
Qualche giorno fa, guardando (distrattamente) tra gli scaffali di un negozio di dischi, mi è caduto l’occhio sull’ultimo album di Anastacia: “Heavy Rotation”.
Quella parola … HEAVY ROTATION … mi rimbalzava nella mente come una palla impazzita!
Fino ad evocare un flash-back:
Una decina di anni fa, ho fatto un breve periodo a lavorare in un grande centro commerciale. Dalle casse, sparse ovunque, si diffondeva musica registrata. Si trattava di una compilation dei successi del momento. Durava circa 70 minuti e veniva riprogrammata ininterrottamente.
La situazione era questa: un auditivo come me che lavorava 8 ore al giorno accompagnato da una compilation di hit commerciali di 70 minuti. Le conseguenze?
Mi sentivo imprigionato, sottoposto a un lavaggio del cervello. Provavo un forte senso di nausea e ribellione e alla fine ho notato che questo mi portava ad essere più irritabile, cupo e scontroso. E a volte si manifestava in malessere fisico. Da allora ho capito l’enorme potere che l’influenza mediatica ha su di noi.
Fu un’esperienza di breve durata ma intensa. Heavy rotation letteralmente significa “rotazione pesante” ed indica il sistema di programmazione adottato dai mass media per promuovere la produzione della grande industria. Un termine che mi mette i brividi anche solo sentendolo pronunciare.
Capita spessissimo di trovare pubblicità che fanno riferimento esplicito all’heavy rotation. Ad esempio, alla radio è facile ascoltare slogan del tipo “100% grandi successi” o ghettizzazioni come “solo musica così o cosà“. Lo slogan più significativo che ho sentito è stato: “Su questa radio non sentirete la stessa canzone dalle 6 del mattino alle 2 del pomeriggio“. E se questa è una delle prospettive migliori, siamo messi bene!
E’ del tutto evidente che gli interessi dell’economia industriale svolgono un ruolo determinante. Ogni cosa viene effettuata allo scopo di ottimizzare il processo produttivo e naturalmente questo avviene anche in campo musicale. Di conseguenza vi è la tendenza a definire, omogeneizzare ed infine appiattire i gusti del pubblico in modo da ottenere una dipendenza di facile accesso.
Il compito principale in economia è quello di creare un’efficace sinergia tra domanda ed offerta. E questa la si può raggiungere tramite un MINIMO COMUNE DENOMINATORE dove la parola-chiave è per l’appunto minimo.
In sostanza, come tutti gli altri settori, l’industria musicale segue un principio economico molto semplice: la massa viene sempre pilotata dall’ heavy rotation. E al riguardo non vi è niente di giusto o sbagliato, buono o cattivo, perché si tratta solamente di un principio economico.
E noi???
Il discorso cambia per ciascuno di noi preso individualmente. Infatti la popolarità è cosa ben diversa dalla creatività. Mentre la prima è determinata dall’interesse delle masse e quindi dell’industria, è solo la seconda che riguarda realmente gli interessi dell’individuo. Personalmente, cerco sempre di ricordare questo principio in modo da salvaguardare ed esprimere liberamente la mia PROPRIA individualità.
Cosa possiamo fare? Semplicemente prenderci la libertà e la respons-abilità di decidere cosa ascoltare, quando ascoltare e come ascoltare. E non solo la musica!
Più di ogni altra cosa, desidero ottenere la consapevolezza di ciò che ascolto.
E’ un proposito … e desidero condividerlo con te!
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Caro Francesco,
hai scritto proprio un bel post! E non è un favore ricambiato. Sempre interessante.