So what - Miles Davis

November 30th, 2010

miles_davisSO WHAT

MILES DAVIS

1959

* per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Ricordo bene la prima volta che ascoltai Miles Davis. Eccome!

Come per tanti altri, “Kind of blue” fu il mio primo disco di jazz. Devo dire che il tempo trascorso non ha cambiato nulla. Il fascino misterioso che mi trasmise la prima volta è rimasto puro, intatto come allora, solo con un po’ di consapevolezza in più.

In effetti con quest’opera d’arte suprema il celebre trombettista in un solo colpo ha scritto una pagina rivoluzionaria nella storia del ‘900 musicale, ha registrato 5 gemme di altissimo spessore artistico ed infine ci ha consegnato un lavoro accessibile anche a chi è a digiuno di jazz. Insomma uno dei rarissimi casi dove coesistono (e ad altissimo livello) innovazione, bellezza e accessibilità.

Come è ben risaputo tra gli storici e gli appassionati, “Kind of blue” è uno dei momenti chiave nella storia del jazz. Dopo alcune avvisaglie, qui Miles Davis apre definitivamente la strada al jazz modale teorizzato da George Russel qualche anno prima. Questo significò niente più vincoli con l’armonia dettata dagli accordi e un conseguente allargamento di possibilità nell’improvvisazione melodica.

Ma il risultato che i musicisti ottennero andò ben oltre gli aspetti teorici. Ogni singolo brano è un microcosmo d’inenarrabile bellezza completamente avvolto in un’atmosfera elegante, rilassata, malinconica e sensuale. La celeberrima “So what“, che apre l’album, è sintomatica in tal senso e - ne son certo - rappresenta un invito seducente persino per le orecchie più insensibili alle delizie del jazz.

Già a leggere i nomi del sestetto che la esegue vengono i brividi. Per la cronaca : Miles Davis (tromba), John Coltrane (sax tenore), Cannonball Adderley (sax contralto), Bill Evans (piano), Paul Chambers (contrabbasso) e Jimmy Cobb (batteria).

Si parte con una dolcissima introduzione per basso e pianoforte e poi inizia l’esposizione del tema con l’irresistibile e indimenticabile giro di basso di Paul Chambers a cui fan da contrappunto i fiati. La particolarissima costruzione degli accordi al piano di Bill Evans è determinante per donare quella profondità e quel senso di sospensione fluttuante che aleggiano sul pezzo.

Il primo strumento solista ad entrare in scena è naturalmente la tromba di Davis. Qui più che mai, il suo intervento è essenziale fino all’inverosimile : una melodia di estrema limpidezza con pause ad hoc che creano spazi sconfinati e note che squarciano la scena con impressionante intensità.

A seguire il torrenziale assolo di Coltrane in cui si prefigurano perfettamente alcuni suoi tratti tipici come gli acuti smorzati ed il susseguirsi continuato e vorticoso dei cosiddetti ‘fogli di suono’ (sheets of sound).

Poi è la volta del contralto di Adderley (che già in “Somethin’ else” aveva sperimentato l’approccio modale) che riporta il senso dell’armonia al centro della scena e incanta con deliziosi passaggi fatti di terzine.

Infine Bill Evans col suo fraseggio lieve, appena accennato e se possibile ancor più minimalista di quello di Davis. A seguire un’ultima esposizione del tema prima che il pezzo vada in dissolvenza.

Questa è musica d’inestimabile grazia. Nulla di strano se nelle note di copertina Jimmy Cobb scrisse : “Questo album dev’essere stato fatto in paradiso“.

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Posted by Francesco Potestà

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