Archive for the ‘Il canzoniere’ Category

I am mine - Pearl Jam

May 3rd, 2010

pearl_jamI AM MINE

PEARL JAM

2002

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… mi raffiguro a ogni respiro che possiedo solo la mia mente …

… il dolore cresce quando il dolore viene negato …

… siamo tutti differenti dietro agli occhi, non serve nasconderlo …

… so che sono nato e so che morirò, ma ciò che sta in mezzo è mio. Io sono mio.

Sono frammenti sparsi tratti da I am mine. Chissà, forse nemmeno Eddie Vedder sa come gli è venuto fuori questo magico connubio tra parole e musica.

Comunque sia, trattando di temi universali, è un brano che centra subito il bersaglio. Colpisce sia alla mente che al cuore e lo fa in maniera davvero semplice. E’ di certo uno dei pezzi più diretti e incisivi dei Pearl Jam, buono anche per chi non ha mai avuto a che fare con il rock di Seattle e dintorni.

Il testo è ispirato come non mai ed è uno dei più riflessivi tra quelli composti da Eddie Vedder (fu scritto di getto nel 2000 all’indomani della tragedia di Roskilde in Danimarca quando durante una loro esibizione morirono schiacciati 9 ragazzi).

Come ricorda Matt Cameron, la strepitosa combinazione tra le liriche e la melodia conquistò subito tutti i membri della band. Per questo, la registrazione del pezzo venne fuori in maniera rapida e spontanea. L’unico tocco aggiuntivo è un semplice e brevissimo solo di chitarra alla fine.

La canzone fu scelta come primo singolo di Riot act, un disco ripiegato su un folk di maniera che pare essere davvero poco convincente rispetto al resto della loro produzione. Il segnale di un inevitabile e fisiologico prosciugarsi del flusso creativo. Ma dopo un decennio abbondante pieno di lavori fondamentali (“Ten” e “Vs”), di valorose sperimentazioni (“Vitalogy” e “No code”), di album sottovalutati (“Yeld”) e registrati con nuove tecniche (“Binaural”), questo è un fatto più che comprensibile.

Ad ogni modo, il messaggio che lancia questo gioiello è chiaro. “I am mine” vuole metterci a confronto con noi stessi, con la nostra vita interiore, riuscendo a rassicurarci e a responsabilizzarci allo stesso tempo …

… ed è una delle ballate più toccanti del nuovo millennio dimostrando che, se si vuole, si può ancora fare del buon rock d’autore in questo primo enigmatico scorcio del 21° secolo.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Time will tell - Bob Marley

April 22nd, 2010

bob_marley

TIME WILL TELL

BOB MARLEY & THE WAILERS

1978

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Quando penso a Bob Marley non posso fare a meno di notare l’incredibile qualità e quantità della sua carriera discografica. In 8 anni passati al servizio della Island di Chris Blackwell sono usciti 10 album tutti di altissimo livello.

La sua inesauribile vena creativa, è sempre stata proverbiale fino all’ultimo giorno. Quando ad esempio tra Gennaio ed Aprile del 1977 entrò in studio di registrazione con i Wailers, ne venne fuori con materiale sufficiente per la pubblicazione di 2 dischi. E si parla di 2 dischi strepitosi e non semplicemente validi.

Il primo, “Exodus” uscì quello stesso anno. Il secondo, “Kaya”  l’anno successivo.

Kaya” in particolare è l’album più solare e disteso della discografia di Marley e si chiude in bellezza con “Time will tell“. Come un colpo di fulmine, questa canzone mi ha conquistato sin dal primo ascolto.

E’ un brano un po’ atipico rispetto al modo di suonare dei Wailers. Prima di tutto il pezzo si segnala subito per l’assenza della chitarra in levare che è una delle caratteristiche più abituali del reggae. Inoltre, con la sua forte radice gospel è probabilmente il brano più soul che Bob abbia mai inciso.

Strumentazione ridotta all’osso con percussioni, basso, chitarra, tastiere e naturalmente la voce di Bob e il coro dei Wailers: il risultato d’insieme è visionario, profondo … e soprattutto rilassatissimo.

Sarà per quel  pizzicato nitido della chitarra, sarà per il battito delle percussioni, sarà per quell’armonia soul così lieve e distensiva, fatto sta che amo incondizionatamente questo pezzo.

Time will tell??? Se è vero che il tempo ci dirà, è anche vero che il tempo ci ha già detto molto. Ci ha detto anzitutto che questa canzone non teme lo scorrere del tempo. A quasi 30 anni dalla scomparsa di Marley, “Time will tell” sale pian piano sempre di più nell’indice di gradimento generale.

In effetti è già stata citata e celebrata in diverse occasioni come nel 1990 quando Bunny Wailer l’ha usata per dare il titolo ad un album tributo. Ma anche 2 anni dopo quando i Black Crowes ne hanno fatto una bella cover mettendola in chiusura dello splendido “The Southern Harmony and Musical Companion“.

Comunque, con il profeta del reggae si va sempre sul sicuro. Pesca tranquillamente a caso tra quei 10 dischi e in ogni caso non sbaglierai. La sua musica è una garanzia!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Say it (over and over again) - John Coltrane

April 3rd, 2010

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SAY IT (OVER AND OVER AGAIN)

JOHN COLTRANE

1963

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Che si parli di jazz o meno, chi non ha mai sentito nominare almeno una volta John Coltrane?

Chi non ha mai avuto il piacere di ascoltare questo gigante del jazz, capace di incidere in profondità su tutta l’arte del ‘900 passando con indifferente e geniale naturalezza dal bebop al jazz modale sino al free jazz? Autore e interprete di dischi fondamentali col suo sax (tenore e soprano), Coltrane era un uomo attratto dal misticismo indiano ed un esploratore a tutto tondo della materia sonora.

Bene, un’opera come”Ballads” è l’occasione giusta per sopperire a questa eventuale mancanza. Qui è in azione il suo quartetto storico : McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alle percussioni. Tutti musicisti di altissima levatura e prestigio con cui ‘Trane’ ha condiviso gran parte della sua produzione nel corso degli anni ‘60.

Il brano che apre l’opera è “Say it (over and over again)“, una delle ballate più dolci e sensuali di sempre, dove sassofono e pianoforte si incastonano magnificamente. Prima è il sax che sviluppa la melodia ed il piano l’accompagnamento, poi è il piano ad eseguire il solo cedendo il passo al sax nella seconda parte.

A questo proposito, trovo particolarmente adorabile il modo con cui il basso e i piatti accentano la battuta creando un ritmo più ostinato sulla melodia secondaria … in questo modo riescono a dare ancora più slancio e intensità quando riprende il refrain principale.

Al pari di “Say it (over and over again)” tutto l’album è composto da 8 standard riarrangiati che concedono poco all’improvvisazione. Il sassofonista torrenziale, quello pieno di travolgenti e coinvolgenti soluzioni armoniche, qui si lascia condurre dalla lentezza delle ballate e condisce con rilassata delicatezza questo disco. Forse anche a causa del suo carattere insolito, un album come “Ballads” viene raramente citato tra i suoi capolavori.

Ma i suoi meriti sono molteplici. E’ uno di quei rari dischi che ti accarezzano e ti cullano senza mai abbandonarsi al melodramma e senza mai rinunciare alla sperimentazione e alla creatività che hanno sempre contraddistinto ‘Trane’ nel suo percorso musicale.

Insomma, un album ideale per chi approccia per la prima volta la musica jazz, per chi vuole dare un’atmosfera romantica alla sua serata, ed infine anche per chi chiede musica vibrante, di qualità, capace di soddisfare il puro ascolto.

Perché cari signori, qui si sta parlando di John Coltrane … e scusate se è poco!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Old man - Neil Young dal vivo

March 23rd, 2010

neil_young_old_manOLD MAN

NEIL YOUNG

1971 (dal vivo al Massey Hall)

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Il voler considerare un musicista in base a una raccolta o un greatest hits può rivelarsi un’azione fuorviante oltreché limitante. Ebbene, per uno come Neil Young  un’ipotesi del genere risulta persino offensiva.
 
A guardare la qualità, la quantità e la continuità del suo percorso artistico non si può far altro che restare ammirati di fronte a tanto splendore.
 
Il suo è stato un percorso ondivago, incurante del mercato e dei suoi vassalli, insofferente alle proposte di facile consumo. Un percorso che proprio per questo motivo gli ha consentito di raggiungere numerosissimi ed insuperabili picchi.
 
Nella storia del cantautorato americano, solo Bob Dylan e in parte Bruce Springsteen sono stati in grado di reggerne il confronto. Al contrario degli altri 2, Neil Young non ho mai avuto occasione di vederlo in azione dal vivo. Ma la sua discografia … beh, quella sì … quella dovrebbe masticarla chiunque si interessa di quella disciplina chiamata musica.
 
La sua voce sottile, esile ma risoluta, dai tratti quasi infantili è specchio fedele del misto di innocenza e saggezza con cui ha sempre approcciato la musica.
 
Con la schiettezza, con l’autoironia, con la vena surreale. Con la sua poetica ora delicata ed intimista ora grezza ed abrasiva. E con quel naturale eclettismo con cui riesce ad abbracciare gli opposti, ad essere se stesso anche in situazioni musicali estreme, dalle lievissime ballate alle sferzate elettriche che han fatto impallidire i paladini del grunge.
 
Negli ultimi anni, stanno cominciando ad uscire come se piovesse numerose testimonianze live disseminate nel corso dei decenni. Una di queste è il “Live at Massey Hall 1971“, lo storico concerto in veste acustica che tenne nella sua Toronto.
 
Qui lo ritroviamo ritratto in una dimensione intima, intento a sgranare le perle di quella stagione dorata. “Old man” oltre ad essere una delle sue canzoni più conosciute è anche una delle più belle ed immacolate del repertorio younghiano.
 
Certo, forse mi manca un suo concerto ma si può rimediare (e alla grande) con questa esibizione del ‘71. Una sedia di legno, una chitarra folk capace di magnifici arrangiamenti, una canzone dalle morbide sfumature country e uno spirito indomito e solitario che colora di espressione ogni singola nota. Per uno come Neil, basta e avanza!!!
 
Nonostante l’assenza del banjo, in questa versione per sola voce e chitarra acustica la canzone non perde nemmeno un briciolo del suo magnetismo sonoro. Anzi, se possibile risaltano con ancora più forza i versi disincantati e lucidi del cantautore canadese, come sempre portatore di melodie piene di consapevolezze esistenziali:
 
Vecchio, guarda la mia vita / somiglio molto a com’eri tu
 
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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Il nostro caro angelo - Lucio Battisti

March 4th, 2010

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IL NOSTRO CARO ANGELO

LUCIO BATTISTI

1973

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‘Un angioletto che la fa nel vasetto!’

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in questa irriverente e deliziosa copertina … e giù a ridere!!

Si tratta di una rara ed inedita versione spagnola de “Il nostro caro angelo” di Lucio Battisti pubblicata nel 1974. L’angelo profanatore è una divertente curiosità che mi offre lo spunto ideale per celebrare un mostro sacro della musica di casa nostra.

Canto di liberazione tra i più belli che siano mai stati incisi, “Il nostro caro angelo” è una specie di canzone-baricentro della sua produzione in tandem con Mogol. Si trova a metà strada tra il Battisti che mischia pop, rock, rhythm & blues e canzone italiana del primo periodo (’66/’72)e quello più sperimentatore del secondo periodo (’73/’80).

Questo album del 1973 mostra un musicista curioso, che ha voglia di rinnovarsi ed è insofferente alle convenzioni di un mercato musicale nel quale si è imposto ormai da qualche anno. Il bisogno di andare oltre finisce per portare ad un disco sconnesso, che apre all’elettronica ma soffre un po’ la mancanza di idee chiare. Ma trattandosi di Battisti è comunque un disco di tutto rispetto. Infatti, la canzone che dà il titolo all’opera vale da sola il cosiddetto prezzo del biglietto ed è uno splendido preavviso di “Anima latina“, il capolavoro successivo.

Già la struttura del brano è un segnale di cambiamento importante con la rinuncia alla classica sequenza strofa/ritornello che si trova nell’abituale schema di una canzone. Qui ci sono solo due strofe prolungate ed unite tra loro da passaggi strumentali a dir poco sublimi. Alla fine della prima strofa si sviluppa un pregevole assolo di chitarra elettrica, mentre dopo la seconda il brano sfuma in una delicata melodia dei sintetizzatori.

Grande rilievo per le parti di basso (da gustare nota per nota) e per l’incedere delle chitarre acustiche che sottolineano la centralità della parte ritmica nel modo di comporre di Lucio. Come non dire infine di quel momento di pura illuminazione che arriva al minuto 1′42″ : dopo un breve accenno di chitarra elettrica l’ingresso percussivo e maestoso del pianoforte è davvero inebriante.

Speciale anche il testo che è uno dei più belli tra quelli scritti da Mogol, il quale in un’intervista ha apertamente dichiarato che si riferisce a quell’idea secolare ereditata dalla Chiesa Cattolica che produce in noi una visione distorta di uomo inteso come peccatore. Nonostante tutto questo, ‘il nostro caro angelo’ lotta per non scendere a compromessi con la paura e l’alienazione.

E trova il riscatto nell’ultima frase:

… ma le nostre aspirazioni il buio filtrano,

traccianti luminose gli additano il blu

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

More than a feeling - Boston

February 23rd, 2010

boston_1976MORE THAN A FEELING

BOSTON

1976

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Non sarà mica che la copertina del primo album dei Boston mi ha suggestionato troppo? Chissà!

In ogni caso se un giorno qualche extraterrestre dovesse venire a chiedermi di spiegargli cos’è il rock, so già cosa gli farei ascoltare:

More than a feeling” dei Boston.

A dire il vero, i Boston sono stati forse una delle band più pacchiane della storia. Basta ascoltare l’album d’esordio per rendersene conto o anche limitarsi a prendere visione dei testi. Guidati dal compositore, chitarrista e tastierista Tom Scholz, il gruppo ha cavalcato uno pomposo hard rock radiofonico da classifica. Correvano gli anni ‘70 e si era all’inizio di un periodo di speculazione commerciale dell’hard rock (vedi anche Foreigner, Toto, Journey) che si estinguerà solo nei primi anni ‘90.

Ma in questo disco puoi apprezzare la capacità compositiva di Tom Scholz nell’esibizione opulenta ma comunque notevole di “Foreplay/Long Time“. O in alternativa puoi passare direttamente al frutto più gustoso, quella “More than a feeling” che merita davvero un discorso a parte.

Si presenta come una gradevole ballata introdotta dall’acustica. E poi nemmeno il tempo di terminare il primo verso ed ecco il lampo illuminante : un ingegnoso cambio di registro sposta il centro tonale una quarta sopra ed ecco che parte una sequenza di accordi che non lascia scampo.

Un riff di chitarra roccioso, limpido e solare che fa di questa canzone un classico fra i classici. La sintesi più immediata e rappresentativa di cosa può essere l’energia del rock allo stato puro.

Fai attenzione anche al pregevole passaggio dell’ultimo verso con la voce mostruosa di Brad Delp che vola su toni acutissimi prima di lasciar spazio al celebre riff.

Un brano praticamente indistruttibile, capace di resistere alle ingiurie del tempo. Anche Kurt Cobain dei Nirvana ha confidato di essersi ispirato al ritornello di “More than a feeling” per comporre l’altrettanto celebre “Smells like teen spirit“. E come dargli torto?

Che magnificenza! E così, nonostante tutto, anche i narcisisti Boston si ritagliano un pezzettino di cielo tutto per loro.

Nel frattempo restiamo in attesa che ci faccia visita qualche extraterrestre curioso di sapere cos’è il rock.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Unfinished Sympathy - Massive Attack

February 5th, 2010

massive-attack-unfinished-sympathy-singleUNFINISHED SYMPATHY

MASSIVE ATTACK

1991

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Ricordo che la prima volta che sentii questa canzone rimasi esterrefatto.

Abituato alle farneticanti musiche proposte dai dj alla radio, non avevo idea che l’arte del campionamento potesse regalare magie di questo genere. Un brano come “Unfinished sympathy” realizzò questa magia sin dalle prime note.

La meravigliosa voce di Shara Nelson, con un canto che profuma d’Africa e si inserisce su una musica meditativa e stratificata, che sembra procedere su diverse velocità contemporaneamente. Il campionamento ritmico è davvero strepitoso con il tintinnio ripetitivo ed ipnotico del vibrafono unito alle pulsazioni cupe e penetranti delle percussioni. E poi l’armonia affidata agli archi che salgono e scendono d’intensità in un continuo ondeggiare di sfumature.

E’ una vera e propria gemma tratta da ”Blue lines“, il primo pionieristico album dei Massive Attack. La band si formò a fine anni ‘80 dall’unione di 3 dj che provenivano dal Wild Bunch, uno dei sound system più importanti di Bristol e di tutta l’Inghilterra.

Robert Del Naja, Grant Marshall e Andrew Vowles prendono ispirazione dai diversi e numerosi fermenti musicali che stanno animando la scena internazionale e la sintetizzano in un sound di grande suggestione. Parte da qui una nuova interessantissima miscela che unisce in un colpo solo i campionamenti della cultura hip-hop, la musica dub, l’acid jazz, l’elettronica e buone dosi di psichedelia.

Tempi lenti, batterie pesanti e atmosfere oniriche che rimandano in parte al jazz e in parte al soul, al reggae e al rock. Questa musica fu sommariamente chiamata trip-hop e la città di Bristol è stato ed è tuttora il suo centro di produzione più importante. Ma ciò che più conta è il fatto che si generò una nuova corrente musicale che nel corso degli anni porterà tanti gustosissimi frutti.

Quella che vedi nella foto è la copertina del singolo uscito nel febbraio del 1991. La scritta recitava solo Massive per evitare ogni eventuale riferimento alla Guerra del Golfo che  scoppiò proprio in quel periodo. A quasi vent’anni di distanza queste soavi note ci fanno ancora meditare sull’armonia incompiuta dell’uomo … pieni di pacifica comprensione.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà