Archive for the ‘Educazione & Cultura’ Category

Letture : Daniel J. Levitin - Fatti di musica

August 25th, 2011

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Sei appassionato sia di musica che di scienza e desideri leggere un saggio musicale di qualità? Ebbene, allora molto probabilmente “Fatti di musica, la scienza di un’ossessione umana” di Daniel J. Levitin è il libro che fa al caso tuo.

Edito nel 2006, questo è un libro che, pur soffrendo di una traduzione approssimativa, si sofferma in maniera equanime sul potere emotivo e sulla visuale scientifica applicati alla musica. Inoltre offre uno scenario generale sugli ultimi progressi della neuroscienza in campo musicale, settore che è ampiamente trascurato da noi in Italia.

Negli ultimi decenni, la neuroscienza si è aperta a un ambito che è sempre stato di esclusiva natura artistica. E, tra i vari studiosi/scrittori, Levitin ha avuto la fortuna di essere tra i pochissimi le cui opere siano state tradotte in Italia.

Dopo una carriera come musicista rock, produttore musicale, ingegnere del suono e consulente tecnico di artisti come Steely Dan, Grateful Dead, Santana e Chris Isaak, Levitin si è dedicato alla ricerca cognitiva e alle neuroscienze. Ritengo che il merito maggiore di quest’opera, come viene sottolineato nella presentazione, consiste nel far convivere con semplicità e rigore l’approccio artistico e quello scientifico. Nel fornire le sue considerazioni, saggiamente l’autore non dimentica mai di far ricondurre il tutto al naturale ed intrinseco valore artistico del mondo delle 7 note.

A confortare gli scettici che, come il sottoscritto, non si esaltano di fronte ad una lettura scientifica e metodica di ciò che sarebbe di competenza dell’Arte con la A maiuscola, ci pensa lo stesso autore nel chiarire le motivazioni di fondo dello scritto. Lo fa introducendoci alla lettura con una splendida citazione tratta da Robert M. Sapolsky: “Io amo la scienza e mi addolora pensare che così tante persone ne siano terrorizzate o credano che sceglierla significhi escludere la compassione, o l’arte, o il timore reverenziale per la natura. La scienza non è fatta per curarci dal mistero, ma per reinventarlo e rinvigorirlo“.

L’opera affronta, ma sarebbe meglio dire introduce, diversi temi di notevole importanza. Si parte da alcune conoscenze di base necessarie al neofita per poi passare all’esposizione delle aree celebrali coinvolte dalla musica, al tema interessantissimo delle aspettative che si generano in chi ascolta, alle teorie sulla memoria e sul modo di categorizzare, al rapporto tra connessioni neuronali ed emozioni, ai processi per diventare esperti musicali, alla formazione del gusto personale e al ruolo svolto dalla musica nella storia dell’uomo.

Il libro fornisce anche molti altri spunti interessanti tra i quali segnalo, in appendice, un paio di interessanti raffigurazioni che ci mostrano come sia distribuita lungo tutto il cervello l’elaborazione della musica.

Una volta ultimata la lettura resta la sensazione di aver semplicemente girato in cerchio (e se fosse una spirale?) ma comunque sia il viaggio è stato gradevolissimo e utile. Per dirla con le parole di Sting, “la musica sembra essere allo stesso tempo ostinata, evasiva e sfuggente, al punto che più cose scopriamo più ne rimangono da conoscere, e per quanto scaviamo a fondo, il suo potere e il suo mistero restano intatti. Il libro di Daniel è un’esplorazione profonda e suggestiva di questo paradosso.

Nel 2009, sempre per la casa editrice Codice, è uscito il suo nuovo lavoro “Il mondo in 6 canzoni“, un altro saggio tradotto in italiano che si avvale di collaborazioni prestigiose: Sting, Paul Simon, David Byrne e Joni Mitchell.

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La geografia della musica popolare : America

August 21st, 2011

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Il sesto appuntamento con le musiche popolari del mondo ci porta in America. Si è detto e scritto molto sulla fondamentale importanza che l’America riveste nella musica moderna dell’ultimo secolo.

Qui cercheremo più che altro di soffermarci su ciò che successe in precedenza e sulle antiche tradizioni popolari che si sono preservate fino ad oggi.

E’ indubbio che la ricchezza e la forza espressiva delle musiche popolari d’America non hanno eguali e ciò è dovuto in larghissima parte all’ampia ed ininterrotta sovrapposizione di culture che vi si sono diffuse dal 16° secolo in avanti : in particolar modo quella europea e quella africana.

Comunque sia, in tutto il continente americano sono rintracciabili musiche tradizionali risalenti all’epoca precolombiana. Tra di esse quelle che si sono conservate meglio, sono patrimonio di gruppi un tempo nomadi dell’America del nord oppure di popolazioni isolate dell’America centrale, dell’Amazzonia o delle estreme regioni dell’America meridionale.

Uno dei principali tratti distintivi di queste musiche primitive era la pressoché totale assenza di strumenti a corda. Il canto era la pratica principale e veniva perlopiù accompagnato da semplici strumenti a sonagli o a fiato. Inoltre la struttura musicale si basava generalmente su un sistema pentatonico. Lo sviluppo più rilevante si ebbe soprattutto nell’America centrale per merito di civiltà come quelle dei Maya, degli Aztechi e delle popolazioni andine.

Com’è facilmente intuibile dal 1492 in poi lo scenario musicale del continente muta radicalmente. Durante l’epoca coloniale, vennero introdotti melodie popolari e strumenti europei. Oltre all’evidente dominio politico e militare, anche l’ampiezza delle possibilità sonore e la generale superiorità tecnica dei musicisti, favorirono in modo determinante la diffusione delle musiche europee. A ciò si deve aggiungere la repressione culturale operata dalla chiesa contro i pagani che contribuì ulteriormente alla scomparsa di numerose musiche tradizionali.

Poi, nei secoli successivi, furono gli africani ridotti in schiavitù a contribuire in maniera determinante alla formazione musicale del continente. Vi importarono gli strumenti, le danze e la grande ricchezza ritmica della loro musica. Se nell’America settentrionale questo ha dato origine a forme musicali specifiche (spiritual, blues e jazz), al centro e al sud del continente si sono diffuse numerosissime danze dai ritmi più svariati dove dominano strumenti come la marimba.

Gli Stati uniti in particolare conobbero una ricchezza e una varietà senza precedenti nella storia della musica popolare. Le prime 13 colonie costituite erano possedimenti inglesi e questo fatto contribuì a fare della cultura anglosassone un pilastro fondamentale per lo sviluppo della musica popolare americana. In particolare, nel periodo successivo alla guerra civile vi fu una generale fioritura delle arti.

Questo in sintesi è l’itinerario della musica popolare americana fino all’inizio del 20°secolo. Da qui in avanti, con l’avvento dei moderni mezzi di comunicazione, comincerà a diffondersi in tutto il mondo l’odierna popular music.

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La geografia della musica popolare : India

July 16th, 2011

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In questo quinto appuntamento dedicato alle musiche popolari nel mondo facciamo tappa in India, una regione che da diversi anni è in forte ascesa sotto tutti i punti di vista (culturale, economico, sociale …).

Il percorso millenario della musica indiana è testimoniato da una serie di trattati teorici scritti in sanscrito, i quali narrano delle recitazioni melodiche dei testi vedici che intorno al VI secolo d.C. diedero origine a buona parte dell’attuale patrimonio musicale indiano.

Comunque, la sua forma odierna ha cominciato a delinearsi negli ultimi 5 secoli. Tra il 1500 e il 1700, a seguito della dominazione islamica, molte caratteristiche della musica araba finirono con l’influenzare e modellare la musica indiana e questo oggi si fa sentire maggiormente nella regione del Kashmir. Minor rilevanza ha avuto l’influsso europeo che si è esercitato negli ultimi 2 secoli restando limitato prevalentemente al pop.

Alle nostre orecchie di occidentali, generalmente la musica indiana suona come una dolce nenia dal sentore di misticismo e dalle proprietà rilassanti. Essa è caratterizzata da melodie solistiche o all’unisono, scandite da cicli ritmici e costantemente accompagnate da un bordone. Le due correnti principali sono la musica indostana a nord e la musica carnatica al sud che pur avendo radici comuni si differenziano sotto molti aspetti come ad esempio la predilezione per il canto rispetto alla forma strumentale, la lunghezza di una composizione e la successione delle sue parti.

Ma nel suo complesso, nell’era contemporanea gran parte della musica indiana si fonda sui concetti di raga e tala. Il raga è un modo melodico su cui viene elaborata la composizione o l’improvvisazione. Presenta una serie di altezze che possono variare di numero (da 5 a 7 in un’ottava) ed anche nel corso della stessa composizione a seconda che vi sia una forma ascendente o discendente. Il tala invece è un modo ritmico ciclico che contiene al suo interno una determinata gerarchia di accenti.

Su questo tipo di organizzazione sonora ha quindi luogo l’esecuzione che solitamente è affidata a piccoli complessi composti da un solista strumentale o vocale che esegue la melodia basandosi sul raga, un percussionista che elabora il tala e un suonatore di tampura che ha il compito di mantenere il bordone lungo tutto il pezzo.

Tra gli strumenti utilizzati dalla musica indiana occupano un posto di rilievo quelli a corda come la vina, il sitar e il sarod tutti appartenenti alla famiglia del liuto. Tra gli strumenti a percussione, sono da menzionare il pakhawaj e le tabla, le celebri coppie di tamburi intonabili. Assai numerosi anche gli strumenti a fiato (srnga, shahnai, bansri) e i violini. Infine non va mai dimenticato il ruolo fondamentale assegnato alla già citata tampura.

Oggi, gli strumenti e gli stili della musica popolare hanno influenzato notevolmente i raga della musica classica. A tal proposito si potrebbe citare il thumri, genere a metà strada tra classica e popolare che si è sviluppato principalmente nel corso dell’800.

Anche se la maggior parte della musica popolare indiana è orientata verso la danza, vi sono forme musicali come il bhavageete, che vede l’unione tra la musica popolare e poesie che trattano temi d’amore, natura e filosofia, e il pandavani, stile di canto popolare narrativo con accompagnamento musicale.

Anche in India, come in altri luoghi del mondo, troviamo la figura del menestrello : sono i Baul del Bengala, suonatori mistici che si sono diffusi a partire dal 18° secolo.

L’attuale popular music indiana è un derivato che pesca tanto dalla musica popolare quanto da quella colta e li mescola con i ritmi contemporanei provenienti da ogni parte del mondo. Va detto infine che gran parte della musica pop indiana si è sviluppata e proviene tuttora dall’industria cinematografica nazionale che attualmente è la più prolifica del mondo. Negli ultimi anni il regno di Bollywood sta dimostrando di poter imporre tutta la propria forza sul mercato internazionale.

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Letture : Massimo Mila - Breve storia della musica

June 26th, 2011

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Come annunciato in un precedente articolo (Il piacere di leggere e i suoi benefici sulla mente), inizia da qui un percorso di presentazione e diffusione di letteratura musicale appositamente selezionata.

La prima lettura che voglio condividere con te è la “Breve storia della musica” di Massimo Mila, che considero uno tra gli scritti più compiuti ed esaurienti di saggistica musicale.

Da sempre amo e mi occupo di popular music ma questo libro è riuscito ad accendere la mia profana, dilettantistica passione per la musica colta/classica. Un amore sbocciato grazie alla fluidità di scrittura, alla semplicità del linguaggio e all’essenzialità dei fatti esposti. Tutte qualità che scaturiscono dalla chiara visione d’insieme dell’autore.

Torinese doc, Massimo Mila (1910/1988) è stato indubbiamente uno dei più importanti musicologi italiani del ‘900. Si è laureato in lettere nel 1931, a 21 anni, presso l’università di Torino dove in seguito ha fondato l’istituto di storia della musica. Durante il periodo tra le due guerre, verrà incarcerato due volte per attività antifascista. Quella del 1935 gli costerà 7 anni di prigione ed è proprio in carcere che Mila tradurrà tra l’altro il “Siddharta” di Herman Hesse, pubblicato nel 1945 da Frassinelli.

Dopo la guerra insegnerà storia della musica al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino e all’università. Oltre a proseguire la sua collaborazione come autore e traduttore per la casa editrice Einaudi, sarà anche critico musicale per “L’Unità” di Torino, per il settimanale “L’Espresso” e infine per “La Stampa”.

Pubblicato per la prima volta nel 1946 e ampiamente riaggiornato nel corso degli anni, il libro in questione percorre un itinerario storico che va dall’antica Grecia alla musica contemporanea degli anni ‘70 del ‘900.

Rispetto alla mia concezione musicale, è una storia gradevolmente aliena, con un modo di sentire e d’intendere la musica prettamente colto ed eurocentrico. Tuttavia, Mila riesce a conquistare il lettore tramite la sua capacità di raccontare con leggerezza e profondo acume le opere dei vari Bach, Haendel, Mozart, Beethoven, Verdi, Debussy, Stravinskij, Stockhausen, dando al contempo un’idea soddisfacente dello sfondo storico nel quale erano immersi.

Questo libro racchiude in sé un pregio rarissimo: quello di un’esposizione pratica, sintetica e rigorosa tanto per il neofita quanto per il lettore più competente. E’ un testo attualissimo che cerca di trasmettere la contemporaneità di tutta la musica, che s’addentra nelle diverse scuole e correnti, che rende conto degli aspetti tecnici ed espressivi senza mai abbandonarsi allo sterile tentativo d’inseguire teorie evoluzionistiche di stili, forme o generi.

Soprattutto, Mila è un autore che descrive i fatti senza mai rinunciare al valore implicito dell’esperienza diretta, con tutto il flusso d’impressioni e opinioni personali che tale esperienza porta con sé.

Una storia certamente breve, ma anche lucida e consapevole come emerge da queste poche righe scritte in appendice : “Sembra ormai pacificamente accettato che le forze d’un uomo solo non bastino e redigere la storia della musica [...] E si che oggi non sono aumentate a dismisura soltanto le notizie, ma anche le possibilità di ascolto e ciò consentirebbe condizioni privilegiate di ascolto quali il povero Ambros non poteva nemmeno immaginare. Lui era costretto a rendersi conto della maggior parte della musica attraverso faticose letture personali e decifrazioni di manoscritti, che escludevano il contatto col sound di una musica, condizione essenziale a garantire la freschezza d’impressioni personali dirette, sulle quali deve essere condotta una storia della musica che non voglia essere un cimitero o uno scatolone di notizie.

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Un regno incantato : breve storia del progressive rock

June 18th, 2011

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Musica che rimanda a luoghi incantati, a fiabe e leggende, che lascia sospesi e avvolti in un’immaginario fantastico e che spesso e volentieri si riflette nella grafica dei dischi in questione (come ad esempio questa qui a fianco, tratta da “Close to the edge” degli Yes).

Naturalmente sto parlando del progressive rock, o più semplicemente prog, una delle forme sonore più intense e significative che siano mai scaturite dal rock. Germogliato nella seconda metà dei ‘60, ha raggiunto la sua massima espressione nei primi anni ‘70.

Il termine, popolare e controverso, starebbe a indicare una sorta di progressione del rock dalle sue radici blues, contraddistinguendosi per un approccio laborioso e impegnato sotto ogni aspetto compositivo. L’influenza di altri generi musicali riguarda specialmente la musica colta (dal periodo barocco alle avanguardie del ‘900) il jazz, il folk ed in parte anche la musica indiana e la musica elettronica.

I principali tratti distintivi di questo tipo di musica presentano una struttura compositiva elaborata e ambiziosa. Ci si imbatte così in lunghe suite dai toni epici e dai complessi intrecci strumentali, in inusuali tempi dispari, in testi poetici e letterati e nei più disparati cambi di tempo, d’intensità o di velocità. Inoltre viene dato largo spazio agli strumenti classici (pianoforte, archi, fiati), a quelli elettronici (mellotron e sintetizzatori) e in generale a tutte le tastiere (organo Hammond su tutti), senza per questo rinunciare quasi mai alla tradizionale triade chitarra, basso e batteria.

La sua diffusione ha riguardato quasi esclusivamente l’Europa con l’Inghilterra in prima fila, subito seguita dall’Italia e da altri paesi come Germania, Francia e  Olanda. Per ragioni di carattere culturale, in America il prog non ha riscosso il benché minimo interesse. Si tratta di un fatto assai rilevante e significativo se consideriamo l’enorme portata che questo movimento ha avuto nella storia della musica.

Proviamo ora a ripercorrerne sinteticamente le tappe. Come si è già detto in un altro articolo (Rock, riassunto di un’avventura straordinaria), a partire dal 1965, complice un’irresistibile ondata psichedelica, il mondo del rock scopre improvvisamente d’avere a disposizione nuovi ed illimitati orizzonti.

La necessità impellente di sperimentare contagia praticamente tutti e gruppi come Beatles, Procol Harum, Nice e Moody Blues muovono i primi passi in direzione del prog andando a coltivare un pop sinfonico che in qualche modo anticipa ciò che seguirà di lì a breve. Nel complesso, la gran parte dei musicisti protagonisti dell’epoca progressive esordiscono in questo periodo.

Con l’arrivo del 1969, anno che vede il folgorante esordio dei King Crimson, il movimento giunge a piena maturazione e comincia la sua inesorabile scalata nell’indice di gradimento generale. Al suo interno vi confluiscono e vi si mescolano le più diverse correnti : sinfoniche, romantiche, dark, etniche, folk, jazz (al riguardo è d’obbligo citare la scena di Canterbury, una delle più prolifiche e importanti). Di notevole importanza anche il connubio con la matrice hard, che nel primo lustro degli anni ‘70 rappresenta l’altra principale declinazione del rock (si pensi alle affinità col prog di band come Led Zeppelin, Who, Black Sabbath e Deep Purple).

Tra i capofila di questo nuovo verbo musicale si segnalano realtà significative come King Crimson, Pink Floyd, Van Der Graaf Generator, Yes, Genesis, Gentle Giant, Caravan. La scena progressive acquisisce in breve tempo una forza tale che le case discografiche decidono di creare appositamente alcune etichette allo scopo di richiamare l’attenzione degli appassionati. Oltre alle storiche e imprescindibili Vertigo e Harvest, si possono ricordare anche Neon, Deram Nova e Regal Zonophone.

Poi, con l’approssimarsi di metà decennio, la spinta creativa e le possibilità espressive si vanno rapidamente esaurendo. Si giunge così al fatidico 1977, un anno di completa stagnazione per il prog ma anche di esplosione di altri generi come il punk e la disco music che, seppur diversissimi tra loro, contribuiscono a spostare l’interesse del pubblico verso altri lidi. L’epoca progressive è definitivamente tramontata lasciandoci in eredità pagine inarrivabili di musica e un’influenza duratura nei decenni successivi.

Negli anni ‘80, i precetti del prog verranno riattualizzati in filoni come la new wave e negli anni ‘90 l’effetto si amplificherà diffondendosi in maniera trasversale ai generi. Il lavoro di artisti contemporanei come Radiohead, Sigur Rós e Godspeed You! Black Emperor,  che riprendono svariati elementi del rock progressivo, non lascia dubbi sul fatto che esso sia più attuale che mai.

Di certo quell’epoca è tramontata ma molta di quella musica rimane intramontabile.

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Il piacere di leggere e i suoi benefici sulla mente

May 26th, 2011

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Viva la lettura perché fa bene!!!!!

Educarsi alla lettura è importante tanto a livello generale, quanto nello specifico musicale. E’ sempre bene ricordare che un’appropriata educazione musicale contempla sempre la lettura.

La lettura ci può offrire una chiara visione d’insieme dell’universo musicale perché, oltre alle ovvie nozioni culturali, ci permette di sviluppare anche e soprattutto capacità d’interpretazione e discernimento che sono indispensabili nell’atto dell’ascolto.

In parole povere ci dona la possibilità di vivere più intensamente e consapevolmente la musica.

D’altro canto il legame che unisce musica e letteratura è antichissimo ed è molto più vasto e profondo di quanto possa apparire. E se il collegamento con la poesia risulta evidente e immediato per chiunque, altrettanto si può dire della narrativa perché un romanzo che si legge si deve anche necessariamente comporre e ascoltare nella propria mente.

Per questo motivo un buon libro che sia in grado di appassionarci rappresenta un enorme stimolo all’ascolto attivo. E tanto di guadagnato se riusciamo a variare la forma e i contenuti di quel che leggiamo. Ciò che più importa è comprendere che l’impegno attivo alla lettura così come all’ascolto, è fonte di piacere e benessere.

E’ inevitabile constatare come spesso sia proprio la scuola ad allontanare gli studenti dal piacere di leggere. Le principali cause di questo fenomeno sono da ricercare nel dovere di studiare, nella focalizzazione sugli aspetti didattici e nell’accento posto sulla memorizzazione della nozione.

I dati sull’analfabetismo culturale in Italia non sono rassicuranti. In particolar modo è in costante aumento la massa di persone che dopo aver conseguito un importante titolo di studio non ha mai più aperto un libro.

Se è vero che la scuola raramente è in grado di fornire allo studente le motivazioni e le capacità per intraprendere una lettura autonoma e spontanea, ecco che diventa ancor più determinante il ruolo della famiglia. E allora è quanto mai utile rivolgere un accorato invito a tutti i genitori : donate ai vostri bambini la possibilità di provare piacere all’attività della lettura.  Perché???

Perché allena la nostra mente. Per leggere dobbiamo necessariamente interagire, rapportarci col testo. Ben difficilmente potremo essere passivi dato che niente come leggere richiede la nostra partecipazione.

Perché ci permette costantemente di soffermarci, di riflettere e di ristrutturare il pensiero e con esso la visione di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda. E’ così infatti che aumenta la nostra consapevolezza e diminuiscono i nostri condizionamenti.

Perché è linfa vitale per la fantasia, per l’immaginazione, per il linguaggio, per la memoria, per l’analisi critica e  per l’autonomia di pensiero. Insomma è autentico e sano cibo per la mente.

Perché regala emozioni uniche e inimitabili di cui indubbiamente siamo i principali artefici. Infatti l’esperienza di una lettura dipende in primo luogo da colui che legge a prescindere da chi sia l’autore.

A tal proposito il sito di musicArmonica desidera passare dalle parole ai fatti. Prossimamente verrà proposta una serie di articoli in cui saranno presentati alcuni splendidi libri dedicati alla musica.

A questo punto non mi resta altro da fare che terminare così come avevo cominciato.

Viva la lettura perché fa bene!!!!!

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La geografia della musica popolare : Medio Oriente

May 16th, 2011

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Dopo aver visitato l’Africa, in questo quarto appuntamento ‘geomusicalpopolare’ ci spostiamo in Medio Oriente dove incontriamo il grande mondo della musica araba.

Quando si fa riferimento alla musica araba, si considera una zona assai ampia che abbraccia tutti i paesi del Nordafrica sino alle regioni dell’Asia occidentale.

Pur non affidandosi alla scrittura, sappiamo che già nella tradizione pre-islamica l’attività musicale del popolo arabo era di notevole portata.

In seguito, tra l’ottavo e il tredicesimo secolo, l’ascesa dell’impero islamico ha portato una vitalità ed uno slancio decisivi per i caratteri della musica araba, anche a livello teorico attraverso la stesura di diversi trattati.

Più tardi la cultura araba si è arricchita ulteriormente sotto l’influenza esercitata dall’impero turco-ottomanno tra il 1500 e il 1900, mentre un vero e proprio contatto con la musica occidentale è cominciato a partire dal 1800 a seguito delle campagne napoleoniche in Egitto.

Si arriva così fino ai nostri giorni quando all’interno del patrimonio culturale arabo si evidenziano delle enormi differenze da regione a regione che si sono accentuate e approfondite soprattutto nell’ultimo secolo. Ora, dopo questo brevissimo assaggio di storia, cercheremo di sintetizzarne le principali caratteristiche comuni e gli strumenti di maggior diffusione.

Riprendendo in parte l’eredità della teoria greca, la musica araba è a carattere modale. Tutto si fonda sulle maqam (al plurale maqamat), delle scale modali generalmente di due ottave e formate da 7 note a sua volta suddivise in 24 intervalli di ¼ di tono ciascuno. Dato che il sistema tonale arabo non è temperato, questi intervalli tra le note non sono sempre tutti uguali ma variano a seconda del maqam usato, della località e della sensibilità del musicista.

Inoltra va considerato il fatto che qui non è presente il concetto di armonia, né di polifonia dato che in questa musica tutto si regge sostanzialmente sulla melodia e sull’accompagnamento ritmico e nel caso in cui vi siano più strumenti che eseguono la parte melodica, essi suonano all’unisono o a distanza di un’ottava. In virtù di questo sistema, la musica araba ha sviluppato al massimo grado l’eterofonia ovvero l’esecuzione simultanea della stessa melodia nelle sue possibili variazioni. In tal modo, la melodia viene continuamente rimodellata e può essere rivisitata con decorazioni, melismi e abbellimenti d’ogni sorta.

Un altro aspetto rilevante nella tradizione araba è l’improvvisazione sia vocale sia strumentale che consente di esplorare liberamente il maqam che si sta eseguendo. In paesi come Egitto, Libano, Siria e Iraq è ancora molto diffuso il taqsim, un preludio improvvisato per strumento solista in ritmo libero che funge da introduzione e al contempo fa parte integrante del brano.

Anche il repertorio vocale riveste grande diffusione e preminenza in tutte le regioni. Si prenda ad esempio il tarab, una pratica che consiste in una libera interpretazione di un testo solitamente affidato a donne abili nel modulare la voce allo scopo di generare un rapimento estatico nell’ascoltatore. Esse sono dedite all’incanto della parola cantata e per questo motivo sono considerate le regine del canto orientale.

Tra gli strumenti, un ruolo di primo piano spetta all’oud che é il più noto ed importante della musica araba, al punto da venire soprannominato il sultano degli strumenti musicali. Considerato un antenato del liuto, è costituito da una cassa armonica in legno, da un breve manico con la paletta terminale ricurva ad angolo retto e solitamente presenta 4 corde.

Altri strumenti molto diffusi e caratteristici sono il ney, flauto dal timbro dolce e suadente, il qanun, probabile discendente dell’arpa egiziana, il mizmar, sorta di oboe con 8 fori e il rebab, strumento ad arco antenato del violino. Tra gli strumenti a percussione si possono citare il duff, il bendir e il req (o tarr) ovvero un tamburello con piattini di metallo. A questi va ad aggiungersi una grande varietà di tamburi, tra cui spicca la più popolare tabla d’origine indiana.

Per concludere, si può affermare che è sicuramente un viaggio d’impagabile fascino quello che attende chi affronta e approfondisce lo studio della musica araba. Un mondo che nella sua complessità e ricchezza mantiene una tangibile radice comune tingendosi di volta in volta di influenze d’ogni tipo (andaluse, africane, indiane e via dicendo).

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