Archive for the ‘Il canzoniere’ Category

In memory of Elizabeth Reed - Allman Brothers Band

January 30th, 2012

allman_brothers_band

IN MEMORY OF ELIZABETH REED

ALLMAN BROTHERS BAND

1970

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Per il primo articolo di quest’anno (a proposito; ma quanto si è fatto attendere!) vorrei farti ascoltare un pò di musica dal vivo.

Ebbene, devo dire che la scelta non è stata poi così difficile. La mia mente è subito volata ad una gloriosa manciata di dischi dal vivo che non ci si può far mancare per niente al mondo. Tra di essi, naturalmente, il doppio lp che immortala le gesta della Allman Brothers Band durante i concerti del 12 e 13 marzo del 1971 al Fillmore East di New York.

Per la cronaca, i membri di quella formidabile macchina da guerra si chiamavano Gregg Allman (tastiere e voce), Duane Allman (chitarra slide), Richard “Dickey” Betts (chitarra ritmica e solista), Berry Oakley (basso elettrico) ed infine due musicisti come Butch Trucks e JayJohanson, che alla batteria davano corpo a un’inaudita sezione ritmica.

Incentrata sulla voce nerissima di Gregg e sulle mirabolanti evoluzioni chitarristiche di Duane, la musica della ABB macina con impareggiabile carica energica boogie, fusion, country, soul, blues e rock ’sudista’ della migliore specie.

Solitamente, non è per nulla semplice fare un disco dal vivo che possieda qualità sonore ed interpretative d’eccellenza. Ma per l’Allman Brothers Band, il discorso paradossalmente si ribalta: la vitalità ed il pathos espressivo che si sprigionava nelle loro esibizioni live non trovava una adeguata riproposizione nei dischi in studio. Lo stesso Duane si sentiva frustrato del fatto che su disco non emergeva mai del tutto chiaramente il valore della loro musica.

E così, la pubblicazione di questo doppio lp fu vissuta dal gruppo come una autentica liberazione. Pubblicato nel luglio 1971, “At Fillmore East” è l’opera più esauriente e rappresentativa dell’arte dei fratelli Allman e compagnia. Purtroppo fu una soddisfazione che Duane assaporò per poco dato che solo tre mesi dopo, il 29 ottobre, trovò la morte in un incidente motociclistico.

Tra le tracce (tutte validissime) dell’album si segnala “In memory of Elizabeth Reed“, favoloso pezzo strumentale firmato da Betts ed il cui unico ‘difetto’ è rappresentato dal fatto che non ci permette di ascoltare la voce di Gregg. Ma il problema è minimo, dato che ci si può rifare tranquillamente con gli altri pezzi.

Basta un semplice ritornello, tratteggiato all’unisono dalle due chitarre, per familiarizzare con la composizione. Dopodiché è tutto un susseguirsi di meraviglie con una giungla di ritmi su cui svettano le sublimi parti solistiche di Duane, uno dei più grandi suonatori di chitarra slide che siano mai esistiti.

Un sound vigoroso e seducente che mantiene intatte le sue virtù anche in questa esibizione che risale a qualche mese prima dei concerti registrati per l’album.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Pannonica - Thelonious Monk

December 26th, 2011

thelonious_monkPANNONICA

THELONIOUS MONK

1957

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Trovare qualcuno che sappia davvero giocare con la musica è cosa assai rara. Sono necessari fantasia brulicante e finezza di tocco, ma anche una profondità di visione che solo pochi eletti possono vantare.

Un maestro in questa particolarissima forma d’arte è stato certamente Thelonious Monk. Quali meravigliose idee e che gioco squisitamente prezioso è riuscito a regalarci il jazzista americano!

Questo geniale e indomito ‘Peter Pan’ delle 12 note non ha mai proposto facezie fini a se stesse. Piuttosto ha ricondotto l’imprevedibile follia del suo stile all’armoniosa unitarietà della composizione musicale, ricavando dalle sue continue mattane un profluvio di capolavori che destano ammirazione oggi come allora.

Nell’incantatorio parco giochi di Monk troviamo note in anticipo o in ritardo sul tempo previsto, accenti spostati, accordi sbilenchi, note dissonanti, frasi ossessive, silenzi d’inaudita espressività. Un laboratorio d’invenzioni da cui sono scaturite continue sorprese che hanno arricchito, in maniera pressoché unica nella storia della musica, l’intero corpus della sua opera.

Il brano su cui ci soffermiamo qui è “Pannonica“, dedicato con gratitudine alla baronessa inglese Nica de Koenigswarter, ammiratrice e benefattrice del musicista nell’arco di tutta la sua carriera. Si tratta di una delle più fragorose composizioni monkiane, qui presentata nella splendida versione realizzata per “Brilliant corners“, disco della definitiva consacrazione ed uno dei suoi migliori di sempre.

L’estremo fascino del pezzo stuzzica la fantasia dell’ascoltatore sin dalla sua anomala struttura che presenta 33 battute al posto delle classiche 32. Ma quel discolo di Thelonious tira fuori dal cilindro altre magiche stranezze. L’uso alternato e contemporaneo del pianoforte e di una celesta trovata in studio il giorno dell’incisione dona un’aura di leggerezza che fa da contraltare alle dissonanze sparpagliate lungo tutto il brano. Superbo esempio della musica di questo illuminato giocoliere delle note, “Pannonica” rivela un equilibrio sempre fragile e per questo ancor più delizioso.

Una instabilità di fondo che è costante irrinunciabile del suo universo sonoro e che non mancherà di allietare i sensi di tutti gli ascoltatori che non hanno perso la capacità di meravigliarsi.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Song of the wind - Santana

November 30th, 2011

santana_band

SONG OF THE WIND

SANTANA

1972

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

E’ una serata piuttosto tranquilla (o quasi) e sono impegnato a raggruppare un po’ di dischi in previsione di un imminente trasloco.

Nel bel mezzo di questa dolce fatica l’occhio cade su “Caravanserai” un album dei Santana. Mi soffermo un secondo e penso che con una copertina come quella a chiunque verrebbe voglia di ascoltarlo. E per tutti quelli come me che l’hanno già ascoltato, la voglia raddoppia.

In un lampo so già quel che farò, conscio di quanto sia inutile opporre resistenza alla musica quando mi chiama a sé. Metto su il disco e traccia dopo traccia mi rendo conto di quale sarà la prossima mossa : un bell’articoletto per musicArmonica.

La mia scelta è caduta su “Song of the wind“, una vera primizia. Canzone davvero splendida con lo scintillante suono della Gibson di Carlos Santana, le evocative svisate dell’organo, la fascinosa selva di percussioni e le preziose tessiture di un basso mai domo. Un pezzo che fa da collante tra il Santana più conosciuto, quello delle prime produzioni, e il Santana del periodo ‘mistico’ che idealmente comincia proprio con quest’album.

Siamo nel 1972 e questo è il momento in cui il gruppo riesce a fondere con innegabile fascino e irripetibile maestria le diverse influenze a cui è soggetto : il rock, il jazz, la musica latina, africana, araba e un approccio misticheggiante figlio dei nuovi interessi religiosi del suo leader. Dopo l’ascolto di “Caravanserai“, sembra superfluo aggiungere che Santana non si ripeterà mai più su questi stratosferici livelli.

Con quest’opera, la band si riallaccia al discorso musicale intrapreso da John Coltrane sul versante jazzistico e contribuisce a dare un nuovo impulso a quella contaminazione che più avanti porterà ad altri movimenti artistici come la world music e la new age. Ma ciò che più conta è che qui il virtuoso musicista messicano ci regala una delle sue gemme più preziose e rare.

E ora, dopo esser stato testimone dei poteri emanati da quella specie di sciamano dei suoni, posso riprendere la mia dolce fatica più felice di prima.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Adore - Prince

November 11th, 2011

prince_roger_nelson

ADORE

PRINCE

1987

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Un talento irrequieto, provocatorio, avanguardista e tradizionalista al tempo stesso, che frulla idee quasi sempre bizzarre e quasi mai gratuite.

Prince Roger Nelson, che a dispetto dei suoi umorali depistaggi è conosciuto da tutti semplicemente come Prince, è tutto questo e molto altro ancora.

Ma l’unica cosa che conta davvero è salire sulla giostra di questo burattinaio dei suoni.

In un ritratto lucido e sintetico degli anni ‘80, Ernesto Assante lo descrisse così: “Prince produce, canta, scrive e suona una musica che pur restando profondamente legata alla tradizione nera ha fatto propri elementi del rock, del funk, del pop, in una miscela urbana, elettrica, nervosa e che, sottilmente, ribadisce costantemente la sua natura nera.

Ne consegue inevitabilmente che chi ama la musica nera (anche quella più antica), non può negarsi il piacere di scavare tra le opere di questo artista eclettico e curioso che ha suscitato l’ammirazione incondizionata di molti colleghi musicisti, Miles Davis in primis. Nel corso della sua carriera il genietto di Minneapolis ha macinato rock, funk, soul, rap, pop ed elettronica con un ardore e una sensibilità per lunghi tratti (gli anni ‘80) incontenibili.

Ma dato che le parole stanno a zero procedo subito con la presentazione del brano che desidero farti ascoltare, anche se magari lo conosci già. Si intitola “Adore” ed è la traccia che chiude Sign ‘o’ the times, ovvero uno dei suoi dischi più riusciti.

Un pezzo da scoprire ascolto dopo ascolto visto che reca in dote una incredibile quantità di sottigliezze d’ogni tipo. “Adore” possiede lo spirito della ballata soul, il volto caldo dell’elettronica e il respiro strumentale del jazz con tanto di urletti, vocalizzi in libertà e cori che si inseguono in questa orgiastica jam session dall’andatura suadente.

La melodia viene arricchita sin da subito con una voce in falsetto su cui se ne sovrappongono di volta in volta altre. Poi c’è la grancassa, qui in grande evidenza, e la drum machine che tra le mani di Prince non è mai banale né superflua. Ma ci sono anche gli arrangiamenti con l’arpa (altro pezzo forte del nostro eroe) e la pacata presenza di una tromba che si vocifera appartenga ad un Miles Davis in incognito.

Forse il massimo della libidine giunge in quella parte intermedia con uno strepitoso inciso discendente di pianoforte che poi si ripresenta ciclicamente in sottofondo suonato da altri strumenti.

Ed ora, già che ci sono, me la riascolto. Che sia una buona musica anche per te!

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Starless - Il suggello dei King Crimson

October 30th, 2011

king_crimson_redSTARLESS

KING CRIMSON

1974

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Ogni artista è alla ricerca della sua Musa, dell’ispirazione, insomma di quel sacro fuoco che lo porta a tradurre in musica (o in immagini, in lettere, in qualsiasi forma) il suo sentire profondo.

Ogni artista venera quel sacro fuoco e (possibilmente) desidera onorarlo sempre e solo quando è al massimo delle proprie possibilità.

Ma ciò accade molto raramente ed è comprensibile perché egli è continuamente spinto dall’invincibile desiderio di esprimersi, di creare a prescindere da ogni altra considerazione.

In questo senso, la storia dei primi King Crimson (1969-1974) è una possibile splendida eccezione dato che si è svolta e consumata esclusivamente quando le fiamme di quel fuoco si levavano alte e luminose.

Il percorso del Re Cremisi riesce a stupire non solo per la qualità complessiva delle opere e per l’evoluzione tecnico-stilistica, ma anche per il fatto più unico che raro di toccare il vertice in apertura e in chiusura della propria avventura. Al folgorante e solenne romanticismo del debutto (”In the court of the Crimson King“, 1969), fa da contraltare la maestosa e minacciosa potenza di “Red“, che esce nel novembre del 1974 quando Robert Fripp ha già annunciato lo scioglimento della sua creatura.

Più avanti, nel 1981, lo stesso Fripp ritornerà sui suoi passi dando un seguito alle vicende crimsoniane, ma con un approccio espressivo e degli obiettivi completamente diversi rispetto a quelli della prima fase. Ma questa è un’altra storia. Ritornando a “Red“, non si può che provare incanto e ammirazione al cospetto di pezzi superlativi come “Starless“, suggello illuminato e definitivo all’arte dei King Crimson.

Su un fondale di archi e mellotron, la chitarra di Fripp suona un tema semplicemente celestiale, che induce a un incanto supremo e spalanca le porte della percezione. Il canto di John Wetton è dolceamaro, malinconico e solenne mentre l’evocativo sax soprano di Mel Collins procede parallelamente ad esso.

Poi l’atmosfera cambia. Il basso di Wetton introduce un’armonia tesa, monolitica, che ruota attorno ad intervalli blues. La chitarra di Fripp si accanisce su due note e lo fa alla sua maniera. L’atmosfera diventa sempre più ossessiva. La chitarra prosegue nel suo cupo e reiterato crescendo, il basso si fa sempre più roco e minaccioso, la batteria di Bill Bruford comincia a ruggire con una varietà timbrica impressionante.

Uno spasmodico interludio di chitarra lancia lo scatenato finale con un bruciante assolo del sax sostenuto da tutti gli strumenti. Ecco tornare per un momento il tema principale che poi scompare sommerso dalle aspre sfuriate della band. Infine è di nuovo la volta del sax soprano che riprende definitivamente in mano il tema per un finale estatico che oltre all’incanto e alla poesia aggiunge tutta l’energia accumulata lungo la composizione (e qui una citazione d’obbligo va alla straordinaria performance di Wetton al basso).

La magnificenza di questa composizione non ha eguali. Il suo incalcolabile valore la pone nella ristrettissima élite dei brani immortali (o se preferisci da isola deserta). Lo stesso Fripp indicherà “Starless” come “una dichiarazione conclusiva“, un perfetto e degno punto d’arrivo per questa fantastica band.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Orange moon - Erykah Badu

October 11th, 2011

erykah_baduORANGE MOON

ERYKAH BADU

2000

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Una canzone come questa ti catapulta direttamente nel dorato regno della musica soul.

Erykah Badu merita certamente un plauso per quanto fatto negli ultimi 15 anni. Già, perché se oggigiorno sopravvive ancora qualcosa della gloriosa musica soul, della sua ornamentale eleganza, della sua indomita passione, ebbene molto lo si deve ad artisti come lei.

E’ giunta sulla scena in un momento (la metà degli anni ‘90) in cui il soul sembrava un cumulo di macerie, un’imbarazzante accozzaglia di patinate sdolcinatezze e ridondanti virtuosismi vocali. E lei, senza mai perdere la rotta, è stata tra i pochi capaci di traghettarlo incolume in questo nuovo secolo, restituendoci la sua limpida bellezza.

Alle fauci voraci di un’epoca e di un ambito musicale forsennatamente consumista e superficiale, la 40enne di Dallas ha dato in pasto la sua estetica afro, gli abbigliamenti eccentrici, esibendo anche una orgogliosa indipendenza femminile. Però nel frattempo si è presa tutto il tempo per studiare, sperimentare e rifinire una musica ambiziosa e poliedrica che invita implicitamente a ripercorrere gli ultimi 60 anni.

Una musica che pesca a piene mani dal jazz e dall’hip hop, che lambisce il funk e il reggae e che reca ben impressi i segni del blues e dell’r&b più ortodosso. Qua e là si sentono anche gli influssi rilassanti del lounge e del dub e una tendenza a dilatare la canzone verso la jam session.

E’ un paesaggio sonoro ideale per le escursioni canore della Badu. Una voce formidabile, che si scioglie morbida e dolce, che graffia sensuale, che plana sulle note con ritmi irregolari e volteggia sulle melodie con l’intensità e la sicurezza di una Billie Holiday.

Come si diceva, questa “Orange Moon” è davvero un piacere da vivere sulla pelle. Un languido blues dove l’inconfondibile verso dei grilli c’introduce in un ambiente diafano e notturno. L’approccio vocale di Erykah è quanto di più candido e immacolato si possa immaginare.

E così di conseguenza tutti gli altri strumenti: la batteria del talentuoso ?uestlove si muove placida e rarefatta al pari del piano e del flauto traverso. Il contrabbasso jazz, dal timbro pieno e ricchissimo di armonici potenzia l’effetto d’insieme. Pare di stare in un magico limbo che tutto avvolge col suo tepore. Nella seconda parte ogni strumento s’intensifica per poi svanire definitivamente dietro a quella sublime voce che sussurra gioviale la conclusione di quest’ode alla natura.

… almeno fino al prossimo ascolto.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Santa Lucia - Francesco De Gregori

September 17th, 2011

francesco_de_gregoriSANTA LUCIA

FRANCESCO DE GREGORI

1976

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

______

Uno come Francesco De Gregori non ha certo bisogno di presentazioni. Ma è un compito arduo e complicato quello di descrivere e riassumere una carriera che abbraccia un quarantennio di musica. Ed infatti non ho nessuna intenzione di farlo, anche perché questa non è la sede adatta. Qui voglio fare una sorta di bizzarro elogio all’importanza delle crisi, degli sbagli che ci permettono d’imparare.

E’ bello ed utile constatare che anche gli artisti più ispirati e lucidi, come lui è, a volte perdono per così dire l’orientamento ed inciampano sui loro stessi passi. D’altronde gli errori costituiscono una parte integrante delle nostre vite ed appartengono a tutti, grandi musicisti compresi.

Tanto per citare un esempio, in una delle sue autocritiche De Gregori ha confidato : “Bufalo Bill” è questa mia croce e delizia: ecco, se potessi probabilmente lo rifarei curando meglio i suoni e gli arrangiamenti. Lo feci in quel modo, scarno ed essenziale, per punirmi di aver fatto “Rimmel” che aveva venduto troppo … roba da matti!

Un’affermazione che strappa un sorriso a noi devoti ascoltatori sia per l’originale forma di autopunizione morale, sia perché l’album in questione forse non è il suo migliore ma è pur sempre un’opera di indubbio valore.

Bufalo Bill” infatti rappresenta un momento di transizione tra la splendida forma compositiva di pura matrice dylaniana e le variazioni timbriche e ritmiche che arricchiranno il suo repertorio da qui in avanti. Ma è anche un lavoro che giunge in un periodo di assoluta ispirazione. Un periodo che dal già citato “Rimmel ” sino ai primi anni ‘80 permetterà al cantautore romano di entrare definitivamente nel gotha del cantautorato italiano.

Pur nella sua discontinuità, è un disco in cui scorrono lampi di bellezza accecante. Al di sopra di tutto si eleva “Santa Lucia“, il brano posto in chiusura e dove in poco più di tre minuti De Gregori ci consegna uno dei vertici assoluti della musica italiana.

L’attitudine scarna ed essenziale giova (eccome) a un pezzo come questo. Bastano il piano e la voce per fargli dispiegare le ali e volare lassù nell’alto dei cieli. Il basso e la batteria entrano solo a metà brano, nel corso dell’ultima strofa.

Poi, man mano che la canzone volteggia in avanti la mia gratitudine sale. I suoni sottili delle chitarre elettriche che procedono appaiate in una geniale e leggerissima asincronia unite a quello imponente dell’organo ampliano a dismisura l’orizzonte.

A incoronare il brano, provvede un testo che è vera e propria poesia. Sono versi capaci di toccare il cuore e aprire la mente a prescindere dalla splendida musica che li sostiene. Una preghiera laica che merita una fedele trascrizione.

Santa Lucia per tutti quelli che hanno gli occhi
e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito
per chi non ha capito.

Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l’anima e le ali.

Per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo
per le persone facili che non hanno dubbi mai
per la nostra corona di stelle e di spine
e la nostra paura del buio e della fantasia

Santa Lucia il violino dei poveri
è una barca sfondata e un ragazzino
al secondo piano che canta ride e stona
perché vada lontano fa che gli sia dolce
anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine.

______

  • Share/Bookmark
Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà