
Gioia!
Mi sento proprio come recita il titolo.
I Phish sono tornati insieme dopo 4 anni di pausa e il risultato è questo disco che mette di buonumore già dalla copertina. Evidentemente il periodo di digiuno ha fatto bene.
Disciolta nell’estate 2004 e tornata insieme nell’estate 2008, la band del Vermont ha pubblicato “Joy” lo scorso 8 settembre.
E’ il loro 11° album di studio, naturalmente escludendo dal conto la sovrabbondante produzione live e i bootleg circolati negli anni.
Un ritorno imprevisto dato che ogni membro del gruppo sembrava ormai dedicato esclusivamente alla propria carriera solista. Per fortuna non è stato così perché, a dispetto di tanti altri casi, questa reunion è stata una benedizione.
La qualità dei singoli musicisti è davvero notevole. Ma insieme, Trey Anastasio (chitarra), Mike Gordon (basso), Jon Fishman (batteria) e Page McConnell (tastiere) formano un quadrilatero strepitoso.
Un disco fatto apposta per chi non li ha mai ascoltati e capace di entusiasmare già dopo un paio di ascolti. I toni jazz e funky sono più stemperati rispetto al passato, ma i pezzi sono davvero ispirati. Addirittura in certi passaggi richiama alla mente “Junta”, il primo lavoro uscito giusto vent’anni fa.
In ogni caso sembra di ascoltare un condensato della loro carriera. Con più di una punta di diamante.
Mi riferisco a “Joy”, splendido esempio di ballata lenta. Ma soprattutto a “Light”, una vera perla di psichedelia con un’armonia illuminata da melodie concatenate tra loro, un tratto così caratteristico della band.
“Stealing time from the faulty plan” e “Twenty years later” sono autentiche rivelazioni di un’abilità rara: quella di unire la potenza all’armonia. Semplicemente deliziose “Sugar shack” e “Ocelot” che ci raccontano di ritmi latino-americani e accenti in levare.
“Time turns elastic” dimostra la predisposizione alle lunghe jam session e soprattutto la bravura nell’elaborazione di un tema. Una mini-opera di 13 minuti dai sapori lirici e con una serie di movimenti collegati tra loro, partoriti dalla mente sempre fertile di Trey Anastasio.
E poi l’amore per il blues reso esplicito nell’intermezzo pianistico di “I been around”, nel contagioso bluegrass “Backwards down the number line” e nel r&b serrato di “Kill devil falls”
I suoni asciutti e calibrati e le pochissime sovraincisioni sono il risultato dell’ottimo lavoro in produzione di Steve Lillywhite che aveva già lavorato (e bene) con la band su “Billy breathes” del 1996.
Un album davvero tosto, senza punti deboli. Alla fin fine è uno dei migliori della loro carriera che tradotto significa manna dal cielo, specie in periodi di carestia come questo.
A buon intenditor …
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