Archive for the ‘Il canzoniere’ Category

Free Bird - Lynyrd Skynyrd

January 9th, 2011

lynyrd_skynyrd_pronounced_leh_nerd_skin_nerdFREE BIRD

LYNYRD SKYNYRD

1973

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Quali sono le tue canzoni irrinunciabili? Quelle che porteresti con te sull’isola deserta?

E’ un’ardua scelta ma per quanto mi riguarda un pezzo come “Free bird” dei Lynyrd Skynyrd non potrebbe di certo mancare. Un brano epocale il cui alone di leggenda si è diffuso un po’ ovunque, anche fra coloro che non hanno mai ascoltato southern rock.

Forza e grazia si uniscono in perfetta armonia attraverso questa composizione limpida ed ariosa, dotata di un’energia prima insinuante e poi prepotente, ideale per esaltare le acrobazie strumentali.

Ma “Free bird” è anche l’emblema di un ideale passaggio di consegne tra i massimi protagonisti del rock sudista ovvero Allman Brothers Band e Lynyrd Skynyrd. Nell’agosto del 1973 infatti esce “Brothers and sisters“, l’ultimo lavoro di grande valore della ABB, e contemporaneamente fa il suo esordio questo gruppo proveniente dalla Florida.

Proprio a Duane Allman, il chitarrista della ABB prematuramente scomparso nel 1971, è dedicato questo brano scritto dal cantante paroliere Ronnie Van Zant e dal chitarrista Allen Collins. A ben sentire, non potevano fare omaggio migliore di questo.

Free bird” è sostanzialmente composta da due parti ben distinte: inizia come una ballad e poi si trasforma in una sorta di fuga contraddistinta da lunghi assoli chitarristici.

La prima parte lenta è impreziosita soprattutto dal basso caldo e avvolgente di Leon Wilkeson e dalla voce sommessa e piena di pathos di Van Zant. Ma sin da subito a fare la differenza è la slide guitar di Collins la cui linea melodica letteralmente dipinge di gloria ogni verso.

All’incirca a metà brano (4′40”) il tremolo prolungato di Van Zant sulla parola ‘change‘ ci introduce alla seconda parte dove si sprigiona un’atmosfera incredibile. Improvvisamente il ritmo si fa serrato, le chitarre si lanciano in furenti e liberatori assoli incrociandosi alla maniera della ABB e gli stacchi imperiosi della sezione ritmica rendono tutto ancor più memorabile.

E’ indubitabilmente la massima espressione dei Lynyrd Skynyrd. La memoria di Duane Allman (torneremo ancora su questo grandissimo musicista) è onorata e sublimata attraverso questa canzone …

… da isola deserta.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Sad mood - Sam Cooke, la voce del soul

December 29th, 2010

sam_cookeSAD MOOD

SAM COOKE

1960

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Sia resa lode al soul perché ci ha regalato alcune delle più grandi voci di sempre.

Fare un elenco anche approssimativo dei suoi protagonisti sarebbe impresa lunga e faticosa anche perché dovrebbe abbracciare oltre mezzo secolo di storia fitta fitta.

La quantità e la varietà dei talenti a cui si può fare riferimento è davvero notevole. Ciononostante non è ingenuo né fuori luogo affermare che la voce soul per eccellenza è quella di Sam Cooke.

La levità, l’intensità, il controllo e soprattutto la purezza cristallina del suo canto sono qualità uniche ed ineguagliate persino in un panorama estremamente ricco come quello del soul.

Se poi ci aggiungiamo una spiccata dote compositiva e delle ottima capacità imprenditoriali e gestionali del proprio materiale, ecco che abbiamo un artista a tutto tondo che si inserisce prepotentemente tra i grandi musicisti del ‘900. E questo nonostante la morte precoce avvenuta l’11 dicembre del 1964 in circostanze mai del tutto chiarite.

La sua carriera è disseminata di singoli immortali e spesso reinterpretati da altri : “You Send Me“, “Chain Gang“, “Wonderful world“, “Another Saturday Night“, “Sad Mood“, “Bring it on Home to Me“, “A Change Is Gonna Come“. Inoltre Sam Cooke si dimostro abile anche nella più impegnativa dimensione del disco a 33 giri, di cui aveva intuito le potenzialità in anticipo sui tempi (come nel superlativo “Night beat” del ‘63).

Per un artista di questo calibro, “Sad mood“ è un brano ideale per fare ingresso nel suo mondo sonoro. Uscita nel dicembre del 1960, questa canzone che pesca a piene mani ed in egual misura sia dal gospel che dal blues, a modo suo riesce a raccontarci tutta la carriera del nostro eroe.

Ci racconta della fortunata esperienza negli anni ‘50 come voce guida dei Soul Stirrers, la storica formazione gospel attiva ininterrottamente dal 1926 sino ad oggi. Ci racconta della sua formidabile capacità di coniugare il gospel del suo primo mondo con le strutture arcane del blues, ma anche con la leggerezza del pop e la vivacità del rock’n'roll.

E infine ci racconta di un canto limpido e suadente, in grado d’essere pulito e flessuoso come non mai. Basta davvero poco per accorgersi che 1) Sam Cooke aveva una padronanza vocale spaventosa e che 2) un ascolto attivo focalizzato sul suo modo di cantare procura beatitudine immediata.

Ma in questo pezzo ritroviamo anche molti altri elementi ricorrenti nella sua musica : la deliziosa linea di piano che suona note altissime, l’intervento romantico e discreto degli archi e il coro doo-wop che qui è più originale che mai nel riproporre il classico call-and-response in una struttura blues.

L’inaspettato successo commerciale del brano in questione fu particolarmente importante perché permise a Sam Cooke di proseguire e approfondire la strada intrapresa.

Una strada maestra che ben presto sarebbe stata ribattezzata musica soul.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

For Martha - Smashing Pumpkins

December 10th, 2010

smashing-pumpkinsFOR MARTHA

SMASHING PUMPKINS

1998

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In musica, gli anni ‘90 sono stati un decennio pieno di segnali vitali e contraddittori come pochi altri. Un decennio di contaminazioni a volte illuminanti e a volte improbabili, di splendidi rinnovamenti nel solco della tradizione e di audaci ed esasperanti sonorità.

Sotto questa prospettiva, gli Smashing Pumpkins sono stati certamente tra i gruppi più rappresentativi dei ‘90

Partendo da una base grunge, la band di Chicago si è imposta all’attenzione grazie soprattutto alle composizioni del leader indiscusso Billy Corgan. Con una sorprendente dose di umiltà, è stato lo stesso Corgan a descrivere al meglio la loro musica indicandola come goticheggiante e pretenziosa.

Queste caratteristiche della band hanno sempre avuto come diretta conseguenza una discografia piuttosto sbilanciata e dispersiva, esemplificata al meglio dal magniloquente “Mellon Colllie” che svaria dagli eccessi del metal a quelli del pop. Ma tutto ciò non ha impedito a Billy Corgan di realizzare alcuni degli episodi più belli del decennio.

Un momento particolare arriva con “Adore” del ‘98 dove la vena creativa sembra decisamente in ribasso e la dipartita del batterista Chamberlin dal gruppo ha il suo peso, ma in compenso il materiale a disposizione viene trattato con un equilibrio e una lucidità inusuali nella loro carriera. E’ un disco che apre con forza all’elettronica e che mette in mostra la parte più sofferente e dimessa dell’animo di Billy Corgan.

Tra le 14 tracce spicca “For Martha“, una ballata guidata dal pianoforte e dedicata alla madre appena scomparsa. L’introduzione pianistica trasmette già molto : ci dà un assaggio dei passaggi successivi e ci prepara nel migliore dei modi a tutto il resto … che detto per inciso è manna dal cielo!

Tutto qui è prezioso e concorre alla bellezza del brano : la voce capricciosa di Corgan che cambia continuamente di registro e si distende in un sussurro nel ritornello, quei versi introdotti dal piano con una luminosa scala maggiore discendente, il tocco sensibilissimo di un fuoriclasse come Matt Cameron che è ospite alla batteria.

Poi, a metà brano, l’ingresso dei sintetizzatori dà il via ad una seconda parte liberatoria, dove dall’incrocio incandescente tra chitarre e sintetizzatori si genera una sequenza visionaria ed epica. Infine ancora il piano che sembra chiudere di nuovo il cerchio, ma in coda c’è ancora spazio per una splendida scia sonora affidata ai sintetizzatori.

In questo pezzo Billy Corgan ha messo il meglio di sé. Qui ci sono il senso dell’ abbandono, di un’intensa e consapevole resa allo scorrere della vita, ma anche e soprattutto un innegabile talento dal taglio notturno e melodico.

Si percepisce quell’atmosfera ariosa e pregna di psichedelia che la unisce idealmente a “By starlight“, l’altra sublime ballata presente in “Mellon Collie“.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

So what - Miles Davis

November 30th, 2010

miles_davisSO WHAT

MILES DAVIS

1959

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Ricordo bene la prima volta che ascoltai Miles Davis. Eccome!

Come per tanti altri, “Kind of blue” fu il mio primo disco di jazz. Devo dire che il tempo trascorso non ha cambiato nulla. Il fascino misterioso che mi trasmise la prima volta è rimasto puro, intatto come allora, solo con un po’ di consapevolezza in più.

In effetti con quest’opera d’arte suprema il celebre trombettista in un solo colpo ha scritto una pagina rivoluzionaria nella storia del ‘900 musicale, ha registrato 5 gemme di altissimo spessore artistico ed infine ci ha consegnato un lavoro accessibile anche a chi è a digiuno di jazz. Insomma uno dei rarissimi casi dove coesistono (e ad altissimo livello) innovazione, bellezza e accessibilità.

Come è ben risaputo tra gli storici e gli appassionati, “Kind of blue” è uno dei momenti chiave nella storia del jazz. Dopo alcune avvisaglie, qui Miles Davis apre definitivamente la strada al jazz modale teorizzato da George Russel qualche anno prima. Questo significò niente più vincoli con l’armonia dettata dagli accordi e un conseguente allargamento di possibilità nell’improvvisazione melodica.

Ma il risultato che i musicisti ottennero andò ben oltre gli aspetti teorici. Ogni singolo brano è un microcosmo d’inenarrabile bellezza completamente avvolto in un’atmosfera elegante, rilassata, malinconica e sensuale. La celeberrima “So what“, che apre l’album, è sintomatica in tal senso e - ne son certo - rappresenta un invito seducente persino per le orecchie più insensibili alle delizie del jazz.

Già a leggere i nomi del sestetto che la esegue vengono i brividi. Per la cronaca : Miles Davis (tromba), John Coltrane (sax tenore), Cannonball Adderley (sax contralto), Bill Evans (piano), Paul Chambers (contrabbasso) e Jimmy Cobb (batteria).

Si parte con una dolcissima introduzione per basso e pianoforte e poi inizia l’esposizione del tema con l’irresistibile e indimenticabile giro di basso di Paul Chambers a cui fan da contrappunto i fiati. La particolarissima costruzione degli accordi al piano di Bill Evans è determinante per donare quella profondità e quel senso di sospensione fluttuante che aleggiano sul pezzo.

Il primo strumento solista ad entrare in scena è naturalmente la tromba di Davis. Qui più che mai, il suo intervento è essenziale fino all’inverosimile : una melodia di estrema limpidezza con pause ad hoc che creano spazi sconfinati e note che squarciano la scena con impressionante intensità.

A seguire il torrenziale assolo di Coltrane in cui si prefigurano perfettamente alcuni suoi tratti tipici come gli acuti smorzati ed il susseguirsi continuato e vorticoso dei cosiddetti ‘fogli di suono’ (sheets of sound).

Poi è la volta del contralto di Adderley (che già in “Somethin’ else” aveva sperimentato l’approccio modale) che riporta il senso dell’armonia al centro della scena e incanta con deliziosi passaggi fatti di terzine.

Infine Bill Evans col suo fraseggio lieve, appena accennato e se possibile ancor più minimalista di quello di Davis. A seguire un’ultima esposizione del tema prima che il pezzo vada in dissolvenza.

Questa è musica d’inestimabile grazia. Nulla di strano se nelle note di copertina Jimmy Cobb scrisse : “Questo album dev’essere stato fatto in paradiso“.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

John Barleycorn must die - Traffic

November 9th, 2010

traffic-john_barleycorn_must_dieJOHN BARLEYCORN MUST DIE

TRAFFIC

1970

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L’incantesimo ha inizio … parte sin dalle prime note di chitarra.

C’è da restare folgorati !!!

Effettivamente, “John Barleycorn must die” nella versione dei Traffic è una delle più favolose ballate acustiche di ogni tempo.

E’ il capolavoro di Stevie Winwood che riprende un canto di origine celtica risalente al ‘400 e lo rivisita con un imperioso e carezzevole arrangiamento chitarristico. A completare la magia provvedono il flauto fiabesco e delicato di Chris Wood, la meravigliosa ugola dello stesso Winwood e la seconda voce di Jim Capaldi.

E’ un brano altamente evocativo e decisamente autonomo, che non ha bisogno cioè di ulteriori strumenti. Il pianoforte, le percussioni e il tamburello pur essendo presenti, suonano poco e a basso volume. Insomma, entrano in punta di piedi per non spezzare questa delicata, sublime atmosfera.

Dicevamo delle sue origini lontane. Nella tradizione popolare inglese, John Barleycorn è un personaggio immaginario che incarna lo spirito del grano e consente la sua trasformazione in alcool. In pratica è il padre della birra, del whisky e di tutte le bevande che si ottengono attraverso il grano. Concepito in segno di gratitudine, il testo allude con linguaggio poetico e metaforico al processo di lavorazione del frumento.

Winwood e soci hanno attinto a piene mani dalla storia per concepire questa canzone che dà il titolo a un album ispiratissimo, beatamente sospeso tra folk, jazz, progressive rock e soul bianco. Un album che è nato in maniera piuttosto singolare.

Infatti, dopo 3 splendidi anni vissuti senza un attimo di tregua (’67/’69), a causa soprattutto delle divergenze tra Steve Winwood e Dave Mason l’avventura dei Traffic sembrava davvero conclusa. E a questo punto, il precocissimo Winwood prima si getta nell’interessante parentesi dei Blind Faith con Eric Clapton, Rich Grech e Ginger Baker e poi si mette al lavoro per un progetto solista che nelle sue intenzioni dovrà chiamarsi “Mad shadows“.

L’idea è quella di dilatare la struttura dei pezzi con aperture verso il jazz e il progressive rock sfruttando il proprio enorme e multiforme talento strumentale. Ma durante la lavorazione si accorge che proprio gli altri due ex-membri dei Traffic, Jim Capaldi e Chris Wood, sono i suoi collaboratori più attivi e partecipi.

A questo punto la cosa più naturale da fare è quella di proseguire con l’avventura Traffic. La band andrà avanti qualche anno e si scioglierà nel 1974 lasciando ai posteri altri ottimi lavori oltre a questo che rappresenta di sicuro il loro vertice.

Sublime, favolistico e portatore di consapevolezza, John Barleycorn ci ricorda che ogni passaggio, ogni trasformazione, in definitiva ogni raggiungimento richiede in qualche modo che qualcosa muoia dentro o fuori di noi!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Fiume Sand Creek - Fabrizio De André

October 30th, 2010

faberFIUME SAND CREEK

FABRIZIO DE ANDRE’

1981

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L’arte, la vera arte, non si cura del tempo.

Arte come quella del grande Fabrizio De André, protagonista indiscusso del ‘900 musicale.

A oltre 10 anni dalla sua scomparsa, il ricordo che ci lascia rimane immutato, sospeso in un immaginario fantastico, cristallizzato in un ideale di purezza poetica ed artistica che non concede il minimo spazio agli eventi transitori e superficiali dell’esistenza.

Se poi andiamo a spulciare tra i numeri della sua carriera, troviamo che in quasi 40 anni ha pubblicato solo 13 album in studio, ha suonato relativamente poco dal vivo (12 tour) e non è stato di certo uno che amava pubblicizzare ciò che faceva. Eppure, anzi proprio per questo, le sue opere sono come macigni d’altissimo spessore che hanno tracciato un solco indelebile nella musica italiana e mondiale.

Che dire … è stato gigante fra i giganti. Per l’intensità, l’ironia, la coerenza e la varietà del suo percorso musicale, per l’interesse e la rivalutazione di musiche poco conosciute e di classi sociali emarginate. Per la lucidità con cui sapeva scegliere i suoi collaboratori e la capacità di coordinare e indirizzare il loro talento. Per il suo linguaggio trasversale, costantemente e poeticamente fuori dagli schemi, volto a valorizzare i dialetti e a distruggere le convenzioni di qualunque genere esse fossero.

Un uomo non allineato, vissuto in direzione ostinata e contraria (come recita il titolo di una splendida antologia postuma), ‘fuori dal branco’ come amava dire e soprattutto un artista che affrontava il suo lavoro con un’intelligenza ed un distacco senza eguali.

Un ottimo libro per approfondire la conoscenza dell’uomo, del suo pensiero, dell’atmosfera che lo circondava e del suo straordinario percorso artistico è “De Andrè Talk - le interviste e gli articoli della stampa d’epoca” un volume di oltre 400 pagine curato da Claudio Sassi e Walter Pistarini.

Invece un ottimo modo (uno dei tanti) per rifarsi le orecchie è “Fiume Sand Creek“, la sublime ballata folk che ricorda appunto la strage del Sand Creek, uno dei più famosi massacri nei confronti dei nativi americani. Il brano è contenuto nel decimo e omonimo album, uno tra i più belli che abbia mai inciso e conosciuto da tutti come “L’indiano” per la copertina che ritrae un pellerossa a cavallo.

Nel testo l’io narrante è un bambino che racconta l’avvenimento a modo suo. Attraverso questo procedimento narrativo De André può liberare la sua inimitabile vena poetica piena di immagini delicate e profonde (”Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso; il lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso“).

Anche grazie al contributo di Massimo Bubola, questo pezzo possiede un grado di coinvolgimento e di intensità spaventosi .

La sua alchimia viene definitivamente sublimata dallo splendido coro a bocca chiusa.

Questa versione dal vivo è tratta dal tour di “Anime salve”.

Vien la pelle d’oca … grazie Faber!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

I put a spell on you - Creedence Clearwater Revival

October 10th, 2010

creedence_clearwater_revivalI PUT A SPELL ON YOU

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL

1968

*Per ascoltare clicca sul titolo della canzone

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Quando ho voglia di ascoltare un rock senza fronzoli, diretto ed elementare ma di qualità, non ho dubbi : metto su i Creedence Clearwater Revival.

John Fogerty (voce e chitarra solista), Tom Fogerty (chitarra ritmica), Stu Cook (basso)e Doug Clifford (batteria) sono probabilmente i musicisti che hanno suonato la quintessenza del rock primordiale meglio di chiunque altro. La loro è stata una parabola intensa e velocissima che li ha visti pubblicare ben 6 album nel giro di 2 anni e mezzo tra luglio del 1968 e dicembre del 1970 ed anche partecipare con successo a Woodstock.

Provenienti dalla costa californiana, i 4 ragazzi suonavano insieme sin dall’adolescenza alla fine degli anni ‘50. Scritturati dalla Fantasy, arrivano all’esordio discografico solo 10 anni dopo ma ciononostante sono ancora giovanissimi : Tom, il più grande, aveva solo 26 anni all’epoca.

Quel Revival presente nel loro nome dice praticamente tutto sulla filosofia musicale del gruppo. Una ricetta semplice ed accattivante, che prevede dosi massicce di country, di talking blues, di boogie, di rock ‘n’ roll, di folk e di soul. Da tutto ciò la band sapeva trarre canzoni genuine, proposte con un entusiasmo e una vitalità non comuni.

Dietro la scorza semplicistica di band spensierata e prima maniera, c’è un artigianato solido e consapevole. E ci sono soprattutto le idee, la versatilità ed il carisma di un leader incontrastato come John Fogerty che oltre ad essere un grande cantante e chitarrista, si occupava di suonare sax e tastiere,della composizione di quasi tutti i pezzi e della produzione. Insomma un artista capace di fare tutto e bene!

La band riesce a coniugare con naturalezza la forza primitiva dei ‘50 e le suggestioni sonore dei ‘60. Fa musica diretta, priva di orpelli o alterazioni, con un ritmo che pur essendo trascinante ed aggressivo non va mai sopra le righe. Gli assolo di John Fogerty sono sempre brevi e concisi, senza distaccarsi mai dall’atmosfera del pezzo. E poi, nelle loro canzoni si avverte quel feeling, quel sapore timbrico che pare provenire direttamente dal delta del Mississippi.

Già nel loro primo omonimo disco il sound CCR è perfettamente delineato. Le cover di “Suzie Q“, “Ninety-nine and a half” e “I put a spell on you” sono una conferma esplicita ed efficacissima. Per esempio in “I put a spell on you“, i CCR riprendono un brano di Screaming Jay Hawkins offrendoci un saggio delle loro qualità.

Introdotto da alcuni sinistri rumori di fondo, il pezzo parte con una iperbolica rullata di batteria che poi man mano segnerà i vari passaggi tra una sezione e l’altra. E’ un blues fiammeggiante ed epico in cui l’intuizione più luminosa è data da quei poderosi crescendo che chiudono ogni verso.

Come sempre è magnifica la performance di  John Fogerty (a proposito, non ti sembra che assomigli in maniera impressionante ad Harrison Ford?). La sua chitarra solista, perfettamente bilanciata nel riverbero e nel timbro, alterna cavalcate vigorose e gemiti ipnotici. E la sua voce così roca e viscerale, così impastata di blues e di soul, in pratica una Janis Joplin al maschile, è davvero indimenticabile.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà