Fate largo ai mister X della musica

November 15th, 2011

fratelli_ertegun

Questo articolo è per loro, i mister X della musica.

Uomini che han fatto meraviglie agendo sempre nell’ombra, lontano dalle luci della ribalta.

Uomini influenti, vere e proprie eminenze grigie che hanno svolto un’attività essenziale dedicando la loro vita al servizio della musica : impresari, produttori, tecnici, studiosi, eccetera. Uomini che nel corso della loro vita hanno dato tanto, tantissimo alla musica.

Desidero insomma dedicare un po’ di spazio e fare almeno una piccola menzione per quei protagonisti, magari poco noti, ma sicuramente fondamentali nell’universo musicale degli ultimi cent’anni. Persone che hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella valorizzazione (e spesso e volentieri anche nella creazione) della grande musica.

Ho volutamente escluso dall’elenco personaggi come Phil Spector, George Martin e Malcom Mc Laren, i cui nomi sono per diverse ragioni piuttosto noti al grande pubblico. Sono comunque le classiche eccezioni di un panorama assai più vasto di quello che può essere contenuto in questa sede.

- Chris Blackwell, produttore discografico inglese e fondatore della Island Records, etichetta che ha promosso soprattutto folk rock, progressive e reggae.

- Joe Boyd, produttore, talent scout e grande specialista del folk rock inglese.

- Diego Carpitella, etnomusicologo italiano che negli anni ‘50 lavorò alla ricerca e all’archiviazione di migliaia di canti popolari su tutta la penisola.

- Leonard Chess, produttore discografico statunitense e fondatore, con il fratello Phil, della Chess Records, etichetta chiave nell’evoluzione del blues elettrico.

- I fratelli Ahmet e Nesuhi Ertegun (nella foto sopra), produttori discografici turchi tra i fondatori della Atlantic Records, decisivi per lo sviluppo del rhythm & blues ma importanti anche nel jazz, nel rock e nel pop.

- Bill Graham, impresario di origine tedesca, organizzatore di concerti rock degli anni ‘60 e ‘70 e gestore di locali storici come il Fillmore East.

- Norman Granz, impresario, produttore jazz e fondatore di etichette come la Verve Records. Fu una figura di riferimento della musica jazz americana sviluppatasi a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60.

- John Hammond, musicista, produttore, critico musicale e formidabile talent scout capace di lanciare molti musicisti tra i più dotati ed influenti del ventesimo secolo.

- Leslie Kong, produttore discografico giamaicano che contribuì a dare al reggae una dimensione internazionale.

- Eddie Kramer, ingegnere del suono e produttore. Figura di spicco soprattutto per il suo contributo dato alla musica rock a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70.

- Alan Lomax, etnomusicologo, antropologo e produttore discografico statunitense nonché figlio del musicologo John Avery Lomax. Le loro indagini e registrazioni sul campo ci lasciano una testimonianza d’inestimabile valore sulle musiche folk d’inizio secolo.

- Teo Macero, sassofonista e produttore discografico statunitense la cui fama è collegata al suo lavoro nella Columbia Records per la quale collaborò a molti fondamentali album jazz.

- Sam Phillips, produttore noto per aver creato la casa discografica Sun Records negli anni ‘50. Grazie al suo contributo pionieristico, si meritò l’appellativo di patriarca del rock ‘n’ roll.

- Cecil Sharp, etnomusicologo inglese che lavorò sul campo registrando moltissimo materiale riguardante principalmente danze tradizionali inglesi. E’ considerato il padre del revival folcloristico del ‘900.

- Bob Thiele, produttore noto per avere diretto l’etichetta Impulse! Records e per aver contribuito alla pubblicazione di numerosi album free jazz.

- Rudy Van Gelder, tecnico di registrazione che nella seconda metà del XX secolo registrò la maggior parte dei grandi artisti jazz.

Con questo breve prospetto ho voluto menzionare coloro che a mio avviso hanno dato di più al mondo della musica nell’ultimo secolo. Per ragioni di spazio non ho fatto riferimento all’enorme quantità di artisti che devono la loro fortuna o quantomeno hanno beneficiato del lavoro delle persone sopra elencate.

Di certo ci sarà una valanga di notizie utili e di piacevoli sorprese per chi vorrà approfondire la vita e le opere di questi grandi personaggi.

A tutti loro un grazie dal cuore!

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

Adore - Prince

November 11th, 2011

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ADORE

PRINCE

1987

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Un talento irrequieto, provocatorio, avanguardista e tradizionalista al tempo stesso, che frulla idee quasi sempre bizzarre e quasi mai gratuite.

Prince Roger Nelson, che a dispetto dei suoi umorali depistaggi è conosciuto da tutti semplicemente come Prince, è tutto questo e molto altro ancora.

Ma l’unica cosa che conta davvero è salire sulla giostra di questo burattinaio dei suoni.

In un ritratto lucido e sintetico degli anni ‘80, Ernesto Assante lo descrisse così: “Prince produce, canta, scrive e suona una musica che pur restando profondamente legata alla tradizione nera ha fatto propri elementi del rock, del funk, del pop, in una miscela urbana, elettrica, nervosa e che, sottilmente, ribadisce costantemente la sua natura nera.

Ne consegue inevitabilmente che chi ama la musica nera (anche quella più antica), non può negarsi il piacere di scavare tra le opere di questo artista eclettico e curioso che ha suscitato l’ammirazione incondizionata di molti colleghi musicisti, Miles Davis in primis. Nel corso della sua carriera il genietto di Minneapolis ha macinato rock, funk, soul, rap, pop ed elettronica con un ardore e una sensibilità per lunghi tratti (gli anni ‘80) incontenibili.

Ma dato che le parole stanno a zero procedo subito con la presentazione del brano che desidero farti ascoltare, anche se magari lo conosci già. Si intitola “Adore” ed è la traccia che chiude Sign ‘o’ the times, ovvero uno dei suoi dischi più riusciti.

Un pezzo da scoprire ascolto dopo ascolto visto che reca in dote una incredibile quantità di sottigliezze d’ogni tipo. “Adore” possiede lo spirito della ballata soul, il volto caldo dell’elettronica e il respiro strumentale del jazz con tanto di urletti, vocalizzi in libertà e cori che si inseguono in questa orgiastica jam session dall’andatura suadente.

La melodia viene arricchita sin da subito con una voce in falsetto su cui se ne sovrappongono di volta in volta altre. Poi c’è la grancassa, qui in grande evidenza, e la drum machine che tra le mani di Prince non è mai banale né superflua. Ma ci sono anche gli arrangiamenti con l’arpa (altro pezzo forte del nostro eroe) e la pacata presenza di una tromba che si vocifera appartenga ad un Miles Davis in incognito.

Forse il massimo della libidine giunge in quella parte intermedia con uno strepitoso inciso discendente di pianoforte che poi si ripresenta ciclicamente in sottofondo suonato da altri strumenti.

Ed ora, già che ci sono, me la riascolto. Che sia una buona musica anche per te!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : la voce maschile

November 6th, 2011

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Eccoci giunti al penultimo appuntamento del nostro viaggio tra gli strumenti musicali.

Dopo aver affrontato i principali strumenti, oggi ci soffermeremo sullo strumento per eccellenza della musica ossia la voce umana. In questo articolo è protagonista la voce maschile mentre la prossima puntata sarà dedicata alla controparte femminile.

Il registro delle voci maschili si trova un’ottava sotto rispetto a quello delle voci femminili ed è composto dalle voci di tenore, baritono e basso in un ordine che va dall’acuto al grave.

I brani che mi appresto a presentare ci permetteranno di apprezzare al meglio le diverse virtù della voce maschile. Dovendo operare una scelta tra la spropositata quantità di grandi interpreti di ogni genere ed epoca, alla fine ho optato per tre cantanti assai diversi tra loro.

Il primo è Freddie Mercury, l’indimenticabile voce dei Queen. La sua grandezza come interprete risalta ancora di più se pensiamo al fatto che ha dovuto cimentarsi con un repertorio non sempre all’altezza delle sue potenzialità. Si prenda ad esempio “Don’t stop me now“, brano di innegabile valore compositivo che poteva essere trasformato in qualcosa di più di una pur bella ed energica canzone.

L’introduzione disegnata dal pianoforte è resa in modo magistrale da Mercury il quale sciorina la melodia con voce vellutata e ferma. Proseguendo nel brano ci si accorge della sua incredibile fantasia nel valorizzare il profilo melodico, nonché della strepitosa fluidità che mostra nell’affrontare le parti più veloci e della perfetta gestione delle note alte cantate di petto. Da antologia la ripresa finale del motivo introduttivo con la voce che si disperde in dissolvenza.

Dal canto pieno e potente di Freddie Mercury passiamo alla voce sottile e fragile di Steve Winwood, polistrumentista ed interprete d’invidiabile bravura. L’eterea “Can’t find my way home” è uno dei frutti più gustosi della breve parentesi targata Blind Faith e condivisa con Eric Clapton, Ginger Baker e Ric Grech.

Nello splendido intreccio creato dalle chitarre acustiche si inserisce il sublime canto di Winwood. La sua voce particolarissima possiede una grazia quasi celestiale che si giova di uno stile romantico e di un timbro molto acuto. La finezza nell’interpretazione è sbalorditiva e mantiene inalterate le sue caratteristiche anche verso la fine quando il canto si fa più vigoroso.

A concludere questa breve rassegna di cantanti troviamo Mark Lanegan ovvero una delle voci più intense e coinvolgenti dell’ultimo secolo. Attraverso le splendide cavalcate grunge con gli Screaming Trees, Lanegan si è reso protagonista di performance dalla profondità devastante. Qui però lo troviamo in veste di solista in un delizioso album di cover tra le quali spicca questa “Shanty man’s life“.

Col suo stile dolente e viscerale, questo musicista è stato l’autentico caposcuola di una generazione di grandi cantanti (Cobain, Cornell, Staley, Vedder). Il repertorio folk rivisitato in chiave acustica mette in risalto la sua vocalità e ci consente di apprezzare al meglio l’inimitabile talento con cui accarezza ogni frase. Il sospiro caldo e passionale insito nel suo modo di cantare è paurosamente emozionante.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

Starless - Il suggello dei King Crimson

October 30th, 2011

king_crimson_redSTARLESS

KING CRIMSON

1974

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Ogni artista è alla ricerca della sua Musa, dell’ispirazione, insomma di quel sacro fuoco che lo porta a tradurre in musica (o in immagini, in lettere, in qualsiasi forma) il suo sentire profondo.

Ogni artista venera quel sacro fuoco e (possibilmente) desidera onorarlo sempre e solo quando è al massimo delle proprie possibilità.

Ma ciò accade molto raramente ed è comprensibile perché egli è continuamente spinto dall’invincibile desiderio di esprimersi, di creare a prescindere da ogni altra considerazione.

In questo senso, la storia dei primi King Crimson (1969-1974) è una possibile splendida eccezione dato che si è svolta e consumata esclusivamente quando le fiamme di quel fuoco si levavano alte e luminose.

Il percorso del Re Cremisi riesce a stupire non solo per la qualità complessiva delle opere e per l’evoluzione tecnico-stilistica, ma anche per il fatto più unico che raro di toccare il vertice in apertura e in chiusura della propria avventura. Al folgorante e solenne romanticismo del debutto (”In the court of the Crimson King“, 1969), fa da contraltare la maestosa e minacciosa potenza di “Red“, che esce nel novembre del 1974 quando Robert Fripp ha già annunciato lo scioglimento della sua creatura.

Più avanti, nel 1981, lo stesso Fripp ritornerà sui suoi passi dando un seguito alle vicende crimsoniane, ma con un approccio espressivo e degli obiettivi completamente diversi rispetto a quelli della prima fase. Ma questa è un’altra storia. Ritornando a “Red“, non si può che provare incanto e ammirazione al cospetto di pezzi superlativi come “Starless“, suggello illuminato e definitivo all’arte dei King Crimson.

Su un fondale di archi e mellotron, la chitarra di Fripp suona un tema semplicemente celestiale, che induce a un incanto supremo e spalanca le porte della percezione. Il canto di John Wetton è dolceamaro, malinconico e solenne mentre l’evocativo sax soprano di Mel Collins procede parallelamente ad esso.

Poi l’atmosfera cambia. Il basso di Wetton introduce un’armonia tesa, monolitica, che ruota attorno ad intervalli blues. La chitarra di Fripp si accanisce su due note e lo fa alla sua maniera. L’atmosfera diventa sempre più ossessiva. La chitarra prosegue nel suo cupo e reiterato crescendo, il basso si fa sempre più roco e minaccioso, la batteria di Bill Bruford comincia a ruggire con una varietà timbrica impressionante.

Uno spasmodico interludio di chitarra lancia lo scatenato finale con un bruciante assolo del sax sostenuto da tutti gli strumenti. Ecco tornare per un momento il tema principale che poi scompare sommerso dalle aspre sfuriate della band. Infine è di nuovo la volta del sax soprano che riprende definitivamente in mano il tema per un finale estatico che oltre all’incanto e alla poesia aggiunge tutta l’energia accumulata lungo la composizione (e qui una citazione d’obbligo va alla straordinaria performance di Wetton al basso).

La magnificenza di questa composizione non ha eguali. Il suo incalcolabile valore la pone nella ristrettissima élite dei brani immortali (o se preferisci da isola deserta). Lo stesso Fripp indicherà “Starless” come “una dichiarazione conclusiva“, un perfetto e degno punto d’arrivo per questa fantastica band.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Da Woody Guthrie al terzo millennio : breve storia del folk rock

October 26th, 2011

folk_woody_guthrie

Non una, ma 100, 1.000, 10.000 musiche folk!

Anzi, se teniamo conto della sua traduzione (gente) tutta la musica è musica folk.

Il termine è decisamente equivocabile, terribilmente generico, e non aiuta di certo a comprendere di che tipo di musica si tratta.

Vi può essere quindi un folk tradizionale, inteso cioè come espressione folcloristica dei popoli prima dell’era mediatica. Ma anche un folk che si è sviluppato dalla musica popolare degli Stati Uniti d’America e dell’Europa (e fedele in questo alla sua origine etimologica inglese). Ed infine un folk moderno che integra la musica popolare dei paesi del terzo mondo (spesso indicata come etnica) all’interno della popular music contemporanea.

Il paese simbolo di questa contraddizione in termini è proprio l’Italia che a causa della sua posizione geografica e della sua storia, rende evidente quanto sia difficile e sostanzialmente futile cercare di stabilire una distinzione tra musica folk e musica etnica.

Data l’ambiguità di fondo del tema in questione, tali premesse sono indispensabili per comprendere il folk rock, ovvero quella particolare forma musicale che unisce gli elementi del rock e del pop alla musica folcloristica (country, polka, musica celtica, musica rinascimentale, ecc.)

Un lontano antesignano fu certamente Stephen Collins Foster (1826/1864), leggendario compositore di canzoni popolari come la celebre “Oh! Susanna“. Tuttavia la folk song contemporanea prende forma negli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso, quando comincia gradatamente ad integrarsi con gli ingranaggi dell’industria musicale.

Il musicista che segna il passaggio dalla musica popolare alla popular music è Woody Guthrie (ritratto nel disegno qui sopra). Cantautore nomade, egli fu per l’America ciò che un tempo gli antichi menestrelli erano stati per l’Europa. Nella sua arte convivono in maniera omogenea e originale il canto di protesta dai risvolti sociali, la musica popolare autoctona e lo stile tipico dei talking blues (ossia i blues parlati). Nella sua carriera Guthrie collaborò indifferentemente sia con musicisti folk come Pete Seeger e Cisco Houston, sia con bluesmen come Leadbelly e Sonny Terry.

Col tempo prende forma un vero e proprio movimento folk che a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 avrà come nucleo il quartiere del Greenwich Village a New York. E’ da qui che si diffonde la moderna figura del cantautore (songwriter) ed è sempre da qui che prende slancio la carriera di Bob Dylan, personaggio decisivo per l’ulteriore evoluzione della canzone folk verso il rock.

La svolta operata da Dylan apre la porta a molti altri cantautori statunitensi e britannici che da metà anni ‘60 e per tutto il decennio successivo arricchiscono il patrimonio della musica folk : Leonard Cohen, Tim Hardin, Tim Buckley, Simon & Garfunkel, Donovan, Nick Drake, John Martyn e moltissimi altri. Nell’Europa continentale invece, l’opera pionieristica dello chansonnier è svolta da Georges Brassens in Francia e successivamente da Fabrizio De André in Italia, due figure di riferimento imprescindibili per il folk di origine latina.

Ma oltre ai cantautori si fanno strada anche i gruppi. Fairport Convention e Pentangle sono le punte di diamante di un movimento musicale che utilizza il blues ed il jazz per sperimentare con la musica tradizionale britannica. Inoltre, la propensione al folk è palese anche in gruppi progressive o hard del periodo come nel caso di Jethro Tull, Traffic e Led Zeppelin. L’elenco dei musicisti che in questi anni contribuisce alla formazione del vocabolario folk è lunghissima.

La situazione resta sostanzialmente immutata fino al sorgere degli anni ‘80 quando, complice l’avvento dalla world music, della new wave e dell’elettronica lo scenario si modifica sensibilmente. Si conclude la florida stagione del folk rock classico e se ne apre un’altra in cui gli orizzonti si fanno molto più ampi e dispersivi.

In questo terzo millennio il folk pare nebulizzarsi in infinite sfumature rinnovando incessantemente i suoi connotati. E’ un’inesauribile riserva che pesca dalla tradizione popolare e continua a solleticare le nostre orecchie.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

Wipers, una band troppo in anticipo sulla storia

October 21st, 2011

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Questa è la bizzarra storia di Greg Sage, un ragazzo in gamba con tanto talento, tanta determinazione e, purtroppo per lui, anche tanta tanta sfiga.

Siamo a metà anni ‘70 nella zona di Portland (Oregon) e Greg è un 25enne cantante e chitarrista con la passione sia per il rock classico, sia per il punk che in quel periodo imperversa in lungo e in largo.

Intanto, per mantenersi fa diversi lavori. Tra i tanti va segnalato quello del lavapiatti perché sarà decisivo nel dare il nome alla sua band di ’strofinacci’.

Così nel 1977 fonda i Wipers (strofinacci) arruolando il bassista Dave Koupal ed il batterista Sam Henry, i quali lo accompagneranno nei primi due dischi. Il 1979 è l’anno dell’esordio: “Is this real?” è un disco epocale e con una qualità media davvero ragguardevole ma non se ne accorge nessuno.

Chissà, forse era troppo lontano dal punk, ma anche dal pop, dal dark, dal rockabilly e da quant’altro si potesse immaginare allora, per interessare il pubblico. Ancora non lo sapeva nessuno, ma quello che suonavano Greg e soci era semplicemente grunge con 10 anni d’anticipo sul resto del pianeta.

I Wipers proseguono con Sage che si autoproduce ad ogni album: è la volta prima di “Youth Of America” (1981), poi di “Over the edge” (1983). Sono altri splendidi dischi che oltre alla qualità, con il loro predecessore hanno in comune la bruttezza delle copertine e il pressoché totale disinteresse del pubblico. La lontananza dalle grandi capitali americane non contribuisce di certo a cambiare la situazione.

Si dirà che è un fatto naturale: agli artisti troppo in anticipo sui tempi è sempre toccata in sorte l’indifferenza dei propri contemporanei, ma nel caso di Greg Sage la sorte si è accanita oltremisura. Quando, dopo un decennio e oltre passato a predicare nel deserto, nel 1989 decide di sciogliere la band, ecco che il mondo è pronto a decretare il successo di quella musica chiamata grunge (eh già; la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo!). Sage prova una reunion nel 1993 ma siamo fuori tempo massimo e così il gruppo continua inesorabilmente a navigare nell’anonimato.

In compenso, la loro musica impastata di punk, garage-rock, new wave, sempre attenta alla melodia e con una spiccata sensibilità psichedelica ha fatto proseliti; eccome! La schiera di band che sono state influenzate dai Wipers è lunga e prestigiosa : Sonic Youth, Nirvana, Melvins, Pixies, Meat Puppets, Hole e via discorrendo.

Per farti un’idea, ascolta “Is this real?“, una canzone che conquista subito con quel canto disilluso, quella melodia sofferta e quelle chitarre corrosive. Come già accennato, tra gli estimatori più celebri e riconoscenti vi sono i Nirvana che li hanno sempre candidamente indicati tra i loro principali punti di riferimento: per delucidazioni prova ad ascoltare pezzi come “D-7” e “Return of the rat“.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

La geografia della musica popolare : Estremo Oriente

October 16th, 2011

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Il nostro particolarissimo giro del mondo quest’oggi ci porta nelle sterminate distese dell’Estremo Oriente.

Tenendo conto degli evidenti limiti di una trattazione così breve, cercherò di sintetizzare al meglio le caratteristiche principali delle musiche popolari che provengono da Levante.

Il nostro viaggio odierno comincia dalla Cina, un paese che da tempo immemore è considerata la patria della scala pentatonica. Le fonti storiche rivelano che le scale cinesi si basano su una serie di quinte ottenute attraverso una diversa pressione dell’aria in tubi di bambù di lunghezza variabile. Oltre che per la musica popolare, tale sistema intervallare domina anche l’importante opera cinese (xiqu), eredità delle cerimonie e delle rappresentazioni sceniche nelle antiche corti.

Tra gli strumenti, vanno citati i liuti cinesi che possiedono un manico più lungo e sono più appuntiti rispetto a quelli europei. Tra questi vi è la pipa, il più popolare tra i liuti a pizzico. Tra gli strumenti ad aria invece, troviamo una nutrita schiera di flauti, di zampogne e di organi a bocca. Ma la famiglia più numerosa e diffusa è quella degli strumenti a percussione che può vantare cimbali, campanelle in legno e metallo, tamburi d’ogni forma e i famosi gong che ritroveremo ancora in tutte le regioni dell’Asia Orientale.

Una trattazione particolare la meriterebbe certamente il Tibet, dove oltre ai canti corali e alle salmodie sacre, vi è una gran varietà di danze e canti strofici per due voci le quali s’alternano improvvisando le parole su melodie tradizionali.

Un’altra grande tradizione musicale è quella del Giappone, paese dove una parte consistente del patrimonio deriva dal gagaku, l’elegante musica di corte. Questa si suddivide in bagaku, la musica che accompagna la danza, e kangen, musica puramente strumentale. Comunque sia, ad uno sguardo globale, appare chiara la preponderanza della musica vocale su quella puramente strumentale.

Altrettanto evidente è l’importanza della musica di teatro il quale è molto sviluppato in Giappone sin dai tempi più remoti. Il celebre teatro nò, d’antica origine, presenta strutture sonore ben determinate in cui non è contemplata l’improvvisazione ma dove in compenso vi è una notevole e talvolta radicale varietà di interpretazioni. Più recente (18°secolo) è il teatro popolare kabuki nel quale ritroviamo il canto narrativo drammatico, le liriche shamisen e diversi caratteri del teatro nò. In entrambi i casi è bene ascoltare tali musiche nella consapevolezza che sono state concepite per uno spettacolo d’insieme che comprende anche recitazione, danza e scenografia.

Con una tradizione a metà strada tra Cina e Giappone, la Corea offre un ricchissimo patrimonio di danze (dal teatro di strada alle pantomime mascherate) e una gran quantità di strumenti come il changgo, sorta di tamburo a clessidra, il piri, aerofono ad ancia doppia dal suono simile al sassofono e il kayakeum, cetra dal suono particolarmente intenso.

Spostandoci verso il sud-est asiatico (Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam, Malaysia, Indonesia e Filippine) possiamo riscontrare diversi caratteri comuni nonostante la vastità di queste regioni e la notevole eterogeneità di stili e lingue parlate. Anzitutto la presenza dei metallofoni e dei carillon di gong, tra cui sono molto diffusi quelli a mammelloni. Un altro punto di condivisione sono i complessi musicali che, eseguendo simultaneamente più versioni di una melodia, realizzano una struttura polifonica a strati.

Tra le culture più conosciute e pregiate si segnalano  quelle di Giava e Bali in Indonesia, caratterizzate dai gamelan, gli imponenti complessi strumentali di gong e metallofoni che arrivano sino a 75 strumenti. Mentre in Birmania sono chiaramente avvertibili le influenze della vicina musica indiana. Tra i complessi più rinomati si segnala lo hsaing-waing che consiste in una serie di 21 tamburi, 21 gong a mammelloni e altri svariati strumenti a membrana e a fessura. Anche in Vietnam è riscontrabile l’influenza indiana sia nello stile dell’improvvisazione sia nella gran varietà di scale modali, così come quella cinese per gli strumenti usati e per le consuetudini teatrali e cortigiane.

Vorrei concludere questo breve articolo con l’augurio che, riguardo a questi argomenti, si possa presto colmare la lacunosa ed esigua quantità di materiale che attualmente gira in internet. Una lacuna che col passare degli anni si fa sempre più inspiegabilmente evidente.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà