
1967
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Metti una filosofia musicale in continua evoluzione animata da uno spirito d’avanguardia. E aggiungici un ascolto con un orecchio rivolto a Dylan e l’altro ai Beatles. Otterrai una musica inimitabile. Erano questi i punti cardine di Roger McGuinn leader e fondatore dei mitici Byrds.
Una band che nella seconda metà degli anni ‘60 ha caratterizzato e influenzato profondamente il suono della musica americana grazie ad una parabola artistica invidiabile.
Nel brevissimo lasso temporale di 3 anni (giugno 1965/agosto 1968) e 6 dischi i Byrds hanno percorso sentieri inesplorati e segnato alcune delle tappe fondamentali della musica popolare. Dalla mistura tra pop, folk e rock del disco d’esordio passando per le esperienze psichedeliche di “Fifth dimension”, fino al country inedito di “Sweetheart of the rodeo” con un giovane Gram Parsons.
Fermiamo le lancette del tempo al 1967. Il gruppo è reduce dall’abbandono di Gene Clark , primo di un’interminabile serie di stravolgimenti d’organico. Ciononostante l’alchimia d’insieme è ancora intatta ed ecco che spunta fuori “My back pages“.
Per i Byrds è la settima cover di un brano firmato Bob Dylan ed è una delle più riuscite rivisitazioni del suo catalogo. Il sound leggero e squillante tipico della band aggiunge splendore a un pezzo già splendido di per sé. Dopo di loro in moltissimi si sono cimentati con questo gioiello in studio e dal vivo (Hollies, Ramones, Pearl Jam, Keith Jarret, Steve Earle e tanti altri).
Qui la musica di Dylan diventa scintillante. Rivisitata attraverso l’anima country di Chris Hillman, la cura per le armonie vocali di David Crosby e la Rickenbacker a dodici corde di Roger McGuinn col suo inconfondibile stile jingle-jangle (termine nato dal verso di un’altra cover dylaniana, “Mr.Tambourine man”).
Dylan aveva ventitré anni quando compose questo brano. Il testo riflette un uomo che è pronto a lasciarsi alle spalle ogni sorta di utopico e sterile idealismo. Un uomo che va al di là delle abituali tematiche sociali ed esprime una straordinaria capacità di osservazione interiore dell’animo umano.
E ogni consapevolezza raggiunta termina con l’intramontabile verso celebrativo:
“ah, ma ero molto più vecchio allora / sono molto più giovane adessso”
La musica dei Byrds ha incarnato questi versi e lo fa tuttora. Un disco come “Younger than yesterday” è capace di esaltarti già dal titolo perchè esprime un’idea forte che oltrepassa il tempo biologico per farsi esistenziale. Un pensiero-mantra da recitare (e perseguire) quotidianamente.
Younger than yesterday … ovvero … + giovane di ieri.
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