Archive for the ‘Il canzoniere’ Category

White room - Cream

August 31st, 2011

creamWHITE ROOM

CREAM

1968

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Oggi ho voglia di qualcosa di buono!

Decido di usare il giradischi … ogni tanto va usato altrimenti prende polvere e si arrugginisce.

Dopo aver gettato un rapido sguardo al reparto vinili scelgo i Cream … il piatto comincia a girare … la puntina scorre.

S’odono una viola e una chitarra intrecciate in un unico indissolubile suono … e dei timpani che scandiscono il tempo a intervalli regolari … sembra l’inizio di una sinfonia.

Poi un colpo deciso di grancassa ed ecco che parte un portentoso hard blues … potente e suggestiva come non mai, la contaminazione tra i generi non era mai stata così audace e ben amalgamata.

Ascolto e penso che oltre ad aprire nel migliore dei modi lo strepitoso doppio album “Wheels of fire” (1968), “White room” è anche un palcoscenico ideale per esaltare le doti di Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker, 3 autentici fuoriclasse dei rispettivi strumenti.

Eric Clapton, cresciuto a pane e blues, tira fuori un paio di assolo memorabili condendo il tutto con gli effetti ottenuti dalla pedaliera wha-wha. Jack Bruce fa del basso un secondo strumento solista creando le fondamenta con linee melodiche di qualità superlativa, mentre il suo canto offre un vigore ed una duttilità che son cosa assai rara. Infine Ginger Baker alla batteria completa il quadro con il suo stile jazzistico, i timbri secchi ed una innata propensione alla sperimentazione libera.

I Cream furono un triangolo equilatero perfettamente bilanciato, i cui fragili equilibri interni furono la forza ed il limite di una breve ed irripetibile stagione. Dopo tre anni d’attività, l’addio venne ufficializzato in un concerto tenuto alla Royal Albert Hall il 26 novembre 1968.

Sospesa tra blues e hard-rock, sempre colma di riferimenti psichedelici, la loro arte rappresenta una delle vette di quest’ultimo secolo di musica.

Un rifugio sicuro se ti viene voglia di qualcosa di buono!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Move it on over - Hank Williams

August 10th, 2011

hank_williamsMOVE IT ON OVER

HANK WILLIAMS

1947

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L’articolo di quest’oggi è dedicato ad Hank Williams, uno dei più grandi musicisti del secolo trascorso. Se vi è un artista a cui è particolarmente adatta l’abusata definizione di ‘genio e sregolatezza’, ebbene si tratta certamente di Hank.

E’ stato detto e scritto molto sulla sua vita: dalla prematura morte giunta il 1 Gennaio del 1953 in una Cadillac presa a nolo, alle leggendarie sbornie che non si faceva mai mancare, dalle burrascose avventure sentimentali, alla morfina e agli antidolorifici che assumeva per il mal di schiena causato dalla spina bifida.

Ma se la sregolatezza fa notizia perchè crea sempre un interesse morboso, qui vorrei occuparmi del genio che oggi, a oltre mezzo secolo dalla sua morte, risalta ancora di più. Un genio messo in luce da una musica intramontabile, colma di invenzioni timbriche, armoniche e melodiche che continuano a fare scuola e di canzoni che da allora ad oggi sono state riprese un’infinità di volte da tantissimi artisti.

Personalità centrale del ‘900 musicale americano, per molti versi Williams rappresenta in modo esemplare il passaggio dalla musica tradizionale a quella moderna. Di certo è stato uno dei più importanti punti di riferimento per i fondatori del rock’n'roll negli anni ‘50.

L’esempio più efficace di ciò è rappresentato da “Move it on over“, il pezzo che incide nel 1947 e con il quale inaugura il contratto appena stipulato con la Metro-Goldwyn-Mayer Records.

Move it on over” è una chiara testimonianza del fatto che Hank faceva del rock’n'roll già molto tempo prima che fosse chiamato con quel nome. Lo si può sentire dalla struttura armonica, dall’andatura della melodia e dai contrappunti vocali del coro.

Ma qui si sente anche il suo amore per il country con quegli interventi del violino, con le svisate della steel guitar sia al termine dei versi sia negli assoli. E come se non bastasse c’è anche la chitarra elettrica perché uno come Hank Williams non si fa e non ci fa mancare proprio niente.

Tra il ‘47 e il ‘52, nell’arco di 6 anni Hank Williams si è rivelato un musicista stratosferico. Basterebbe menzionare le indimenticate esibizioni al Gand Ole Opry o la formazione dei Drifting Cowboys o ancora l’invenzione di “Luke The Drifter” (Luke il Vagabondo), il soprannome con cui incideva le canzoni dai temi più spinosi.

Ma basterebbe soprattutto la raccolta delle sue canzoni che risplendono in tutta la loro vivida e semplice bellezza.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

I heard it through the grapevine - Marvin Gaye

July 30th, 2011

marvin_gayeI HEARD IT THROUGH THE GRAPEVINE

MARVIN GAYE

1968

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Dove sta il confine tra libera espressione artistica ed esigenze economiche di una casa di produzione? E’ una domanda stimolante ed insolubile che nel corso della storia ha riservato non poche sorprese tra celebri sabotaggi e annose diatribe legali.

Di certo la vicenda artistica di Marvin Gaye, uno dei più grandi soulman di sempre, è emblematica di questo ineludibile confronto-scontro tra ‘disinteresse artistico’ e ‘interesse economico’.

La musica di Marvin Gaye è indissolubilmente legata all’etichetta Motown di Berry Gordy, una macchina economica capace di sfornare hit da classifica per oltre un decennio. In questo caso la collaborazione tra le parti in causa non si ruppe ma andò avanti tra mille difficoltà per quasi tutta la sua carriera.

Lo spirito indipendente ed il desiderio di libera espressione del nostro stridevano nettamente con la rigida struttura aziendale messa in piedi da Gordy. Parecchie volte vi furono scintille e, per nostra fortuna, Gaye riuscì nei primi anni ‘70 a conquistarsi l’indipendenza artistica necessaria per incidere capolavori come “What’s going on” e “Let’s get it on” che sono autentiche pietre miliari del ‘900 americano.

E così dal pop romantico e melenso degli anni ‘60 in tipico stile Motown, Marvin Gaye vira verso una musica ben più matura e profonda tanto nei suoni che nelle tematiche, senza per questo perdere una briciola del suo proverbiale appeal vocale.

I Heard It Through The Grapevine” è la classica canzone a metà strada tra queste due fasi della sua carriera e per intensità e suggestione si eleva e si discosta nettamente dalle altre produzioni Motown dell’epoca. Scritta da Norman Whitfield e Barrett Strong nel 1966, ebbe una gestazione travagliata passando di mano in mano tra i vari artisti della scuderia, finché Marvin Gaye non la fece definitivamente sua. Venne pubblicata nel 1968 e, manco a dirlo, il successo fu clamoroso. E pensare che Berry Gordy non la riteneva adatta ad essere pubblicata.

Fu anche grazie a canzoni come questa che Marvin accumulò il credito necessario per svincolarsi dalle pressioni della casa discografica ed ottenere piena libertà d’azione.

Questa versione è tratta dal concerto di Montreaux del 1980, ovvero una delle sue performance migliori. Un concerto pulsante, carico di adrenalina, in cui risaltano le percussioni e con uno stile funkeggiante in bella evidenza. E’ reperibile su dvd e doppio cd targati Eagle Records.

In questo pezzo reso lussureggiante dalla nutritissima quantità di strumentisti e coristi, Gaye gioca e improvvisa sul formidabile groove di base riuscendo ad affrontare gli sbalzi dall’acuto al falsetto con la sicurezza e la classe che lo hanno sempre contraddistinto. Solo lui sa rendere il senso di inquietudine e confusione che traspare dal testo.

Per concludere mi concedo un’ultima nota di colore : la giacca rossa che Marvin indossa nel video è davvero favolosa! La voglio anch’io!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

How do you think it feels - Lou Reed

July 9th, 2011

lou_reedHOW DO YOU THINK IT FEELS

LOU REED

1973

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Ci vuole un bel coraggio (e tanta capacità d’osservazione) per affrontare le proprie fragilità, per mostrarsi interamente nudi, senza veli, senza i condizionamenti e le paure per l’opinione altrui. Ma anche poco o nulla da perdere per progettare e realizzare un’opera come quella che fece Lou Reed nel 1973.

Naturalmente, le reazioni all’epoca furono negative, ma oggi l’opera in questione, “Berlin“, è da considerarsi come l’album più intenso e artisticamente rilevante della lunga carriera di Lou Reed. Il suo disagio esistenziale, lucidamente tradotto in musica e versi, ci conduce dritti dritti alla contemplazione di uno dei dischi più importanti del ‘900.

Disco di devastante tragicità, che apre le ferite e sconvolge con la sua bellezza cupa e claustrofobica, coi suoi versi psicanalitici intrisi di malessere, con le cadenze lente e gonfie di pathos e con una tensione sonora trattenuta, sofferta come non mai. Lou Reed è lontano, molto lontano dal luccicante glam rock del precedente di successo “Transformer“.

Questa è musica da metabolizzare con calma e polso fermo. Musica resa ancor più profonda e tagliente dal sottile sarcasmo e dalla disillusione che uniscono i vari brani. Musica che si giova della ripresa e del riadattamento di alcuni pezzi inediti risalenti al periodo Velvet Underground.

Strepitosa la squadra di interpreti che affiancano l’autore newyorchese : al basso Jack Bruce, alla batteria Aysley Dunbar, alle tastiere Steve Winwood, ai fiati i fratelli Brecker e alle chitarre Steve Hunter e Dick Wagner, i quali faranno delizie anche nel successivo disco live “Rock’n'roll animal“. Infine, alla produzione e agli arrangiamenti un ventiquattrenne che ne farà di strada, ovvero Bob Ezrin. Le cronache del tempo dicono che fu lui a proporre l’idea che le canzoni potevano essere legate fra loro in modo da formare una sorta di film per le orecchie.

E così, attraverso la storia di una coppia depressa, in preda alla droga e alla degradazione, presentata spesso sotto forma di dialogo tra Jim e Caroline, Lou Reed riesce a dare libero corso alla sua narrazione spietata, distaccata e poetica.

Non è semplice estrapolare un singolo brano da un contesto sonoro e narrativo così saldamente unito. Ma ugualmente ci provo volentieri con una canzone come “How do you think it feels“, in cui accessibilità e intensità trovano un insolito punto di fusione.

Tutto il brano si regge su un’unica splendida melodia che viene esaltata nella sua sensualità latente e sviluppata attraverso la ripetizione dei vari strumenti.

Basso e pianoforte partono all’unisono, mentre la batteria risponde con frasi che lasciano il segno. Segue il canto dolente, sarcastico e recitato di Lou Reed a cui s’aggiungono alternativamente pianoforte e chitarra. Poi il timbro scintillante dell’elettrica riprende e amplifica la potenza del verso chiudendolo con assolo energici. A sospingere il tutto ci sono i fiati che gonfiano con sempre più vigore portandoci idealmente dalle parti di Broadway.

Trovo che l’estrema ambiguità dell’insieme mette in evidenza la cifra stilistica e i paradossi umorali di questo grande autore. E questo è certamente uno dei miei brani preferiti.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

O Maria - Il doce sogno di Beck

June 12th, 2011

beck_hansenO MARIA

BECK

1998

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Quando si parla di contaminazione musicale, Beck Hansen è sicuramente uno dei primi nomi che vengono in mente.

Non potrebbe essere altrimenti dato che nella sua musica l’unica costante certa sono le variazioni d’atmosfera e le trasmutazioni tra i generi.

I suoi primi dischi (”Mellow gold” e “Odelay“) hanno conquistato critica e pubblico negli anni ‘90 per la loro forte carica innovativa. Osannato oltremisura, il cantautore americano ha poi sterzato verso modelli futuribili di folk e rock mettendo così in mostra il suo background culturale senza però mai rinunciare alle sperimentazioni chimico-sonore degli esordi.

La canzone di cui ti parlo quest’oggi appartiene a “Mutations“, l’album del 1998 che fa da spartiacque tra queste due fasi della carriera. S’intitola “O Maria” ed è una delle più dolci e sognanti che mi sia mai capitato d’ascoltare.

In apertura, pianoforte e chitarra acustica tracciano all’unisono la meravigliosa melodia di base. Il canto malinconico sotto forma di lamento da parte di Beck e i delicati prolungamenti dell’organo la rendono ancora più bella.

La struttura compositiva si giova degli inserti di chitarra al termine d’ogni frase e dei brevi interventi di trombone e mandolino. Ma qui, l’intervento che gradisco più di tutti è quello del contrabbasso che procede a strappi facendo piovere sul pezzo deliziose cascate di note.

La canzone, così come tutto il disco, riflette un senso d’estatico rilassamento. Di certo è un Beck meno contaminato del solito. Ma probabilmente è proprio in questo momento di svolta della carriera che gli riesce di riassumere in un’unica opera le sue attitudini più sperimentali con l’amore per il folk tradizionale e la ricerca in chiave psichedelica con un periodo di creatività quanto mai intenso.

Tra le tracce del disco si muovono i fantasmi della psichedelia anni ‘60 a braccetto con il country e con scampoli di bossanova e vaudeville. Le cose che destano più ammirazione sono la gran cura per la ricerca melodica ed il formidabile lavoro in fase di arrangiamento e produzione di Nigel Godrich, appena reduce dal capolavoro dei Radiohead “Ok computer“.

E così, tra una mutazione e l’altra, il signor Beck Hansen tocca l’apice del suo personalissimo viaggio musicale.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Watermelon man - Herbie Hancock

May 29th, 2011

herbie_hancock

WATERMELON MAN

HERBIE HANCOCK

1973

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Quella di Herbie Hancock è una carriera talmente grande e complessa che rischia di far venire le vertigini.

E’ davvero impressionante la vastità, la varietà e la qualità di una parabola artistica che sovente è stata ulteriormente arricchita da collaborazioni d’ogni genere. L’ultima impresa è di pochi giorni fa con il trionfale concerto tenuto alla Scala con l’emergente pianista classico Lang Lang.

Ma proviamo a fare qualche passo indietro verso la fine degli anni ‘60. In quel periodo il vento di rinnovamento che soffiava sul mondo del jazz spingeva il giovane talento ad interessarsi agli strumenti elettronici e contemporaneamente ad avvicinarsi ad altre forme stilistiche tra cui il funk.

E così dopo la sperimentazione spinta ed eterea nei primi dischi degli anni ‘70, Hancock vira decisamente verso un jazz più concreto, immediato e sanguigno. Per farlo decide di formare una nuova band chiamata Headhunters in cui il solo Bennie Maupin è reduce dal sestetto precedente.

Il successo clamoroso dell’album gli scatenerà contro orde di puristi jazz ma il tempo che è galantuomo restituirà il giusto valore a un’opera che ha imposto un nuovo modello di jazz fusion ed è tuttora fonte d’ispirazione per tanti musicisti jazz, funk, soul e hip hop.

Watermelon man” è l’unica traccia non inedita del disco dato che originariamente era stata pubblicata nell’album d’esordio “Takin’ Off” del 1962 e qui viene nuovamente arrangiata da Hancock e dal batterista Harvey Mason. Con gli anni è divenuta uno standard jazz essendo stata registrata più di 200 volte e campionata spesso come base in molte versioni hip hop.

Come in tutto l’album, la canzone offre una notevole quantità di sintetizzatori tutti suonati da Hancock, una sezione ritmica che introduce robuste iniezioni di rhythm & blues e naturalmente l’inconfondibile groove funk che domina su tutto.

Il pezzo è introdotto da un suono morbido, esotico e surreale che ricorda certi flauti africani usati dai pigmei ed è stato ottenuto soffiando in una bottiglia di birra.

Da notare l’assenza completa delle chitarre che qui vengono rimpiazzate dall’uso del clavinet come spesso accade nel funk. Nel corso del brano, tramite il suo sterminato armamentario di sintetizzatori, Hancock definisce al meglio l’atmosfera di un funk rilassato e disteso che si giova non poco dell’avvolgente intreccio ritmico tra il basso di Paul Jackson ed il sax di Bennie Maupin.

Un pezzo che cattura immediatamente muovendosi con languida e insinuante disinvoltura tra le spire del jazz e del funk.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Marquee moon - Television

May 9th, 2011

television_bandMARQUEE MOON

TELEVISION

1977

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Siamo intorno alla metà degli anni ‘70 e a New York c’è un fermento musicale come non lo si vedeva da anni. Nell’aria si respira qualcosa di nuovo, sospeso tra il rock classico e il nascente punk, e che dà il via a una nuova fase artistica la quale in seguitro verrà ribattezzata new wave.

Ed è li, in quella città nevrotica, in quell’ambiente che pullula di nuovi umori e di una forte carica inventiva, che hanno origine i Television, una band che durerà solo 5 anni (dal 1973 al 1978), ma che è una delle più importanti della new wave e di tutta la storia della popular music.

Il loro primo album capolavoro “Marquee moon” è semplicemente irrinunciabile per qualunque amante del rock, così come lo è l’omonima canzone che in poco più di 10 minuti sintetizza e sublima l’arte del quartetto.

In questo brano convergono tutti i principali elementi della loro musica. C’è tutto il senso d’alienazione provato da una generazione, c’è la ripetizione ossessiva di basi di stampo blues, ci sono frammenti sparsi di jazz e progressive. E poi ci sono i duetti ipnotici tra Tom Verlaine e Richard Lloyd alla chitarra con i loro assolo minimalisti e stranianti che alternano arpeggi, feedback e tremoli di grande intensità. Il tutto è sovrinteso da uno spirito psichedelico che pervade e beatifica ogni singolo passaggio della composizione.

All’inizio del pezzo, ciò che colpisce subito l’attenzione sono il tremolo e la dissonanza delle chitarre a cui si aggiunge il ripetersi monotono del basso. Un incedere che appare assurdo ma che si rivela fondamentale perché crea una tensione interna che sta alla base della straordinaria architettura della canzone. Nel chorus infatti la chitarra di Lloyd libera tutta l’energia accumulata nei versi.

Ma lo zenit vien raggiunto nella parte centrale dove Tom Verlaine si lancia in uno degli assolo di chitarra più memorabili di sempre mantenendo un favoloso equilibrio tra lirismo, minimalismo ed epicità. Non interviene subito, piuttosto lascia fluire la musica e quando entra in gioco lo fa con estrema delicatezza e un sapiente dosaggio delle note suonate. Lento ed inesorabile ti trascina in un crescendo estatico ed impetuoso che termina in un fraseggio liquido, impalpabile, un puro concentrato di psichedelia che, come ha osservato Patti Smith, sembra quasi il canto di 1000 uccelli.

Dopo l’ideale catarsi, resta solo un provvidenziale silenzio prima che sia la batteria a dare inizio ad un ultimo verso che ha tutto il sapore della celebrazione.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà