare resteranno sconosciuti, ma di certo sappiamo che Cecilia cantava a Dio interiormente nel suo cuore.

Ed è qualcosa di inevitabile: è proprio passando per il cuore che si aprono le porte della musica. Sempre! A qualsiasi livello e al di là di qualunque credo religioso.

Cara Cecilia, desidero prima di tutto immaginarti e ricordarti come un modello. Come una guida per tutti quelli che come me hanno a che fare con la musica.

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Una breve storia del blues. Origine e diffusione.

October 13th, 2009

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Se c’è una musica che rappresenta il centro di gravità della popular music, questa è certamente il blues.

 

Nato in America tra il 19° e il 20° secolo, è stato ed è tuttora una fonte d’acqua viva da cui hanno attinto tutti i generi musicali successivi … e una miriade di musicisti.

 

Grazie al suo potere generativo e alla sua capacità di attrarre, influenzare e comprendere altre musiche, a lungo andare si è conquistato un appellativo forte : la madre di tutte le musiche.

Raccontare la storia del blues equivale a raccontare la storia e l’emancipazione del popolo afroamericano. Un popolo che nel corso dei secoli ha vissuto il dramma della deportazione, della schiavitù, dell’oppressione e della discriminazione.

Il termine blues è legato all’espressione “to have the blue devils” ovvero “avere i diavoli blu“. Era un modo di dire spregiativo utilizzato dai bianchi che associavano il colore blu al senso di malinconia e tristezza che attribuivano a quella musica sconosciuta.

Ma procediamo con ordine.

ORIGINE

Possiamo dire che il blues è nato nella seconda metà dell’800 e con ogni probabilità la sua culla si trova nella regione del delta del Mississippi in Louisiana.

Certamente una data decisiva per le origini del blues è il 1865. Con la fine della guerra di Secessione, viene dichiarata l’abolizione della schiavitù in tutti gli Stati Uniti d’America. In realtà ci sarà ancora molta strada da fare prima che la popolazione afroamericana riesca a conseguire i suoi diritti, ma intanto è stato posto il primo mattone per le fondamenta di una musica che conquisterà il mondo.

Prima di quella data, agli schiavi era solitamente proibito parlare nella loro lingua d’origine, suonare le percussioni e praticare danze e riti religiosi. Inoltre gli schiavi venivano da comunità e zone dell’Africa differenti. Molto spesso non riuscivano a comunicare tra loro se non utilizzando i rudimenti della lingua inglese. Queste difficoltà favorirono la nascita di forme linguistiche e musicali originali.

La conversione forzata al cristianesimo aveva portato nel corso dell’ 800 allo spiritual, unione della sensibilità musicale del nero coi precetti religiosi. Il massacrante lavoro nei campi di cotone veniva scandito dalle work song, canti di lavoro caratterizzati dalla forma call-and-response che avevano la funzione di elevare lo spirito e trasmettere forza e speranza. E clandestinamente, si svolgeva il ring shout, danza rituale eseguita in circolo e contraddistinta da ritmi sincopati con canto e  battito delle mani.

Sono tutte manifestazioni di una cultura che ha assorbito e sintetizzato in maniera creativa l’influsso di America, Europa e Islam attorno alla propria radice africana. E’ un terreno fertile nel quale in breve tempo germoglia un fiore chiamato blues.

Ora che la strada è aperta, l’incontro con nuovi strumenti musicali permette di ampliare il raggio d’azione. Particolarmente importante è l’utilizzo della chitarra, uno strumento erede del banjo che si affaccia in quel periodo sulla scena, e da cui i bluesman estraevano sonorità assolutamente inedite.

DIFFUSIONE

Agli inizi del secolo il blues è una musica pienamente compiuta e riconoscibile. E’ in questo periodo che avviene il passaggio dalla forma originaria di musica tramandata oralmente a musica di intrattenimento.

Nella prima decade del ‘900 si forma una generazione di musicisti veri e propri che codificano e impongono la musica blues. Contemporaneamente, la migrazione degli afroamericani verso le grandi metropoli come Memphis, New York, Chicago, Detroit e Dallas contribuisce a diffonderne il verbo su scala nazionale.

Nel 1910 nelle grandi città americane si calcola che 1/3 della popolazione è nato all’estero e 1/3 è figlio di immigrati. Nonostante i profondi problemi sociali ed economici della nazione, il carattere cosmopolita dell’America d’inizio secolo non fa altro che esaltare l’espansione e la contaminazione del blues.

Dagli anni ‘20 l’editoria e la discografia si interessano al blues, standardizzandolo nella tipica struttura base di 12 battute. Le prime pubblicazioni su spartito risalgono al 1912, mentre nel 1920 “Crazy blues” di Mamie Smith è il primo brano blues ad essere inciso su disco ed ottiene subito un enorme successo.

In seguito, negli anni ‘30 e ‘40 si vanno formando diverse ramificazioni tutte comunque profondamente radicate nello spirito e nella struttura del blues. Si va dal blues rurale al blues elettrico, dal boogie-woogie al rhythm & blues e dal blues jazzistico al gospel.

Giunto alla soglia degli anni ‘50, il blues ha tracciato un’impronta indelebile nella storia ed è ormai pronto a diventare davvero “la madre di tutte le musiche”. Senza la sua presenza, tantissime musiche non sarebbero mai esistite (rock’n'roll, rock, soul, funk, punk, rap) e molte altre sarebbero state profondamente diverse da come le conosciamo oggi (jazz, pop, country, folk, reggae).

Il suo potere è attivo ancora oggi sia direttamente nella sua forma originale, sia indirettamente nella moltitudine di generi e stili che circolano attorno alle nostre orecchie.

E quindi, in ogni caso … buon Blues a tutti!

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Che cos’è la psichedelia?

July 14th, 2009

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P S I C H E D E L I A .

Una parolina suggestiva e sfuggente, usata (e abusata) in 1000 modi e nelle situazioni più disparate.

Ma nell’universo della musica è una parolina dalle proprietà magiche e rivelatorie.

Ecco in sintesi la sua origine, il suo significato e le sue caratteristiche.

ORIGINE

Il termine fu coniato per la prima volta nel 1956 dallo psichiatra Humphry Osmond che in una lettera ad Aldous Huxley lo utilizzò per definire le sostanze che “liberano il pensiero dalle sovrastrutture delle convenzioni sociali“.

Un termine che preso cosi com’è, sta a indicare il cosiddetto allargamento della coscienza. Ma nell’immaginario collettivo, vi è l’idea di una musica psichedelica che viene spesso associata o fatta derivare all’assunzione di sostanze allucinogene.

Se è vero che droga e psichedelia si sono incrociate molte volte, è altrettanto vero che la presenza dell’una non implica che ci sia anche l’altra e viceversa. Ci vuole un minimo di discernimento per non rischiare, come si usa dire, di gettare via il bambino con l’acqua sporca.

Comunque sia, storicamente parlando, da quel momento in poi questo ideale psichedelico si è esteso in molte discipline artistiche, prima tra tutte la popular music.

In particolar modo, la seconda metà degli anni ‘60 è stato un periodo d’oro per la musica psichedelica che partendo dalla Bay Area di San Francisco si è diffusa rapidamente in tutto il mondo. Un periodo così ricco ed intenso, da influenzare pesantemente la popular music dei decenni successivi.

SIGNIFICATO

Se la nascita del termine è piuttosto recente, al contrario il suo significato profondo è antichissimo e probabilmente risale fino alle misteriose sorgenti della musica.

Lo si può comprendere dall’etimologia della parola. Psichedelia deriva dal greco (psiché - anima) e  (delos - manifestare, rivelare).

Quindi, in sostanza, la psichedelia è esplorazione e osservazione del proprio spazio interiore attraverso la musica. Una musica che è compenetrata da elementi di spiritualità, psicologia e misticismo.

Perciò non si tratta né di un genere, né di uno stile. Non appartiene a nessun particolare tipo di musica e nemmeno a un particolare periodo storico.  Molto più semplicemente, la psichedelia è un’attitudine.

Un’attitudine musicale in cui ci si propone di modificare la percezione abituale allo scopo di raggiungere livelli più profondi di coscienza. E questo vale per chi suona e soprattutto per chi ascolta.

CARATTERISTICHE

Trattandosi di un’attitudine, la psichedelia può manifestarsi  a qualunque livello e in qualunque elemento della musica. E può essere ottenuta in tantissimi modi.

Può far parte della struttura della musica. Alcuni esempi sono l’utilizzo di particolari sequenze di accordi, le alterazioni delle scale armoniche, i cambi di ritmo, la dilatazione del brano e le sovrapposizioni melodiche.

Oppure può riguardare il suono. Possono esserci delle alterazioni nel timbro degli strumenti: distorsioni, filtri ed effetti di ogni genere. Ma possono esserci anche delle dissonanze, delle pulsazioni o i classici rumori di fondo.

E può essere ottenuta semplicemente tramite la parola. La troviamo nell’utilizzo di metafore e simbolismi ma anche nella maniera con cui viene interpretato un testo.

Ma, per la sua capacità di trasmetterci emozioni, il vero fattore chiave della psichedelia è il riverbero.  Che cos’è il riverbero???

Detto in parole povere, il riverbero è il flusso del suono che si espande nell’ambiente circostante. Attraverso di esso siamo in grado di percepire la distanza che ci separa dalla sorgente sonora, la sua posizione e il tipo di ambiente in cui questo suono è stato generato.

E purtroppo è un fattore che, complice l’avvento del digitale, viene clamorosamente trascurato nella musica odierna.

RIFLESSI PSICHEDELICI

Più in generale possiamo dire che la musica psichedelica ci stimola a oltrepassare i vincoli della nostra logica ordinaria.

Musica che produce riflessi benefici sulla mente attraverso l’allargamento della prospettiva, i cambi di dimensione e le sperimentazioni dello spazio sonoro. E questi riflessi si estendono su ogni tipo di musica.

La puoi trovare ovunque!

… dalle opere di Richard Strauss ; per farti un’idea ascolta “Also sprach Zarathustra“.

… fino alle opere di Jimi Hendrix che una volta disse:

“Cerchiamo di fare della musica libera, dura, che picchia forte sull’anima, per fare in modo che si apra.”

E allora che sia psichedelia … per andare alla scoperta della nostra anima.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà