
Sei appassionato sia di musica che di scienza e desideri leggere un saggio musicale di qualità? Ebbene, allora molto probabilmente “Fatti di musica, la scienza di un’ossessione umana” di Daniel J. Levitin è il libro che fa al caso tuo.
Edito nel 2006, questo è un libro che, pur soffrendo di una traduzione approssimativa, si sofferma in maniera equanime sul potere emotivo e sulla visuale scientifica applicati alla musica. Inoltre offre uno scenario generale sugli ultimi progressi della neuroscienza in campo musicale, settore che è ampiamente trascurato da noi in Italia.
Negli ultimi decenni, la neuroscienza si è aperta a un ambito che è sempre stato di esclusiva natura artistica. E, tra i vari studiosi/scrittori, Levitin ha avuto la fortuna di essere tra i pochissimi le cui opere siano state tradotte in Italia.
Dopo una carriera come musicista rock, produttore musicale, ingegnere del suono e consulente tecnico di artisti come Steely Dan, Grateful Dead, Santana e Chris Isaak, Levitin si è dedicato alla ricerca cognitiva e alle neuroscienze. Ritengo che il merito maggiore di quest’opera, come viene sottolineato nella presentazione, consiste nel far convivere con semplicità e rigore l’approccio artistico e quello scientifico. Nel fornire le sue considerazioni, saggiamente l’autore non dimentica mai di far ricondurre il tutto al naturale ed intrinseco valore artistico del mondo delle 7 note.
A confortare gli scettici che, come il sottoscritto, non si esaltano di fronte ad una lettura scientifica e metodica di ciò che sarebbe di competenza dell’Arte con la A maiuscola, ci pensa lo stesso autore nel chiarire le motivazioni di fondo dello scritto. Lo fa introducendoci alla lettura con una splendida citazione tratta da Robert M. Sapolsky: “Io amo la scienza e mi addolora pensare che così tante persone ne siano terrorizzate o credano che sceglierla significhi escludere la compassione, o l’arte, o il timore reverenziale per la natura. La scienza non è fatta per curarci dal mistero, ma per reinventarlo e rinvigorirlo“.
L’opera affronta, ma sarebbe meglio dire introduce, diversi temi di notevole importanza. Si parte da alcune conoscenze di base necessarie al neofita per poi passare all’esposizione delle aree celebrali coinvolte dalla musica, al tema interessantissimo delle aspettative che si generano in chi ascolta, alle teorie sulla memoria e sul modo di categorizzare, al rapporto tra connessioni neuronali ed emozioni, ai processi per diventare esperti musicali, alla formazione del gusto personale e al ruolo svolto dalla musica nella storia dell’uomo.
Il libro fornisce anche molti altri spunti interessanti tra i quali segnalo, in appendice, un paio di interessanti raffigurazioni che ci mostrano come sia distribuita lungo tutto il cervello l’elaborazione della musica.
Una volta ultimata la lettura resta la sensazione di aver semplicemente girato in cerchio (e se fosse una spirale?) ma comunque sia il viaggio è stato gradevolissimo e utile. Per dirla con le parole di Sting, “la musica sembra essere allo stesso tempo ostinata, evasiva e sfuggente, al punto che più cose scopriamo più ne rimangono da conoscere, e per quanto scaviamo a fondo, il suo potere e il suo mistero restano intatti. Il libro di Daniel è un’esplorazione profonda e suggestiva di questo paradosso.”
Nel 2009, sempre per la casa editrice Codice, è uscito il suo nuovo lavoro “Il mondo in 6 canzoni“, un altro saggio tradotto in italiano che si avvale di collaborazioni prestigiose: Sting, Paul Simon, David Byrne e Joni Mitchell.
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