Archive for the ‘Educazione musicale’ Category

Il simbolismo musicale nell’esplorazione dell’inconscio

June 29th, 2010

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Cosa rimane di tutto il nostro vissuto, di tutte le impressioni accumulate nella nostra esistenza?

E che cosa si trova nella nostra memoria?

Difficile dirlo, ma al riguardo abbiamo più di un indizio.

Secondo le più recenti ricerche pare che i dati dell’inconscio superino per oltre 10 milioni ad 1 quelli del nostro conscio.

Partendo da una premessa del genere è facile intuire qual è la nostra reale condizione: siamo ignoti a noi stessi.

Simile ad un’ombra, il nostro inconscio è qualcosa che ci appartiene ma al tempo stesso ci sfugge. Sappiamo che esiste ma non riusciamo quasi mai a sentirlo.

Comunque sia, è possibile metterci in relazione con esso e certamente la musica può farci questo dono. Essa è in grado di mettere in contatto sensazione e pensiero, due funzioni che sono in rapporto indissolubile tra loro, dato che la confusione dell’uno porta alla confusione dell’altro e viceversa la conoscenza dell’uno porta alla conoscenza dell’altro.

Tutto inizia con un profondo coinvolgimento che può valere tanto per il musicista, quanto per colui che ascolta. A quel punto, nulla più della musica è capace di provocare un’alterazione di coscienza e farci penetrare nei meandri più oscuri della nostra psiche. Naturalmente, perché ciò accada serve la musica appropriata (non è una questione di genere o di stile, ma di attitudine e orientamento).

L’essenza della musica ci richiede una forma di conoscenza diversa dal semplice sapere. Infatti, trascendendo il linguaggio verbale, i suoni si collegano direttamente col mondo del simbolismo e delle emozioni. Il simbolo è quel qualcosa che va oltre il significato immediato e ci apre un insieme di riferimenti più ampi ed indefinibili ma capaci per l’appunto di recarci forti emozioni.

Potremmo visualizzare il nostro inconscio come un inesauribile “oceano di indefinito” che pulsa e vive senza che ci sia dato di sapere come e quanto profondamente agisce in noi. D’altronde, la vita è stracolma di innumerevoli cose che non possono essere comprese dall’integrità del nostro essere (mente, cuore, corpo) né tantomeno capite ed essere spiegate con la parola.

Ecco allora che l’universo musicale è ciò che abbiamo di più utile e prezioso per navigare questo oceano. Oltre ad avere proprietà rigeneratrici e curative, ci dà la possibilità di scavare a fondo, di  visitare ‘luoghi’ inesplorati e sconosciuti.

Condizione indispensabile è la nostra volontà. Attraverso la completa dedizione saremo in grado di arrenderci al silenzio, acquisire il sapore dell’ascolto e ottenere così le grazie dell’armonia musicale. Ho trattato diffusamente di questi temi nell’essential book “I semi dell’armonia musicale“.

Ascoltiamola e penetriamola con fondata fiducia, senza remore, perché essa in cambio ci farà evocare, individuare e sviluppare il nostro vero sé.

Così come ci ricorda John Cage :

“Ci sono due componenti principali in ogni persona: la mente cosciente e quella inconscia, e queste, nella maggior parte di noi, sono divise e disperse in infiniti modi e direzioni. La funzione della musica, come quella di ogni altra salutare attività, è quella di aiutare a riportare a unità queste parti separate. La musica fa questo fornendo un momento in cui, essendo smarrita la consapevolezza della spazio e del tempo, viene integrata la molteplicità degli elementi che costituisce un individuo, ed egli è Uno.”

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Educazione musicale | Posted by Francesco Potestà

CineMusica - Woody Allen e il jazz di Django Reinhardt

June 2nd, 2010

woody_allen_accordi_e_disaccordi” Vagando tra i sentieri del cinema, a volte capita di imbattersi in film particolari, dove la musica è fonte d’ispirazione vitale, dove c’è molto da vedere e molto da ascoltare.”

Accordi e disaccordi (USA - 1999)

Regia : Woody Allen

<puntata precedente>

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Oggi voglio parlarti di uno dei film più interessanti che mi sia mai capitato di vedere : ”Sweet and lowdown” di Woody Allen, presentato nelle sale italiane con un più semplicistico “Accordi e disaccordi“.

Come certo saprà chi ne apprezza i film, Woody Allen oltre alla sua attività di cineasta, si diletta anche come musicista. Ha tenuto centinaia di serate e diverse tournée. Il suo strumento è il clarinetto e il suo genere preferito è il jazz di cui è grande amante ed esperto.

Nella sua filmografia sono parecchie le escursioni in campo musicale sia a livello narrativo sia per quanto riguarda la minuziosa cura delle colonne sonore. Con questa splendida pellicola Allen rende un omaggio appassionato e affettuoso, ma anche pungente e sarcastico, al jazz degli anni ‘30 e firma uno dei suoi capolavori.

Attraverso una biografia immaginaria (e cioè utilizzando il metodo del finto documentario già provato con successo in “Zelig“), il regista ci presenta Emmet Ray, un ipotetico chitarrista jazz dotato di tecnica sopraffina e geniale talento.

Emmet è talmente dotato che potrebbe essere indiscutibilmente il migliore al mondo se non fosse per “quello zingaro che vive a Parigi” ovvero Django Reinhardt (1910-1953) che lui venera con maniacale ossessione.

Grande prova di Sean Penn che offre una versione scintillante di questo personaggio meschino, bizzoso e completamente irresponsabile. Un uomo che affronta una serie di peripezie tragicomiche, che fugge da se stesso e dagli altri, che è incapace di apprezzare il proprio talento e che alla fine dovrà fare i conti con la propria miseria.

Decisamente azzeccata la scelta delle due protagoniste femminili: una tenera Samantha Morton nella parte della lavandaia muta Hattie e una torbida Uma Thurman nel ruolo della sofisticata Blanche. Due donne agli antipodi che, seppure in modi diversi, permetteranno a Emmet di prendere coscienza di sé.

Film delizioso dove i momenti di divertimento e gli spunti di riflessione vanno sempre a braccetto. Non vado oltre nel racconto, se non per dire che certe scene sono davvero esilaranti come quella della discesa su una mezzaluna o della fuga rocambolesca per paura di incontrare Django.

Ma ci sono tanti altri motivi per cui vedere questo film :

- L’omaggio indiretto ed assolutamente meritato di un gigante della musica jazz come Django Reinhardt. Tutti dovrebbero fare conoscenza della sua arte e giustamente Allen gli ha reso un sacrosanto tributo.

- La bellezza della colonna sonora che aggiunge valore all’autorevolezza documentaristica della musica e dello stile di vita di quel periodo. Efficacissime a questo proposito le finte interviste.

- La critica acuta e sottile nei confronti del pensiero comune che tende ad associare i valori morali a quelli artistici come se fossero un tutt’uno inseparabile.

- Il buon gusto nelle innumerevoli citazioni letterarie, musicali e cinematografiche (su tutte “La strada” di Fellini). Questo della citazione è un tratto tipico nei film di Woody Allen.

Ho sempre apprezzato questo suo modo di fare cinema, la sua vena leggera e al contempo ambiziosa. Lo stesso regista, nel presentare il film ha affermato :

Mi piace mettere citazioni di film nelle mie opere. Ci sono i critici per scoprire tutto ciò e, mi auguro, anche gli spettatori disposti a conquistarsi una memoria cinematografica“.

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I tentacoli della Muzak e l’inquinamento sonoro

May 8th, 2010

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Nella lingua inglese capita molto spesso di trovare la ‘k’ finale per dare un senso dispregiativo alla parola usata. E’ il caso della muzak, un’espressione gergale che sta a indicare una musicaccia di facile ascolto e poco valore.

Questo è il suo utilizzo odierno, ma all’origine di questa parola vi è qualcosa di molto più profondo e significativo, qualcosa che oggi ha larghissima diffusione e domina le nostre esistenze.

La sua nascita risale al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale e proviene dalla Muzak Holdings LLC, una società americana fondata nel 1934 e specializzata nella produzione di musica da sottofondo. Basta su presunti studi scientifici, questa musica veniva destinata a qualunque luogo pubblico o luogo di lavoro con lo scopo di aumentare il rendimento lavorativo e renderlo costante nel tempo.

Fu molto utilizzata durante la seconda guerra mondiale nelle fabbriche di munizioni e anche il dittatore Franco la faceva trasmettere abitualmente su Radio Madrid. Da allora la muzak ne ha fatta di strada dato che oggi è ovunque, seppure in forme diverse e a volte irriconoscibili.

Ci ha lasciato un’eredità pesante. Una sarabanda ininterrotta di suonerie e centralini telefonici, jingle pubblicitari, altoparlanti a bassissima fedeltà, musica non stop nei locali pubblici ecc. Insomma, quasi ovunque la musica ci viene ‘vomitata’ addosso nei momenti più impropri. Momenti in cui dovremmo concederci un pò di pace e riflessione e che invece vengono chiamati intervalli o ‘tempi morti’ proprio per non interrompere questa sarabanda dello stordimento.

I suoi tentacoli possono raggiungerci sempre e in ogni luogo ed avvolgerci con un sottile controllo emotivo. E così, anestetizzato e controllato, l’ascoltatore ignora l’esistenza di questa forma di marketing sonoro fino a diventarne completamente succube.

Questa invadente marmellata acustica generalmente è composta da 1) frequenze medie che necessitano di un’amplificazione minima senza perdere molto nella definizione dei suoni e 2) riconoscibilità nella linea melodica, nella continuità ritmica e nel repertorio convenzionale finalizzati a creare un senso di familiarità.

Come ha sottolineato Umberto Eco giusto un anno fa sulle pagine dell’Espresso, è un ‘orribile bagno amniotico che svilisce l’arte’. La situazione è chiara : oltre al più volte citato inquinamento acustico, si va ad aggiungere anche l’inquinamento musicale (con in prima linea il fenomeno dell’heavy rotation ed i suoi relativi tormentoni).

Risultato? La considerazione per le nostre povere orecchie è ampiamente sotto lo zero. La muzak è sempre stata una subdola e perciò potentissima invasione dello spazio e dei diritti dell’individuo. La musica è un vero dono solo quando viene scelta e non subita, altrimenti diventa dannosa.

Sembra che la tecnologia stia studiando nuove soluzioni, come le casse unidirezionali in grado di diffondere il suono con precisione millimetrica, come un fascio di luce. Ma nel frattempo è necessario correre ai ripari in prima persona per preservare la tua salute psico-fisica.

La mobilitazione via internet è già in atto, come sul sito inglese www.nomuzak.co.uk che oltre a dispensare consigli, indica una lista completa di luoghi da evitare. Fornisce informazioni su negozi, aziende e servizi pubblici che utilizzano musica d’ambiente negli spazi occupati dai loro clienti e incoraggia a denunciare ogni sorta di abuso.

Sono segnali incoraggianti di un rinnovato interesse per questo argomento che ho approfondito e sviscerato nell’essential-book “I semi dell’armonia musicale“.

Soprattutto ricorda : non farti mai imporre la musica da nessuno!

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CineMusica - Raccontando Ray Charles

April 17th, 2010

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“Vagando tra i sentieri del cinema, a volte capita di imbattersi in film particolari, dove la musica è fonte d’ispirazione vitale, dove c’è molto da vedere e molto da ascoltare.”

Ray  (USA - 2004)

Regia : Taylor Hackford

<puntata precedente>

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Se si parla di biografie musicali al cinema, so per esperienza che c’è ne sono tante venute fuori talmente male che non le consiglierei nemmeno al mio peggior nemico.

E’ una piaga che ha diverse motivazioni, vuoi per l’abitudine di fare dello spettacolo fine a se stesso, vuoi per incapacità tecniche, vuoi per incompetenza musicale, vuoi per una sceneggiatura approssimativa oppure per tutte queste cose messe assieme.

Tirando le somme c’è da dire che non è affatto semplice girare un buon film biografico, dove la musica sia un elemento fondamentale e non un semplice pretesto.

Così, quando qualche anno fa la Universal Pictures annunciò l’uscita di un film su Ray Charles, sono andato al cinema spinto da un grande interesse misto a una buona dose di sano scetticismo.

Ebbene, devo dire che in 2 ore e mezza di pellicola Taylor Hackford se l’è cavata alla grande riuscendo nella non semplice impresa di gestire l’enorme mole di materiale che la vita di ‘the genius’ metteva a disposizione. Il film è un’ode alla musica e riesce a mostrarci senza ipocrisia i vizi e le virtù, i successi e le paure dell’uomo Ray Charles.

Il centro del racconto è l’infanzia di Ray che viene rievocata con continui flash-back. Il ricordo degli insegnamenti materni, la tragedia occorsa al fratellino George e l’inizio della cecità, sono temi che fanno da filo conduttore e danno significato e compattezza alla pellicola.

Su questa base vengono narrate le vicende di Ray da adulto: la famiglia, la carriera, gli amori e la ’scimmia’ della droga. Ma il più grande pregio di Ray consiste nel raccontare soprattutto la musica che scorre energica e incessante lungo tutta la pellicola.

Grazie ad un’accurata ricostruzione storica, sfilano a cascata e senza alcuna forzatura un’impressionante serie di personaggi e riferimenti. Si va da Quincy Jones a Lowell Fulsom, dal riferimento allo scandalo ‘Payola’, all’incontro decisivo con Ahmet Ertegun, fondatore dell’Atlantic e personaggio chiave nella storia della musica. E poi tantissime scene dove viene data la giusta enfasi ai fatti musicali.

Tanto per citarne alcune …

… nell’incontro con Bea che gli dà la forza per esprimere se stesso e unire ciò che ha sempre ascoltato e suonato, ovvero il gospel e il blues. Da lì nasce la splendida”I got a woman” che scandalizza la stessa Bea.

… negli sguardi prima un po’ smarriti e poi entusiasti dei suoi musicisti di fronte alla genesi imprevista e improvvisata (ma non casuale) di “What’d I say“, vera e propria pietra angolare nella storia della musica.

… nella scena iniziale in cui entra in un locale di bianchi che suonano country, genere con cui ha sempre avuto un forte legame e che riprenderà  nei concerti e nei dischi del periodo alla RCA (vedi “Modern sounds in country and western music” del 1962).

… nella rabbia di Margie con in mano gli spartiti di “Hit the road Jack” (vedi il video).

Se conosci Ray Charles solo per sentito dire, questa è una splendida forma di iniziazione alla sua arte. A completare il quadro un grande Jamie Foxx nel ruolo di Ray e una colonna sonora selezionata con cura.

Da vedere e ascoltare! Una volta tanto cinema e musica si esaltano a vicenda.

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CineMusica - Mozart, Salieri e la mediocre invidia

February 14th, 2010

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Vagando tra i sentieri del cinema, a volte capita di imbattersi in film particolari, dove la musica è fonte d’ispirazione vitale, dove c’è molto da vedere e molto da ascoltare.

Amadeus  (USA - 1984)

Regia : Milos Forman

Cosa accade a un essere umano quando si trova di fronte alla bellezza, alla forza e alla semplicità del genio? Può succedere qualunque cosa, dipende tutto da lui. Nel peggiore dei casi si può essere erosi dall’invidia.

E’ proprio questo il tema principale di “Amadeus“, versione cinematografica di Milos Forman tratta dell’opera teatrale di Peter Schaffer. Accompagnandoci con le musiche senza tempo di Mozart, il regista ceco produce uno dei suoi maggiori capolavori. Da segnalare la splendida interpretazione di Fahrid Murray Abraham nel ruolo di Salieri con cui si aggiudicherà l’Oscar al miglior attore protagonista.

Ambientato sul finire del ‘700, il film racconta la storia del compositore italiano Antonio Salieri negli anni in cui presta servizio alla corte dell’impero asburgico. Tutto fila liscio fino a quando non incontra Wolfgang Amadeus Mozart, di cui egli riconosce immediatamente il genio creativo restandone profondamente scioccato. Impaurito dalla possibilità di essere soppiantato e colpito nella propria vanità, Salieri tenta di distruggere con ogni mezzo Mozart.

Prima di tutto è d’obbligo riscattare la memoria del povero Salieri. Infatti, la vicenda narrata prende spunto da una leggenda alimentata nel corso degli anni dalla letteratura, ma nella realtà è priva di qualsiasi fondamento. Alcuni arrivarono persino ad affermare che Mozart fu avvelenato da Salieri con l’arsenico. Ma oltre a non essere mai stata dimostrata, tale presunta rivalità è piuttosto improbabile, anche perché nelle corti viennesi dell’epoca le opere di Salieri ricevevano un maggiore apprezzamento rispetto a quelle di Mozart.

Film profondo e meraviglioso nel mostrare le dinamiche e le conseguenze dell’invidia. Salieri è risentito nei confronti di un Dio ingiusto e crudele, colpevole di averlo condannato ad essere un artista mediocre.

Nella sua cecità, Salieri non è capace di apprezzare il proprio talento : quello raro e sublime di distinguere il genio musicale al primo ascolto e spesso anche di fronte all’indifferenza generale. Egli non riesce a godere della propria sensibilità musicale e della vera bellezza, quella che non ha interessi né fini egoistici. Il suo Ego è una forza opprimente che gli impedisce di godere dell’altro.

Ci vengono così svelate le origini dell’invidia che nasce sempre dall’errata interpretazione degli avvenimenti. Una visione distorta che viene alimentata dalle sue credenze come quella (assurda) che non gli permette di accettare il fatto che creazioni così divine possano conciliarsi con la personalità di un uomo che egli ritiene immaturo e volgare.

Salieri demanda la sua felicità a un Dio idealizzato ma così facendo si autocondanna a una vita mediocre. Egli è per se stesso la sua più grande punizione.

Ecco quello che secondo me è uno dei momenti più toccanti e significativi della pellicola, dove si può percepire l’enorme potere della musica. La scena in cui Mozart, malato e sul punto di morire, detta a Salieri il “Confutatis” del suo “Requiem” opera che rimarrà incompiuta. Qui Salieri appare completamente avvinto dalla bellezza della composizione musicale, reso partecipe dell’esperienza creativa che si sta manifestando davanti ai suoi occhi incantati.

Osserva come di fronte all’elaborazione del genio egli finalmente dimentica tutte le sue ansie e i suoi tormenti! Come si arrende! Come si lascia condurre! Come si carica di energia!

Per un attimo, egli è libero dalla sua prigione interiore. E alla fine si compie l’incredibile paradosso : è Mozart a chiedere perdono a Salieri.

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Educazione musicale | Posted by Francesco Potestà

L’equilibrio biologico nel rapporto tra vista e udito

January 9th, 2010

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E’ sempre bene ricordarcelo : la musica è rivelatoria.

Perché ci consente non solo di sapere ma anche di essere ciò che si sa. E ci dà la possibilità di approfondire un senso, quello dell’udito, in grado di dirci tantissimo su noi stessi e sul mondo che ci circonda.

Accade spesso che i dati raccolti dall’udito vengano trascurati o, cosa ancora più grave, male intesi. Ma proprio la musica ci consente di accedere a quell’equilibrio biologico che sta alla base della nostra armonia.

Il primato della vista nella vita dell’uomo pare non essere in discussione, specie nelle civiltà occidentali. Basta pensare alla cultura indotta dalla notazione musicale, una tradizione millenaria che è stata ed è certamente importantissima e utilissima. Ma anche un segno di come la percezione visiva sia riuscita a penetrare e ad imporsi in un campo che è uditivo per eccellenza.

Per questo è importante riscoprire e rivalutare ciò che si ode. Infatti, è tramite l’udito che possiamo captare l’energia vibrazionale intorno a noi nella maniera più precisa e completa. Sotto il profilo della discrezionalità, l’orecchio dimostra delle capacità comunicative di livello superiore sui nostri centri nervosi. Per esempio, esso è l’organo più adatto a cogliere le minime differenze cronologiche.

“E’ noto che, quando due pendoli rintoccano l’uno vicino all’altro, con l’orecchio si riesce ad essere precisi fino a circa 1/200 di secondo, e a stabilire se i loro battiti coincidono o no. L’occhio invece, se dovesse decidere tra la simultaneità o meno di due lampi di luce, fallirebbe già ad 1/24 di secondo o anche a frazioni di secondo molto maggiori”

Così scrive Hermann von Helmholtz, fisico e fisiologo tedesco dell’800 che ha portato un contributo fondamentale sulla conoscenza umana dell’udito. Effettuò studi pionieristici sulla risonanza, sui suoni armonici, sull’anatomia dell’orecchio e sulla fisiologia dell’udito.

Tutta l’energia elettromagnetica, (e con essa anche il nostro cervello) funziona e si muove attraverso la luce e il suono, espressi anche dalle loro unità minime, i fotoni e i fononi.

Quindi l’udito sta alla base delle nostre percezioni tanto quanto la vista. Sarebbe meglio dire che essi si completano a vicenda e svolgono funzioni complementari e reciproche.

Il loro rapporto rispetta un equilibrio naturale e matematico. Se guardo le righe di carreggiata al centro di una strada esse appariranno ai miei occhi sempre più piccole man mano che aumenta la distanza. Al contrario quando ascolto in successione tutte le note la sulla tastiera del pianoforte esse mi sembreranno alla stessa distanza l’una dall’altra.

Ma la realtà fisica ci dice tutto il contrario, perché sappiamo che le linee della carreggiata hanno la stessa lunghezza mentre i la del pianoforte seguono una progressione esponenziale ovvero ciascuno ha una frequenza doppia rispetto all’altra (55,110,220,440,880,1760 Hertz e così via).

Quindi possiamo dire che l’occhio vede in prospettiva ciò che è equidistante mentre l’orecchio ode equidistante ciò che è in prospettiva. Ma ci sono anche altre caratteristiche di complementarietà.

L’occhio può dare una direzione al suo sguardo e può chiudersi a piacimento mentre l’orecchio può accogliere tutto senza discriminare, anche mentre dormiamo. Queste caratteristiche sono dovute al tipo di movimento con cui i nostri sensi percepiscono l’energia vibrante.

L’udito è un senso multidirezionale ed ha un movimento centrifugo che abbraccia ed integra. La vista è un senso unidirezionale ed ha un movimento centripeto che discerne e focalizza. Allargando la prospettiva, possiamo comprendere che l’orecchio è un organo inclusivo, abile nel cogliere l’insieme mentre l’occhio è un organo selettivo abile nel cogliere il particolare.

Il rapporto tra vista e udito mantiene un equilibrio biologico basilare, ma ci sono anche gusto, olfatto e tatto. E’ bene tenere in considerazione tutti i sensi di cui disponiamo, senza trascurare nulla di ciò che percepiamo. Dandogli il giusto spazio e trattandoli con cura, automaticamente faremo altrettanto con noi stessi.

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Educazione musicale | Posted by Francesco Potestà

A proposito di Armonia

December 31st, 2009

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2 settimane fa ho vissuto un’esperienza davvero splendida. Ho tenuto una breve ed informale conferenza di musicologia. E’ stato una gran bella serata dove ho potuto unire l’utile al dilettevole.

Per prima cosa, ho avuto l’occasione di esporre una piccola panoramica delle ricerche e degli studi che conduco. A questo proposito, molto presto pubblicherò un e-book che tratta in maniera chiara e completa il sistema di idee su cui sto lavorando (”resta in contatto, avrai una bella sorpresa!”)

Il discorso ha ruotato principalmente sul concetto centrale di Armonia. Come ben saprai, tra Musica e Armonia c’è un rapporto di interdipendenza che è vitale ed inscindibile. Ed è un rapporto che non riguarda solo l’elemento musicale in sé, ma anche e soprattutto il nostro modo di intendere ed ascoltare questa musica. In estrema sintesi, la musicologia non fa altro che occuparsi di questo rapporto.

Poi, nell’ultima parte della conferenza ho interagito con i presenti coinvolgendoli proprio sul tema dell’armonia. Ne è venuto fuori uno scambio di osservazioni, opinioni e punti di vista particolarmente interessante.

Sono venute fuori diverse domande. Cosa si intende per Armonia? Come viene interpretata da ciascuno di noi? Quanti e quali sono i suoi diversi significati? In che modo l’Armonia si manifesta in Musica? E in che modo la Musica ci può condurre all’Armonia?

Assieme alle domande fondamentali, sono venute fuori altrettante credenze prive di fondamento. Ho potuto osservare che tutti noi (naturalmente me compreso) abbiamo un concetto distorto e assai limitato di armonia.

Il nostro limite principale (quasi sempre inconscio) è rappresentato dai nostri ideali di bellezza, bontà e perfezione. Abbiamo dei modelli che sono la prima causa del nostro fraintendimento e che costantemente ci impediscono di avere una comprensione più ampia e profonda.

Quel che è certo è che l’uomo si è sempre interrogato sul principio di Armonia. Il suo impulso irrinunciabile e la sua massima aspirazione sono sempre state quelle di ricercare il suo significato più profondo.

Basta pensare ai rapporti numerici della musica scoperti da Pitagora e al successivo sviluppo filosofico dell’armonia delle sfere. Oppure a Rameau che attraverso la simultaneità dei suoni e la concatenazione degli accordi introduce l’Armonia come disciplina autonoma in musica.

Ma anche al concetto originario di università (”verso l’Uno”) in cui lo studio di tutte le discipline deve condurre verso l’unità. O all’interpretazione di Armonia come equilibrio d’insieme in letteratura, scultura, pittura e architettura.

O in senso generale, pensare all’Armonia del corpo umano, all’Armonia nella relazione con gli altri, all’Armonia dei fatti con le parole, all’Armonia della natura eccetera eccetera eccetera.

L’Armonia dell’universo comprende in sé tutto. Unisce la molteplicità in un tutt’uno armonico. E perciò, in ogni caso, vale la pena di fare sempre del nostro meglio per comprenderla.

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Educazione musicale, Eventi e news | Posted by Francesco Potestà