Archive for the ‘Il canzoniere’ Category

Essere donna oggi - Elio e le storie tese

July 24th, 2010

elio_e_le_storie_teseESSERE DONNA OGGI

ELIO E LE STORIE TESE

1992

*per ascoltare clicca sul titolo della canzone

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Per gli argomenti trattati e il linguaggio utilizzato, questo prodotto può risultare sconveniente e offensivo. L’ascolto è sconsigliato ai soggetti più sensibili.

E’ questa la scritta che compare sul secondo album degli Elio e le storie tese, “Italyan, Rum Casusu Çikti “. Quindi non dire che non sei stato avvisato/a.

Con Elio alla voce, Rocco Tanica alle tastiere, Cesareo alla chitarra, Faso al basso e il compianto Feiez (scomparso nel 1998) al sassofono e alle percussioni, la presa per il culo è garantita.

Attraverso la caricatura, la satira sociale, l’insolenza allegra e strafottente, le massicce dosi di citazionismo e la notevolissima perizia strumentale dei suoi componenti, il gruppo lombardo ha espresso la propria personalissima visione del mondo.

Il loro approccio irriverente e demenziale è il grimaldello per aprire (o chiudere, dipende solo da te!) la mente a un umorismo pregno di sottigliezze e sfumature liriche e musicali.

Attivi sin dai primi anni ‘80, Elio e soci hanno dato il meglio di sé nei ‘90 ottenendo consensi e notorietà sempre maggiori fino alla vittoria-fantasma del Festival di Sanremo. La loro acutissima e autoironica “La terra dei cachi” si piazzò seconda nel 1996, ma secondo le recenti indagini dei carabinieri la canzone avrebbe effettivamente vinto la manifestazione se non fosse stato per l’intervento di Pippo Baudo che si sarebbe adoperato per modificare i risultati finali. E così, con 60 anni dominati da penose e stereotipate canzonette (a parte le sporadiche eccezioni di Domenico Modugno, Alice e Giorgia), l’ingloriosa reputazione sanremese fu salva.

Ma ti dicevo di questo che è unanimemente riconosciuto come il loro lavoro migliore. Oltre alla delirante copertina che fa il verso ai Pink Floyd, l’album è impreziosito da svariate collaborazioni : si passa da Claudio Bisio a Diego Abatantuono, da Enrico Ruggeri a Riccardo Fogli, dai Chieftains ai Pitura Freska. Ma soprattutto contiene alcune pagine memorabili degli Elii : “Servi della gleba“, “Uomini col borsello (ragazza che limoni sola)“, “Il vitello dai piedi di balsa“, “Supergiovane“, “La vendetta del fantasma formaggino“.

Tra le tante si segnala “Essere donna oggi“, uno spassosissimo quadretto che tratta del ciclo mestruale e indaga sul rapporto della donna con la propria individualità.

Penso che la grandezza del brano deriva dal modo in cui la musica descrive e dà forza alle parole. Si apre con i gemiti di una donna e con il primo verso, lieve, intimista e con accompagnamento di  archi e tastiere che portano a un esplicito e liricissimo ritornello. L’arrivo delle mestruazioni è simboleggiato dal fragoroso rimbombare dei timpani.

Dopodiché giunge il momento della riscossa. Il secondo verso ha un sapore etnico e mischia batteria, percussioni, cori africani ed i virtuosismi di Faso al basso. Dopo il secondo ritornello, ecco che il ciclo mestruale si conclude in gloria com’è giusto che sia. E’ davvero formidabile la serie di accordi che grazie al ritmo della chitarra acustica raggiungono una potenza devastante.

Una canzone così demistificante, rasserenante e gioiosa sull’essere donna la potevano concepire solo gli Elio e le storie tese. La loro musica ci ricorda che una bella risata può curare molti mali. :-)

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Aladdin Sane - David Bowie

July 9th, 2010

aladdin_sane

ALADDIN SANE

DAVID BOWIE

1973

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Quando apparve Aladdin Sane, David Bowie si era già consacrato tra i grandi dell’olimpo musicale.

Non poteva essere altrimenti per un artista intelligente, magnetico ed enigmatico che ha dato il meglio di sé nei ‘70 ma che riuscirà comunque a manifestare lungo tutta la carriera la sua personalità musicale ed extramusicale ricca di idee e risorse. Dopo i primi brucianti squilli rock (”Space oddity” e “The man who sold the world“), dopo un sigillo di limpida bellezza come “Hunky dory” e dopo l’ascesa e la caduta dell’alieno “Ziggy Stardust“, ecco discendere sulla terra un altro bizzarro personaggio : “Aladdin Sane“.

Aladdin Sane è l’ideale erede di Ziggy Stardust con l’unica differenza che questa volta cambia il luogo della narrazione. Concepito durante il tour americano, “Aladdin Sane” è contaminato sia nei testi che nelle musiche degli umori tipici d’oltreoceano.

Accanto al trasformista Ziggy/Aladdin/Bowie, ci sono ancora gli Spiders from Mars (Mick Ronson, Trevor Bolder e Mick Woodmansey) ed alcuni elementi nuovi, tra cui spicca il pianista Mike Garson che nel nuovo disco si rivela un importantissimo valore aggiunto.

Con il titolo dell’album Bowie sfrutta un doppio senso, lasciando libertà d’interpretazione all’ascoltatore. “Aladdin Sane” infatti vuol dire “il Sano Aladino“, ma durante la canzone si può benissimo sentire come “a lad insane” che vuol dire l’esatto opposto ovvero “un ragazzo pazzo“.

Ho sempre considerato la canzone omonima come una delle più belle del suo repertorio.

Giocato sulla tonalità minore, si parte con un’atmosfera sognante e distesa (che meraviglia i passaggi iniziali del basso!!!). Poi subentra la melodia tratteggiata dalla voce drammaturgica del ‘duca bianco’ e finemente decorata da un pianoforte che ne ripete i passaggi e qua e là accompagna con scale ascendenti.

Poi ecco che il paesaggio sonoro muta di colpo: la tonica passa dal Si minore al Sol minore e chitarra e basso tengono gli accordi su un ostinato che nella seconda parte regala frutti sublimi. Ora è il pianoforte di Garson che ruba la scena e lascia cadere un libidinoso scroscio di note con brevissimi e velati accenni di altri brani. Il suo incedere è vorticoso e folle, strabordante di energia fino alla fine.

La follia di Aladino da vita a una musica fascinosissima ed estenuante … uno degli spunti più originali e suggestivi di Mister Bowie.

P.S. La figura sopra è un’inedita stilizzazione colorata al neon della splendida copertina che ha fatto storia.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Superstition - Stevie Wonder

June 25th, 2010

stevie_wonderSUPERSTITION

STEVIE WONDER

1972

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Ci sono certi groove che ti si incollano addosso e non ti mollano più. Sono linee armonico/melodiche che si autorigenerano ad ogni giro e potrebbero andare avanti per ore senza mai stancare.

E’ proprio quello che succede con la contagiosissima “Superstition“.

Completamente scritto, arrangiato, suonato e prodotto da Stevie Wonder, fu il singolo che lanciò l’album “Talking Book“. Con questo disco l’ancor giovane musicista, che all’epoca aveva appena 22 anni, comincia ad affermarsi come uno dei più grandi geni di sempre in ambito soul.

Siamo nel 1971 e, seguendo la scia di colleghi già affermati come Isaac Hayes e Marvin Gaye, il ragazzo prodigio stipula un nuovo contratto con la Motown che gli permette finalmente di assumersi tutte le responsabilità sul proprio operato.

Senza più ostacoli di fronte a sé, Wonder può sprigionare la sua ispirazione in una serie di sommi capolavori della musica soul aggiungendovi di volta in volta funk, pop, elettronica, musica latina e quant’altro. Poi, con placida e compiaciuta rilassatezza continuerà a produrre ma senza più lo spirito e la verve che gli avevano permesso di polverizzare gli anni ‘70.

Superstition” è uno dei brani simbolo del musicista. Il memorabile giro funky venne fuori da una ispirata session in coppia con Jeff Beck. Stevie ricambierà generosamente il favore firmando due splendidi pezzi in un album del chitarrista (”Blow by blow“).

Ma oltre alle enormi capacita compositive, l’artista americano è anche un favoloso polistrumentista. Spesso e volentieri registrava da sé tutte le parti di un pezzo. Qui ad esempio, a parte la tromba e il sax, ha registrato personalmente tutti gli strumenti (voce, piano elettrico, basso e batteria).

Il modo particolarissimo di suonare la batteria è uno dei segreti del pezzo : Stevie è bravissimo nel mantenere sia il ritmo che la tensione. Ascolta la parte di charleston che risulta ogni volta diversa per intensità, durata e numero di colpi.

L’orchestrazione e l’arrangiamento dei fiati sono a dir poco illuminanti così come il fatto che in certi punti il basso ne ripete la melodia nota su nota. L’atmosfera è resa ancora più incandescente dal clavinet, il caratteristico piano elettrico dai sapori funky di cui Stevie è uno dei più grandi interpreti.

Si potrebbe andare avanti per ore a suonare e danzare su questo groove, ma con uno come Stevie Wonder bisogna prestare attenzione anche ai testi.

Desidero lasciarti con le parole del ritornello perché fanno riflettere!!!

” Quando credi nelle cose che  non puoi capire

   esse ti fanno soffrire.

   La superstizione non è la soluzione.”

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Biko - L’inno di Peter Gabriel

June 7th, 2010

peter_gabrielBIKO

PETER GABRIEL

1980

* per ascoltare clicca sul titolo della canzone

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Certe canzoni segnano delle tappe fondamentali nella storia della musica … da qualunque punto di vista le consideri.

Di certo per Peter Gabriel un brano come “Biko” ha rappresentato una svolta decisiva per la sua carriera sia per i valori musicali che racchiude, sia per i suoi profondi significati extra-musicali.

Dedicato alla memoria dell’attivista politico sudafricano Stephen Biko (morto torturato in carcere), il pezzo fu per molto tempo sottoposto a censura dal governo del Sudafrica, ma divenne in breve un vero e proprio inno internazionale contro l’apartheid.

L’ex Genesis racconta cosa lo ha spinto a scrivere il testo : “Le parole della canzone le ho realizzate leggendo le varie cronache dell’arresto di Biko. All’epoca, come molti altri, ero convinto che fosse sufficiente per proteggerlo. Fu un vero e proprio schock la notizia della sua morte. Non fu facile per me, in ogni caso, stabilire se era opportuno o no che entrassi nel mondo dei testi politicizzati. Parlai con i miei amici, discussi del fatto che dopotutto venivo da una media borghesia bianca inglese e avevo il retaggio culturale tipico della mia estrazione sociale. In pratica, non ero sicuro di venir preso sul serio. Alla fine però ero talmente convinto, credevo talmente tanto in ciò che scrivevo, che non ebbi più alcun dubbio. Fu una svolta determinante nella mia carriera di musicista e paroliere.”

Per quanto riguarda la musica, Peter Gabriel ha svolto un lavoro essenziale, perfettamente in linea con le parole. Costruisce un giro armonico che rimanda direttamente alla musica africana, lo introduce con un coro funebre in lingua xhosa (l’etnia di Biko) e tramite una strumentazione strategicamente ridotta all’osso ottiene un’atmosfera rarefatta e piena di forza ancestrale.

Su una base elementare di percussioni che proseguono incessanti lungo tutto il pezzo, intervengono brevi inserti di piano, meravigliose linee tratteggiate dalla cornamusa e una serie di splendidi cori africani che si intrecciano e salgono inesorabili verso il cielo.

Sulla falsariga di “Biko“, tutto l’album (il terzo di Peter Gabriel da solista) rappresenta per molti motivi un punto chiave della sua discografia. Per il minimalismo derivato dalla new wave, per l’utilizzo dell’elettronica e per le contaminazioni etniche che aprono alla cosiddetta world music.

Infatti cominciano da qui le idee che faranno di Gabriel un infaticabile ambasciatore delle musiche popolari provenienti da ogni angolo del mondo. Ma ci sono novità rilevanti anche nel suono della batteria che, completamente priva di piatti, non è mai stata così nitida e potente.

Ecco la traduzione in italiano del testo :

Settembre ‘77  /  Port Elizabeth, condizioni metereologiche buone

Era il solito lavoro  /  nella stanza della polizia 619.

Oh Biko, Biko, perché Biko  /  Oh Biko, Biko, perché Biko

Yihla Moja, Yihla Moja  (*)

L’uomo è morto.

Quando cerco di dormire, la notte  /  riesco a sognare solo in rosso

Il mondo fuori è bianco e nero  /  e solo uno di questi due colori è morto.

Oh Biko, Biko, perché Biko  /  Oh Biko, Biko, perché Biko

Potete spegnere una candela  /  ma non potete spegnere un fuoco

Una volta che le fiamme cominceranno ad attecchire  /  il vento le soffierà più in alto.

Oh Biko, Biko, perché Biko  /  Oh Biko, Biko, perché Biko

L’uomo è morto  /  e gli occhi del mondo  /  ora, lo stanno guardando  /  ora, lo stanno guardando.

(*)  Yihla Moja in lingua xhosa vuol dire “vieni spirito”.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Possibly maybe - Bjork

May 28th, 2010

bjorkPOSSIBLY MAYBE

BJORK

1995

* per ascoltare clicca sul titolo della canzone

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Certo che ne ha di stoffa questo folletto islandese!

La storia di Bjork (”betulla” in islandese, Reykjavik, 1965) è quella di una persona che è stata abituata ed incoraggiata sin dall’infanzia al contatto con l’arte. Di una ragazza che ha frequentato la scuola di musica locale, che ha imparato a suonare il flauto e il pianoforte, che ha studiato, che ha vissuto in una famiglia di artisti hippy.

Fin dall’inizio, la ragazzina ci dà dentro di brutto e nel giro di pochi anni si fa le ossa nel circuito dei gruppi punk, suonando i classici islandesi e con una lunga militanza negli Sugarcubes, band che mescola il pop ai pruriti techno e dance degli anni ‘80. All’alba degli anni ‘90 decide che è arrivato il momento di fare da sola in modo da poter esprimere al meglio quello che gli frulla per la testa. E così diventa una delle sorprese più piacevoli del decennio.

Il suo sound immerso completamente nell’elettronica, miscela con intelligenza i campionamenti e sfugge l’ordinario. Le sue interpretazioni stupiscono per intensità , per voglia di sperimentare e per la capacità innata di saper dosare la tecnica vocale.

Dopo che “Debut” nel 1993 raccoglie un meritato successo di critica e pubblico, Bjork non si sottrae al ruolo che le compete e prosegue la sua ricerca artistica. Comincia a collaborare coi nuovi astri dell’elettronica (Nellee Hooper, Tricky, Howie B) e a sperimentare in più di una direzione, quasi ad oltranza.

Ne viene fuori “Post“, un disco a tratti sconnesso ma raffinato e pieno di tracce memorabili. Su tutto si distinguono le atmosfere estasianti di “Hyper-ballad” e “Isobel”  che anticipano i picchi emotivi del disco successivo. Ma è da ricordare anche lo swing in stile Broadway di “It’s oh so quiet“, il dramma elettronico “Army of me” e la ninna nanna tecnologica “Headphones“.

Un’altra splendida canzone che non può mancare all’appello è “Possibly maybe“, dove viene fuori tutta la grazia e l’inventiva di Bjork. Il testo narra della fine di una relazione (forse) ma, come sempre quando si tratta di musica, il concetto è ribaltabile, ampio e sfumato, favorevole a più interpretazioni.

E come si fa a non dire del suo canto strascicato e infervorato, reso caratteristico dalle tipiche melodie a picco. O del felicissimo connubio tra la soave melodia e i ritmi del trip-hop con i piatti, con un basso potente ed i fruscii retrò che simulano la puntina del giradischi.

E soprattutto del provvidenziale cambio di tonalità che in un attimo allarga la prospettiva e il coro da opera lirica che aggiunge un tocco di candida beatitudine.

Si, il folletto islandese ha saputo toccare le corde giuste. Lasciale vibrare …

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

I am mine - Pearl Jam

May 3rd, 2010

pearl_jamI AM MINE

PEARL JAM

2002

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… mi raffiguro a ogni respiro che possiedo solo la mia mente …

… il dolore cresce quando il dolore viene negato …

… siamo tutti differenti dietro agli occhi, non serve nasconderlo …

… so che sono nato e so che morirò, ma ciò che sta in mezzo è mio. Io sono mio.

Sono frammenti sparsi tratti da I am mine. Chissà, forse nemmeno Eddie Vedder sa come gli è venuto fuori questo magico connubio tra parole e musica.

Comunque sia, trattando di temi universali, è un brano che centra subito il bersaglio. Colpisce sia alla mente che al cuore e lo fa in maniera davvero semplice. E’ di certo uno dei pezzi più diretti e incisivi dei Pearl Jam, buono anche per chi non ha mai avuto a che fare con il rock di Seattle e dintorni.

Il testo è ispirato come non mai ed è uno dei più riflessivi tra quelli composti da Eddie Vedder (fu scritto di getto nel 2000 all’indomani della tragedia di Roskilde in Danimarca quando durante una loro esibizione morirono schiacciati 9 ragazzi).

Come ricorda Matt Cameron, la strepitosa combinazione tra le liriche e la melodia conquistò subito tutti i membri della band. Per questo, la registrazione del pezzo venne fuori in maniera rapida e spontanea. L’unico tocco aggiuntivo è un semplice e brevissimo solo di chitarra alla fine.

La canzone fu scelta come primo singolo di Riot act, un disco ripiegato su un folk di maniera che pare essere davvero poco convincente rispetto al resto della loro produzione. Il segnale di un inevitabile e fisiologico prosciugarsi del flusso creativo. Ma dopo un decennio abbondante pieno di lavori fondamentali (“Ten” e “Vs”), di valorose sperimentazioni (“Vitalogy” e “No code”), di album sottovalutati (“Yeld”) e registrati con nuove tecniche (“Binaural”), questo è un fatto più che comprensibile.

Ad ogni modo, il messaggio che lancia questo gioiello è chiaro. “I am mine” vuole metterci a confronto con noi stessi, con la nostra vita interiore, riuscendo a rassicurarci e a responsabilizzarci allo stesso tempo …

… ed è una delle ballate più toccanti del nuovo millennio dimostrando che, se si vuole, si può ancora fare del buon rock d’autore in questo primo enigmatico scorcio del 21° secolo.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Time will tell - Bob Marley

April 22nd, 2010

bob_marley

TIME WILL TELL

BOB MARLEY & THE WAILERS

1978

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Quando penso a Bob Marley non posso fare a meno di notare l’incredibile qualità e quantità della sua carriera discografica. In 8 anni passati al servizio della Island di Chris Blackwell sono usciti 10 album tutti di altissimo livello.

La sua inesauribile vena creativa, è sempre stata proverbiale fino all’ultimo giorno. Quando ad esempio tra Gennaio ed Aprile del 1977 entrò in studio di registrazione con i Wailers, ne venne fuori con materiale sufficiente per la pubblicazione di 2 dischi. E si parla di 2 dischi strepitosi e non semplicemente validi.

Il primo, “Exodus” uscì quello stesso anno. Il secondo, “Kaya”  l’anno successivo.

Kaya” in particolare è l’album più solare e disteso della discografia di Marley e si chiude in bellezza con “Time will tell“. Come un colpo di fulmine, questa canzone mi ha conquistato sin dal primo ascolto.

E’ un brano un po’ atipico rispetto al modo di suonare dei Wailers. Prima di tutto il pezzo si segnala subito per l’assenza della chitarra in levare che è una delle caratteristiche più abituali del reggae. Inoltre, con la sua forte radice gospel è probabilmente il brano più soul che Bob abbia mai inciso.

Strumentazione ridotta all’osso con percussioni, basso, chitarra, tastiere e naturalmente la voce di Bob e il coro dei Wailers: il risultato d’insieme è visionario, profondo … e soprattutto rilassatissimo.

Sarà per quel  pizzicato nitido della chitarra, sarà per il battito delle percussioni, sarà per quell’armonia soul così lieve e distensiva, fatto sta che amo incondizionatamente questo pezzo.

Time will tell??? Se è vero che il tempo ci dirà, è anche vero che il tempo ci ha già detto molto. Ci ha detto anzitutto che questa canzone non teme lo scorrere del tempo. A quasi 30 anni dalla scomparsa di Marley, “Time will tell” sale pian piano sempre di più nell’indice di gradimento generale.

In effetti è già stata citata e celebrata in diverse occasioni come nel 1990 quando Bunny Wailer l’ha usata per dare il titolo ad un album tributo. Ma anche 2 anni dopo quando i Black Crowes ne hanno fatto una bella cover mettendola in chiusura dello splendido “The Southern Harmony and Musical Companion“.

Comunque, con il profeta del reggae si va sempre sul sicuro. Pesca tranquillamente a caso tra quei 10 dischi e in ogni caso non sbaglierai. La sua musica è una garanzia!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà