Archive for the ‘Educazione & Cultura’ Category

La geografia della musica popolare : Oceania

December 29th, 2011

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Con la fine dell’anno giunge alla conclusione anche il nostro viaggio in giro per il mondo alla scoperta delle musiche popolari.

In questa ottava ed ultima puntata ci occupiamo dell’Oceania, continente costituito da un enorme complesso di isole che per comodità di trattazione distingueremo in 3 aree geografiche principali: l’Australia, la Melanesia e la Polinesia.

L’Australia è una zona assai eterogenea che a partire dall’800 ha visto l’immigrazione dei più disparati gruppi etnici con una prevalenza della popolazione di origine anglo europea. Oggi la popolazione aborigena si è per gran parte assimilata allo stile di vita occidentale ma vi sono ancora alcune eccezioni che ci permettono di risalire ai tratti salienti delle tradizioni indigene.

Nella cultura aborigena, le caratteristiche principali sono trasmesse attraverso i canti con l’accompagnamento di strumenti quali i bastoni a percussione e il dijeridoo. Ricavato dai rami di eucalipto e dotato di un’estesa gamma di timbri, quest’ultimo è un po’ lo strumento simbolo della tradizione musicale di questa regione.

Ben altro tipo di tradizioni si riscontrano in Melanesia. Si tratta di un vasto gruppo di isole del Pacifico meridionale che comprende tra l’altro la grande isola che si divide in Nuova Guinea occidentale (che appartiene all’Indonesia) e Papua Nuova Guinea sul versante orientale.

Elemento comune in tutta la zona è il fatto che ogni danza ed evento musicale viene organizzato solamente se vi è una precisa ragione. La musica è quindi indissolubilmente legata alla funzione (canto di guarigione, di lavoro, funerario, ecc.) a cui si riferisce. Tra gli strumenti si segnalano i grandi tamburi a fessura, diversi tipi di flauti ed il rombo (una tavoletta di legno legata ad una cordicella che emette un ronzio cupo).

Più a est troviamo le numerose e relativamente piccole isole della Polinesia (Hawaii, Samoa, Tonga, Tuvalu) mentre verso nord-ovest si situano le isole della Micronesia. Sostanzialmente in queste regioni musica e danza sono vissute più come appendici della poesia che come attività autonome.

Così troviamo una gran quantità di canti salmodiati con profili melodici che hanno lo scopo principale di dare risalto al significato magico dei versi e che a noi occidentali potrebbero apparire limitati. Sul versante strumentale troviamo sonagli di zucca (uli uli), castagnette (ili ili), tamburi cilindrici (pahu) e diverse trombe di conchiglia.

Degno di nota è infine il modo con cui la popolazione hawaiana ha assorbito e reinterpretato l’influenza esercitata dai missionari europei nel corso dell’800 e oltre. La chitarra hawaiana (creata sul modello della bragha portoghese) porta a maturazione un interessante e fertile compromesso, con una sbarretta metallica che scorre sulle corde allo scopo di produrre quel suono glissato che sta alla base della tradizione canora del paese.

Queste sonorità autoctone sono poi rifluite come un’onda in piena esercitando grande influenza sull’attuale popular music.

Per ora, il nostro viaggio ‘geomusicalpopolare’ si conclude qui. Abbiamo gettato un fugace ed umile sguardo verso una serie di culture e di tradizioni millenarie le quali continuano a confluire in quell’incessante e smisurato corso chiamato storia dell’umanità.

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Letture : Arrigo Polillo - La vicenda e i protagonisti del jazz

November 26th, 2011

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Sin dalla sua prima pubblicazione nel 1975 venne da molti definita la Bibbia del jazz. Fu un’accoglienza entusiastica : comprensibile considerando che qui in Italia è sempre scarseggiata la traduzione e la pubblicazione di saggi musicali.

Sto parlando di “Jazz - La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana“, ad oggi il libro più completo ed autorevole disponibile in lingua italiana su questo argomento. Le numerose ristampe che si sono susseguite negli anni, confermano il valore e l’importanza di quest’opera che qualunque jazzofilo, ma anche chi vuole avvicinarsi alla materia, non può lasciarsi sfuggire.

Ma prima di presentare il libro, è d’obbligo qualche cenno sull’autore. Arrigo Polillo (1919-1984) è stato giornalista, critico, storico musicale ed organizzatore di molti importanti festival jazz nel nostro paese. E’ stato inoltre cofondatore, caporedattore e direttore della rivista “Musica Jazz” nata nel lontano 1945. Insomma un curriculum davvero notevole, specie tenendo conto del periodo storico in cui ha iniziato la sua attività (ovvero nella prima fase di sviluppo del jazz, perlomeno in Europa).

Questo libro rappresenta un pò la summa delle conoscenze e dei pensieri musicali di Polillo. Tra i molti pregi di “Jazz“, l’aspetto che maggiormente ho apprezzato è la sua suddivisione in 2 parti che, a conti fatti, rende più chiara e fruibile la materia. In questo modo Polillo ha evitato gran parte delle dispersioni che solitamente affliggono i libri di una certa lunghezza ed appropriatamente lascia al lettore il compito di “ricomporre se vorrà avere un quadro abbastanza completo della storia e dei valori del jazz“.

Più di 800 pagine dunque, di cui 300 circa per narrare la vicenda e altre 500 per descrivere il percorso artistico dai suoi principali protagonisti attraverso 48 schede monografiche (34 più le 14 aggiunte in seguito da Fayenz).

La prima parte è ricca di fascino grazie al modo in cui riesce ad evocare l’atmosfera dei tempi. Ci si immerge così tra le strade della New Orleans di inizio ‘900 per poi migrare verso le città industriali del nord (Chicago, New York, Kansas City). Partendo dalle radici del blues, dello spiritual e delle musiche bandistiche si segue la maturazione di nuove forme come lo swing, il bebop, l’hard bop e il free jazz. Gran parte della vicenda è trattata con una proprietà di analisi davvero fuori dal comune. Poi, una volta giunti agli anni ‘60, la capacità critica dell’autore segna il passo a causa di un’ideologia che oggi appare retrograda. Ma fa comunque piacere rilevare il suo appassionato sforzo di integrare l’ultimo periodo trattato col resto dell’opera.

Altrettanto valida e scorrevole risulta la seconda parte, in cui si traccia la biografia dei principali protagonisti del jazz (si parte da Jelly Roll Morton e si arriva ad Ornette Coleman) e si cerca di valutare il personale contributo che ciascuno di loro ha fornito alla vicenda narrata in precedenza. Anche qui Polillo si distingue per l’estrema bravura con cui riesce a condensare con minuziosa precisione e fluidità di scrittura gli aspetti umani con quelli puramente musicali, la vita privata con la carriera artistica.

L’edizione odierna (pubblicata nel 1997) si giova degli aggiornamenti curati da Franco Fayenz che riprende e completa la narrazione delle monografie degli artisti ancora viventi al momento della pubblicazione del libro aggiungendovi inoltre quelle di Gil Evans, Bill Evans e Keith Jarrett.

Ma forse il suo contributo più sentito ed efficace è il breve saggio critico dal titolo “Il secolo del jazz” dove opportunamente contestualizza e rivaluta l’opera. Qui Fayenz mette in risalto alcune idee fondamentali per l’epoca che stiamo vivendo. Concentrandosi sull’idea di “musica totale”, mette in guardia sulla possibilità di approdare a qualcosa di piuttosto inquietante ed asettico. Piuttosto, auspica l’avvento di un “ascoltatore totale” capace di un approccio privo di pregiudizi (e per questo più consapevole) verso tutte le musiche del mondo in modo da essere in grado di trarne il massimo del contenuto emozionale.

E di certo, un libro come questo ci mette sulla buona strada.

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Fate largo ai mister X della musica

November 15th, 2011

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Questo articolo è per loro, i mister X della musica.

Uomini che han fatto meraviglie agendo sempre nell’ombra, lontano dalle luci della ribalta.

Uomini influenti, vere e proprie eminenze grigie che hanno svolto un’attività essenziale dedicando la loro vita al servizio della musica : impresari, produttori, tecnici, studiosi, eccetera. Uomini che nel corso della loro vita hanno dato tanto, tantissimo alla musica.

Desidero insomma dedicare un po’ di spazio e fare almeno una piccola menzione per quei protagonisti, magari poco noti, ma sicuramente fondamentali nell’universo musicale degli ultimi cent’anni. Persone che hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella valorizzazione (e spesso e volentieri anche nella creazione) della grande musica.

Ho volutamente escluso dall’elenco personaggi come Phil Spector, George Martin e Malcom Mc Laren, i cui nomi sono per diverse ragioni piuttosto noti al grande pubblico. Sono comunque le classiche eccezioni di un panorama assai più vasto di quello che può essere contenuto in questa sede.

- Chris Blackwell, produttore discografico inglese e fondatore della Island Records, etichetta che ha promosso soprattutto folk rock, progressive e reggae.

- Joe Boyd, produttore, talent scout e grande specialista del folk rock inglese.

- Diego Carpitella, etnomusicologo italiano che negli anni ‘50 lavorò alla ricerca e all’archiviazione di migliaia di canti popolari su tutta la penisola.

- Leonard Chess, produttore discografico statunitense e fondatore, con il fratello Phil, della Chess Records, etichetta chiave nell’evoluzione del blues elettrico.

- I fratelli Ahmet e Nesuhi Ertegun (nella foto sopra), produttori discografici turchi tra i fondatori della Atlantic Records, decisivi per lo sviluppo del rhythm & blues ma importanti anche nel jazz, nel rock e nel pop.

- Bill Graham, impresario di origine tedesca, organizzatore di concerti rock degli anni ‘60 e ‘70 e gestore di locali storici come il Fillmore East.

- Norman Granz, impresario, produttore jazz e fondatore di etichette come la Verve Records. Fu una figura di riferimento della musica jazz americana sviluppatasi a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60.

- John Hammond, musicista, produttore, critico musicale e formidabile talent scout capace di lanciare molti musicisti tra i più dotati ed influenti del ventesimo secolo.

- Leslie Kong, produttore discografico giamaicano che contribuì a dare al reggae una dimensione internazionale.

- Eddie Kramer, ingegnere del suono e produttore. Figura di spicco soprattutto per il suo contributo dato alla musica rock a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70.

- Alan Lomax, etnomusicologo, antropologo e produttore discografico statunitense nonché figlio del musicologo John Avery Lomax. Le loro indagini e registrazioni sul campo ci lasciano una testimonianza d’inestimabile valore sulle musiche folk d’inizio secolo.

- Teo Macero, sassofonista e produttore discografico statunitense la cui fama è collegata al suo lavoro nella Columbia Records per la quale collaborò a molti fondamentali album jazz.

- Sam Phillips, produttore noto per aver creato la casa discografica Sun Records negli anni ‘50. Grazie al suo contributo pionieristico, si meritò l’appellativo di patriarca del rock ‘n’ roll.

- Cecil Sharp, etnomusicologo inglese che lavorò sul campo registrando moltissimo materiale riguardante principalmente danze tradizionali inglesi. E’ considerato il padre del revival folcloristico del ‘900.

- Bob Thiele, produttore noto per avere diretto l’etichetta Impulse! Records e per aver contribuito alla pubblicazione di numerosi album free jazz.

- Rudy Van Gelder, tecnico di registrazione che nella seconda metà del XX secolo registrò la maggior parte dei grandi artisti jazz.

Con questo breve prospetto ho voluto menzionare coloro che a mio avviso hanno dato di più al mondo della musica nell’ultimo secolo. Per ragioni di spazio non ho fatto riferimento all’enorme quantità di artisti che devono la loro fortuna o quantomeno hanno beneficiato del lavoro delle persone sopra elencate.

Di certo ci sarà una valanga di notizie utili e di piacevoli sorprese per chi vorrà approfondire la vita e le opere di questi grandi personaggi.

A tutti loro un grazie dal cuore!

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Da Woody Guthrie al terzo millennio : breve storia del folk rock

October 26th, 2011

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Non una, ma 100, 1.000, 10.000 musiche folk!

Anzi, se teniamo conto della sua traduzione (gente) tutta la musica è musica folk.

Il termine è decisamente equivocabile, terribilmente generico, e non aiuta di certo a comprendere di che tipo di musica si tratta.

Vi può essere quindi un folk tradizionale, inteso cioè come espressione folcloristica dei popoli prima dell’era mediatica. Ma anche un folk che si è sviluppato dalla musica popolare degli Stati Uniti d’America e dell’Europa (e fedele in questo alla sua origine etimologica inglese). Ed infine un folk moderno che integra la musica popolare dei paesi del terzo mondo (spesso indicata come etnica) all’interno della popular music contemporanea.

Il paese simbolo di questa contraddizione in termini è proprio l’Italia che a causa della sua posizione geografica e della sua storia, rende evidente quanto sia difficile e sostanzialmente futile cercare di stabilire una distinzione tra musica folk e musica etnica.

Data l’ambiguità di fondo del tema in questione, tali premesse sono indispensabili per comprendere il folk rock, ovvero quella particolare forma musicale che unisce gli elementi del rock e del pop alla musica folcloristica (country, polka, musica celtica, musica rinascimentale, ecc.)

Un lontano antesignano fu certamente Stephen Collins Foster (1826/1864), leggendario compositore di canzoni popolari come la celebre “Oh! Susanna“. Tuttavia la folk song contemporanea prende forma negli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso, quando comincia gradatamente ad integrarsi con gli ingranaggi dell’industria musicale.

Il musicista che segna il passaggio dalla musica popolare alla popular music è Woody Guthrie (ritratto nel disegno qui sopra). Cantautore nomade, egli fu per l’America ciò che un tempo gli antichi menestrelli erano stati per l’Europa. Nella sua arte convivono in maniera omogenea e originale il canto di protesta dai risvolti sociali, la musica popolare autoctona e lo stile tipico dei talking blues (ossia i blues parlati). Nella sua carriera Guthrie collaborò indifferentemente sia con musicisti folk come Pete Seeger e Cisco Houston, sia con bluesmen come Leadbelly e Sonny Terry.

Col tempo prende forma un vero e proprio movimento folk che a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 avrà come nucleo il quartiere del Greenwich Village a New York. E’ da qui che si diffonde la moderna figura del cantautore (songwriter) ed è sempre da qui che prende slancio la carriera di Bob Dylan, personaggio decisivo per l’ulteriore evoluzione della canzone folk verso il rock.

La svolta operata da Dylan apre la porta a molti altri cantautori statunitensi e britannici che da metà anni ‘60 e per tutto il decennio successivo arricchiscono il patrimonio della musica folk : Leonard Cohen, Tim Hardin, Tim Buckley, Simon & Garfunkel, Donovan, Nick Drake, John Martyn e moltissimi altri. Nell’Europa continentale invece, l’opera pionieristica dello chansonnier è svolta da Georges Brassens in Francia e successivamente da Fabrizio De André in Italia, due figure di riferimento imprescindibili per il folk di origine latina.

Ma oltre ai cantautori si fanno strada anche i gruppi. Fairport Convention e Pentangle sono le punte di diamante di un movimento musicale che utilizza il blues ed il jazz per sperimentare con la musica tradizionale britannica. Inoltre, la propensione al folk è palese anche in gruppi progressive o hard del periodo come nel caso di Jethro Tull, Traffic e Led Zeppelin. L’elenco dei musicisti che in questi anni contribuisce alla formazione del vocabolario folk è lunghissima.

La situazione resta sostanzialmente immutata fino al sorgere degli anni ‘80 quando, complice l’avvento dalla world music, della new wave e dell’elettronica lo scenario si modifica sensibilmente. Si conclude la florida stagione del folk rock classico e se ne apre un’altra in cui gli orizzonti si fanno molto più ampi e dispersivi.

In questo terzo millennio il folk pare nebulizzarsi in infinite sfumature rinnovando incessantemente i suoi connotati. E’ un’inesauribile riserva che pesca dalla tradizione popolare e continua a solleticare le nostre orecchie.

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La geografia della musica popolare : Estremo Oriente

October 16th, 2011

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Il nostro particolarissimo giro del mondo quest’oggi ci porta nelle sterminate distese dell’Estremo Oriente.

Tenendo conto degli evidenti limiti di una trattazione così breve, cercherò di sintetizzare al meglio le caratteristiche principali delle musiche popolari che provengono da Levante.

Il nostro viaggio odierno comincia dalla Cina, un paese che da tempo immemore è considerata la patria della scala pentatonica. Le fonti storiche rivelano che le scale cinesi si basano su una serie di quinte ottenute attraverso una diversa pressione dell’aria in tubi di bambù di lunghezza variabile. Oltre che per la musica popolare, tale sistema intervallare domina anche l’importante opera cinese (xiqu), eredità delle cerimonie e delle rappresentazioni sceniche nelle antiche corti.

Tra gli strumenti, vanno citati i liuti cinesi che possiedono un manico più lungo e sono più appuntiti rispetto a quelli europei. Tra questi vi è la pipa, il più popolare tra i liuti a pizzico. Tra gli strumenti ad aria invece, troviamo una nutrita schiera di flauti, di zampogne e di organi a bocca. Ma la famiglia più numerosa e diffusa è quella degli strumenti a percussione che può vantare cimbali, campanelle in legno e metallo, tamburi d’ogni forma e i famosi gong che ritroveremo ancora in tutte le regioni dell’Asia Orientale.

Una trattazione particolare la meriterebbe certamente il Tibet, dove oltre ai canti corali e alle salmodie sacre, vi è una gran varietà di danze e canti strofici per due voci le quali s’alternano improvvisando le parole su melodie tradizionali.

Un’altra grande tradizione musicale è quella del Giappone, paese dove una parte consistente del patrimonio deriva dal gagaku, l’elegante musica di corte. Questa si suddivide in bagaku, la musica che accompagna la danza, e kangen, musica puramente strumentale. Comunque sia, ad uno sguardo globale, appare chiara la preponderanza della musica vocale su quella puramente strumentale.

Altrettanto evidente è l’importanza della musica di teatro il quale è molto sviluppato in Giappone sin dai tempi più remoti. Il celebre teatro nò, d’antica origine, presenta strutture sonore ben determinate in cui non è contemplata l’improvvisazione ma dove in compenso vi è una notevole e talvolta radicale varietà di interpretazioni. Più recente (18°secolo) è il teatro popolare kabuki nel quale ritroviamo il canto narrativo drammatico, le liriche shamisen e diversi caratteri del teatro nò. In entrambi i casi è bene ascoltare tali musiche nella consapevolezza che sono state concepite per uno spettacolo d’insieme che comprende anche recitazione, danza e scenografia.

Con una tradizione a metà strada tra Cina e Giappone, la Corea offre un ricchissimo patrimonio di danze (dal teatro di strada alle pantomime mascherate) e una gran quantità di strumenti come il changgo, sorta di tamburo a clessidra, il piri, aerofono ad ancia doppia dal suono simile al sassofono e il kayakeum, cetra dal suono particolarmente intenso.

Spostandoci verso il sud-est asiatico (Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam, Malaysia, Indonesia e Filippine) possiamo riscontrare diversi caratteri comuni nonostante la vastità di queste regioni e la notevole eterogeneità di stili e lingue parlate. Anzitutto la presenza dei metallofoni e dei carillon di gong, tra cui sono molto diffusi quelli a mammelloni. Un altro punto di condivisione sono i complessi musicali che, eseguendo simultaneamente più versioni di una melodia, realizzano una struttura polifonica a strati.

Tra le culture più conosciute e pregiate si segnalano  quelle di Giava e Bali in Indonesia, caratterizzate dai gamelan, gli imponenti complessi strumentali di gong e metallofoni che arrivano sino a 75 strumenti. Mentre in Birmania sono chiaramente avvertibili le influenze della vicina musica indiana. Tra i complessi più rinomati si segnala lo hsaing-waing che consiste in una serie di 21 tamburi, 21 gong a mammelloni e altri svariati strumenti a membrana e a fessura. Anche in Vietnam è riscontrabile l’influenza indiana sia nello stile dell’improvvisazione sia nella gran varietà di scale modali, così come quella cinese per gli strumenti usati e per le consuetudini teatrali e cortigiane.

Vorrei concludere questo breve articolo con l’augurio che, riguardo a questi argomenti, si possa presto colmare la lacunosa ed esigua quantità di materiale che attualmente gira in internet. Una lacuna che col passare degli anni si fa sempre più inspiegabilmente evidente.

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CineMusica - Leone e Morricone, la magnifica coppia

September 30th, 2011

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” Vagando tra i sentieri del cinema, a volte capita di imbattersi in film particolari, dove la musica è fonte d’ispirazione vitale, dove c’è molto da vedere e molto da ascoltare.”

C’era una volta il west  

(Italia/Usa - 1968)

Regia : Sergio Leone

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Sergio Leone e Ennio Morricone : c’era una volta la magnifica coppia.

Uno faceva il regista mentre l’altro faceva (e continua a fare) il musicista. Con loro l’unione tra immagine e suono ha raggiunto indimenticabili momenti d’estasi. Momenti di incredibile forza evocativa, capaci d’oltrepassare ogni logica e trascenderla con la purezza e la semplicità proprie dell’arte.

Pochi, forse nessuno, hanno saputo scavare nell’immaginario collettivo quanto la magnifica coppia Leone/Morricone. E “C’era una volta il west” è con ogni probabilità l’apoteosi del duo, l’opera che più d’ogni altra ambisce al raggiungimento di un’ideale sinestesia per lo spettatore.

Quasi 3 ore di pellicola per raccontare l’apocalisse del west. Si celebra la fine di un’epoca e dei loro eroi che escono tutti di scena per lasciare posto alla modernità, al nuovo che avanza. E il nuovo è rappresentato da una donna che è estranea a quel mondo, una tenace Jill interpretata da Claudia Cardinale (mai vidi creatura più divina!)

Ma quando ci si trova di fronte ad un capolavoro, la trama conta poco o nulla. Ciò che conta è la straordinario livello del cast, della sceneggiatura, della fotografia e naturalmente della regia. Leone ammaestra le immagini, e con esse il flusso delle sensazioni, attraverso il suo abituale repertorio fatto di primissimi piani, di campi lunghi e di ampi movimenti di macchina. Ma soprattutto lo fa con una lentezza che è l’essenza stessa del film.

Ed in un contesto simile, ecco che la colonna sonora diventa un fattore talmente importante da rivelarsi decisivo. E così le struggenti musiche di Morricone elevano l’opera ad arte pura, arrivando a fondersi in maniera sublime con le inquadrature. Nella loro ricerca condivisa, Leone e Morricone lavorano sugli spazi meditativi, su lunghi magnetici silenzi alternati ad epiche ed incantatorie musiche. Per averne conferma puoi vedere e ascoltare la scena finale del film.

Il regista dilata le scene facendone risaltare la forza drammaturgica e, contravvenendo ai canoni del genere, realizza di fatto un anti-western, perlomeno esteticamente. Non si contano i colpi da maestro i quali sono perfettamente armonizzati tra loro (il montaggio serrato, il flash-back più volte interrotto, le maestose panoramiche ambientali, i primissimi piani che sostituiscono le parole).

Il musicista dal canto suo sapeva perfettamente di cosa c’era bisogno. Egli stesso racconta di come il regista romano gli raccontava il film nei minimi particolari, descrivendoglielo con una tale minuzia che era come se lo avesse già visto. Così cominciava a comporre ed in seguito Leone portava le musiche sul set e le faceva ascoltare agli attori tenendole come sottofondo durante le scene. Per ognuno dei personaggi Morricone ha composto un tema prestandovi una cura maniacale (per esempio Armonica e Frank presentano lo stesso motivo arrangiato in maniera diversa).

Non ci si può certo dimenticare che da 50 anni a questa parte Morricone ha composto miriadi di colonne sonore cimentandosi in qualsiasi genere cinematografico e musicale. Ma il connubio con Sergio Leone è stato particolarmente felice grazie anche ad una amicizia che li legava sin dai tempi della scuola.

Un’intesa profonda che ha portato a opere come “C’era una volta il west“. Una comunione d’intenti che ci porta in uno stato di pura contemplazione.

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Note scolpite nella roccia : breve storia dell’hard rock

September 22nd, 2011

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Prendi una batteria e un basso che pestano duri, una o più chitarre affilate come lame e una voce possente. Poi  aggiungi a scelta una armonica a bocca o una bella tastiera.

Quello che otterrai sarà probabilmente qualcosa di molto prossimo all’hard rock. Qualcosa di cui la celebre copertina del disco dei Deep Purple qui a fianco, può rappresentare l’immagine ideale.

Al pari del progressive (altro genere contemporaneo derivato dal rock), anche l’hard rock cominciò a svilupparsi verso la fine degli anni ‘60 e conobbe la sua massima espressione nel decennio successivo.

Come già accennato, i suoi tratti distintivi sono facilmente riconoscibili : strumenti che suonano pesanti e rumorosi, timbri sostenuti in cui si tende a saturare il paesaggio sonoro, preponderanza della chitarra elettrica sia in veste ritmica che solista, riff brucianti, ampio utilizzo delle distorsioni, predilezione per le ballate lente e parti vocali ricche di enfasi e urla.

Tutti fattori che a lungo andare hanno indubbiamente mostrato la corda per il limitato bagaglio di possibilità espressive, ma che nel primo periodo (ovvero fino alla metà degli anni ‘70) hanno portato a risultati di straordinario valore artistico.

Com’è facilmente intuibile, l’hard rock irrobustisce il rock’n'roll prima maniera amplificandone i tratti più selvatici e rudi. Ma, a dispetto del termine, il riferimento principale della musica hard è naturalmente il blues che è sempre stato il centro focale di tutte le band del periodo. Di certo non ci si sbaglia dicendo che hard rock è sinonimo di hard blues. Ed è proprio questa anima blues a rappresentare il fattore discriminante tra l’hard rock e ciò che ne conseguirà, ossia l’heavy metal.

Le prime avvisaglie hard si hanno già a metà anni ‘60 quando diversi gruppi d’impronta rhythm & blues inaspriscono ed enfatizzano il loro sound. La patria natia è senza dubbio l’Inghilterra dove con la forte crescita del movimento british blues si creano le condizioni ideali per la formazione di un suono rivoluzionario. Se si esclude la meravigliosa eccezione di Jimi Hendrix (il cui gruppo era per 2/3 britannico), tutti i musicisti che contribuiscono alla nascita dell’hard rock appartengono al vecchio continente. Gruppi come Yardbirds, Who, Rolling Stones, Beatles, Kinks, Jeff Beck Group e soprattutto Cream fanno da anello di congiunzione tra rock & roll classico e hard rock.

Tra il 1969 e il 1970, quello hard è un genere ormai maturo e consolidato. Tra gli altri, si impongono Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple, 3 sensazionali band che diventano da subito le portabandiera del movimento e lo portano ai suoi massimi livelli di ispirazione e profondità. I Led Zeppelin, anche attraverso i decisivi apporti del folk e del progressive, sono quelli che riescono a trarre il massimo dalle potenzialità insite nella musica hard. E mentre i Deep Purple fanno della potenza e della saturazione del suono le loro armi principali, i Black Sabbath portano alle estreme conseguenze la lentezza e la pesantezza dei ritmi blues, dando così vita a quel filone dark che troverà tantissimi seguaci.

Oltre a questi 3 gruppi, la prima metà del decennio vede nascere e affermarsi una gran quantità di complessi che fanno del verbo hard la propria naturale forma d’espressione. Nel gran calderone ribollente di musiche eterogenee troviamo Santana, Alice Cooper, Who, T.Rex, Aerosmith e compagnia bella così come tanti altri gruppi appartenenti al coetaneo movimento progressive che declinano sovente verso territori hard.

In seguito ai primi 5/6 anni di furore creativo, anche l’hard rock inevitabilmente segna il passo. La seconda metà dei ‘70 vede l’ascesa di nuovi protagonisti come AC/DC e Van Halen ma sono gli ultimi fuochi di quello che oramai è un contenitore vuoto a cui è rimasta solo una pallida facciata. Il genere scade repentinamente nei cliché più biechi e banali diventando troppo semplicistico e sterile. Un esercizio calligrafico che comunque si rivela ancora redditizio dal punto di vista commerciale. Giungiamo così ai primissimi anni ‘80 quando, complice anche la rivoluzione punk, il percorso artistico dell’hard rock può ritenersi concluso.

Nel frattempo si impongono nuove forme musicali come il metal che se da un lato riprende in parte l’estetica dell’hard rock, dall’altro ne rappresenta l’antitesi negandone l’essenza rhythm & blues. Poi, negli anni ‘90 salgono alla ribalta generi come il grunge e il post rock che devono molto all’hard rock. Ancora oggi esso si tramanda di generazione in generazione, diluito e sparso tra i meandri dell’era moderna.

E chissà quanti ancora potranno apprezzare quei granitici suoni scolpiti nella roccia.

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