Modelli e similitudini dei riff di chitarra

August 3rd, 2010

ramones

Riff!!!

Quante volte lo avrai sentito nominare. Ma cos’è un riff?

Partendo dal presupposto che non è pensabile darne una definizione precisa, si può dire che il riff è il motivo principale di un brano, quello che generalmente viene ripetuto più volte nel corso dello stesso.

In particolare ci si riferisce a una frase strumentale caratterizzante, che viene quindi ripetuta frequentemente e senza variazioni. Solitamente è attraverso questo criterio della ripetizione che si distingue tra riff e assolo.

Quando si parla di rock, il riff è la prima cosa che viene in mente. Storicamente è stato anche grazie alla sua affermazione che si è compiuto il passaggio dal rock’n'roll originario a quello classico. In questo senso, il 1965 fu un anno determinante. Canzoni come “Day tripper” e “Satisfaction” imposero all’attenzione generale il riff di chitarra che da quel momento diventò uno degli elementi peculiari del linguaggio rock.

Un altro celebre archetipo tra i riff di chitarra è quello di “Rock ‘n’ roll” dei Led Zeppelin. Il pezzo è davvero semplice e come dice il titolo si rifà al classico modello del rock’n'roll con accordi (e riff) basati su una struttura rhythm & blues. La canzone è marchiata a fuoco dal riff che Jimmy Page ripropone a spron battuto mentre tutta la band suona con la sua consueta potenza. Un modello piuttosto elementare che farà proseliti. Su questo esempio band come gli AC/DC costruiranno un’intera carriera.

Un riff di chitarra ancora più spiccio ed elementare lo puoi trovare nel punk dei Ramones. La band americana propone una formula spartana ed efficacissima e riesce a produrre piccole gemme di 2 minuti come “Cretin hop“, il celebre brano alla Beach Boys che apre “Rocket to Russia“. I Ramones sono ruvidi e diretti ma riescono a sfruttare al meglio un riff abusato e striminzito come questo grazie soprattutto al basso che ne ricalca le note e alla batteria che si stoppa durante il botta e risposta tra chitarra e voce.

Lo stesso identico riff, appropriatamente rallentato, è il fulcro di “Balliamo sul mondo” una delle canzoni simbolo di Ligabue. La sequenza è la stessa (con l’unica variazione dell’ultima nota del fraseggio), cambia solo il contesto. Dal punk & roll dei Ramones siamo passati alla ballata rockeggiante di Luciano che attraverso il riff dà un accento più energico al pezzo. E’ una delle tante similitudini che si possono riscontrare tra riff di brani diversi.

Niente di cui stupirsi quindi, dato che in moltissimi casi il riff è una breve frase ripetuta ed uguale a se stessa anche in contesti differenti. Usato al momento opportuno dona alla musica riconoscibilità e forza.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

La creatività di un cervello musicale

July 29th, 2010

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Che stupore ogni volta che ascoltiamo una musica capace di coinvolgerci al punto da farci assaporare il sublime.

Di fronte a tanto splendore, penso sia capitato a tutti di chiedersi come sia stato possibile produrre un risultato del genere.

A me capita spesso di pormi domande del tipo : cosa pensava e cosa sentiva il compositore? Cosa è successo nel momento in cui è giunta l’ispirazione? Insomma, da dove e come sgorga la creatività musicale?

Certo non è pensabile una risposta razionale a queste domande, ma forse è possibile tracciare un quadro di riferimento per capire quali siano le basi della creatività.

Per comodità, possiamo suddividere la creatività di un cervello musicale in 3 macro-aree di funzionamento. Se vi è un elemento che le unisce e comprende tutte, questo è la passione.

RICERCA

La ricerca è la premessa, il presupposto essenziale di una creatività musicale. Ciò che la alimenta è la curiosità ovvero quell’impulso costruttivo che ci spinge verso ogni forma di novità allo scopo di trovare soluzioni inedite. Infatti il modo giusto di fare una cosa (così come le soluzioni definitive ed indiscutibili) significano la morte della creatività.

La storia dimostra che tutti i grandi musicisti e compositori hanno sempre cercato nuovi spazi in cui poter rischiare, esplorare, sperimentare il proprio potenziale. Quindi per un cervello creativo la sperimentazione è una priorità assoluta, un bisogno inestinguibile. Egli cerca sempre di cambiare prospettiva per espandere i propri limiti e lo fa affondando le proprie radici nelle profondità degli strati inconsci da dove estrae linfa vitale per trovare espressione.

Vi è sempre un equilibrio di fondo che costituisce un tratto comune ad ogni musica creativa e consiste nella capacità di violare le aspettative dell’ascoltatore senza però negarsi completamente ad esse. Spesso ciò che ci appare strano o stravagante, si dimostra geniale col passare del tempo. Così come è altrettanto vero che è facile sventolare la bandiera della creatività ricorrendo ad eccessi e a forme di novità solo apparente.

In questi casi, nulla meglio del tempo ci permette di capire ciò che resiste alle mode e all’usura da ciò che è provvisorio. Soprattutto ci permette di distinguere ciò che è frutto di un nuovo linguaggio espressivo rispetto a ciò che nasce prevalentemente da un nuovo linguaggio tecnico.

ANALISI

Niente si crea dal niente ma tutto si trasforma. Su questa semplice legge si basa la seconda funzione di un cervello creativo ovvero la capacità di analisi. Questa permette al musicista di studiare le caratteristiche e le singole componenti di un insieme e contemporaneamente sentire l’emozione che questo produce. Percependo e utilizzando anche la parte inconscia, il cervello è in grado di sentire su più livelli una composizione musicale.

Allo stesso modo, nell’atto di comporre il cervello mantiene l’equilibrio e non perde mai di vista l’armonia dell’insieme e il suo risultato complessivo. Sarà così in grado di selezionare e combinare nei modi e nelle proporzioni appropriate elementi musicali preesistenti così da formare una nuova opera dotata di una propria autonomia e di una propria peculiare atmosfera.

Negli ultimi decenni, specie nelle civiltà occidentali, si è andato diffondendo il mito dell’originalità come se si potesse creare qualcosa dal nulla. Vi è la tendenza ad associare la creatività a forme musicali insolite e stravaganti o semplicemente diverse da ciò che si ascolta di solito. Per questo motivo dobbiamo sempre tenere presente che la creatività non ha nulla a che fare con tutto ciò.

La musica è energia che si tras-forma, ossia assume innumerevoli forme. Nessuno crea, ma chiunque può comporre. E l’analisi è un momento vitale della creatività. Attraverso di essa il cervello può padroneggiare timbri, tonalità, ritmi, armonie, melodie, accenti e via via tutti i molteplici elementi di una musica.

ISPIRAZIONE

La ricerca e l’analisi sono funzioni propedeutiche a quella che è la fase culminante di un processo creativo ovvero l’ispirazione. Tutt’altro che figlia dell’irrazionalità e del caos, l’ispirazione trae la sua origine dalla sospensione del pensiero. In questo stato particolare di vuoto, la mente è ricettiva e gli elementi precedentemente immagazzinati nella ricerca e studiati nell’analisi si uniscono e si susseguono in maniera del tutto naturale.

Come ho trattato diffusamente nell’e-book “I semi dell’armonia musicale“, la condizione indispensabile perché si sia in grado di riconoscere questo stato è il silenzio. Appare ovvio come tutto ciò sia reso possibile da un contatto con il proprio inconscio che restituisce sotto forma di musica ciò che era stato seminato in precedenza.

Come sarà capitato a ciascuno di noi, il momento dell’ispirazione è scandito da un’intuizione ovvia, potente e solare. E quando passa, essa torna a sembrarci misteriosa ed incomprensibile. Per questo motivo così tanti geni musicali hanno dichiarato di aver riconosciuto l’ispirazione, di sentirsene posseduti e di aver fatto semplicemente da tramite, da messaggero.

Va anche detto che lo stato d’animo è solo un punto di partenza per chi compone ma non è il fattore determinante. A volte, anzi spessissimo, l’autore riesce a scrivere musiche in risposta al proprio stato d’animo e quindi in contrasto con esso. Questo ci aiuta a capire che non esistono situazioni favorevoli all’ispirazione, esiste solo la capacità di riconoscere l’ispirazione.

La creatività quindi è un insieme di più funzioni che necessitano di una contemporanea armonizzazione tra le parti. Oppure per dirla con le parole di Patti Smith:

“Per me l’artista è colui che si lascia andare completamente, ma poi si riconnette a ciò che lo circonda.”

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Educazione musicale | Posted by Francesco Potestà

Essere donna oggi - Elio e le storie tese

July 24th, 2010

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ELIO E LE STORIE TESE

1992

*per ascoltare clicca sul titolo della canzone

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Per gli argomenti trattati e il linguaggio utilizzato, questo prodotto può risultare sconveniente e offensivo. L’ascolto è sconsigliato ai soggetti più sensibili.

E’ questa la scritta che compare sul secondo album degli Elio e le storie tese, “Italyan, Rum Casusu Çikti “. Quindi non dire che non sei stato avvisato/a.

Con Elio alla voce, Rocco Tanica alle tastiere, Cesareo alla chitarra, Faso al basso e il compianto Feiez (scomparso nel 1998) al sassofono e alle percussioni, la presa per il culo è garantita.

Attraverso la caricatura, la satira sociale, l’insolenza allegra e strafottente, le massicce dosi di citazionismo e la notevolissima perizia strumentale dei suoi componenti, il gruppo lombardo ha espresso la propria personalissima visione del mondo.

Il loro approccio irriverente e demenziale è il grimaldello per aprire (o chiudere, dipende solo da te!) la mente a un umorismo pregno di sottigliezze e sfumature liriche e musicali.

Attivi sin dai primi anni ‘80, Elio e soci hanno dato il meglio di sé nei ‘90 ottenendo consensi e notorietà sempre maggiori fino alla vittoria-fantasma del Festival di Sanremo. La loro acutissima e autoironica “La terra dei cachi” si piazzò seconda nel 1996, ma secondo le recenti indagini dei carabinieri la canzone avrebbe effettivamente vinto la manifestazione se non fosse stato per l’intervento di Pippo Baudo che si sarebbe adoperato per modificare i risultati finali. E così, con 60 anni dominati da penose e stereotipate canzonette (a parte le sporadiche eccezioni di Domenico Modugno, Alice e Giorgia), l’ingloriosa reputazione sanremese fu salva.

Ma ti dicevo di questo che è unanimemente riconosciuto come il loro lavoro migliore. Oltre alla delirante copertina che fa il verso ai Pink Floyd, l’album è impreziosito da svariate collaborazioni : si passa da Claudio Bisio a Diego Abatantuono, da Enrico Ruggeri a Riccardo Fogli, dai Chieftains ai Pitura Freska. Ma soprattutto contiene alcune pagine memorabili degli Elii : “Servi della gleba“, “Uomini col borsello (ragazza che limoni sola)“, “Il vitello dai piedi di balsa“, “Supergiovane“, “La vendetta del fantasma formaggino“.

Tra le tante si segnala “Essere donna oggi“, uno spassosissimo quadretto che tratta del ciclo mestruale e indaga sul rapporto della donna con la propria individualità.

Penso che la grandezza del brano deriva dal modo in cui la musica descrive e dà forza alle parole. Si apre con i gemiti di una donna e con il primo verso, lieve, intimista e con accompagnamento di  archi e tastiere che portano a un esplicito e liricissimo ritornello. L’arrivo delle mestruazioni è simboleggiato dal fragoroso rimbombare dei timpani.

Dopodiché giunge il momento della riscossa. Il secondo verso ha un sapore etnico e mischia batteria, percussioni, cori africani ed i virtuosismi di Faso al basso. Dopo il secondo ritornello, ecco che il ciclo mestruale si conclude in gloria com’è giusto che sia. E’ davvero formidabile la serie di accordi che grazie al ritmo della chitarra acustica raggiungono una potenza devastante.

Una canzone così demistificante, rasserenante e gioiosa sull’essere donna la potevano concepire solo gli Elio e le storie tese. La loro musica ci ricorda che una bella risata può curare molti mali. :-)

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

A caccia di Ep - Anytime anyplace anywhere (8a puntata)

July 19th, 2010

plan9_anytime_anyplace_anywhere

Extended Play (o EP) è il nome dato nel settore discografico ai dischi in vinile o ai cd la cui durata sia superiore a un singolo e inferiore a un album. E’ una specie di terra di mezzo. Un formato solitamente molto difficile da reperire sul mercato, ma che ci ha lasciato spesso tesori da salvaguardare. E’ giunto il momento di dargli la caccia! “

ANYTIME  ANYPLACE  ANYWHERE  (1986)

PLAN 9

<puntata precedente>

Ragazzi, è buio pesto!!!  Si brancola nelle tenebre più scure!

Mi è accaduto di ascoltare un capolavoro rarissimo di una band che è già di per sé semisconosciuta ed ora lo sto cercando su vinile o cd, poco importa.

Si tratta dei Plan 9 e del loro Ep “Anytime anyplace anywhere“, ma si sa che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. E poi questo è un disco che regala soddisfazioni a iosa ed è per questo che te ne voglio parlare.

La loro attività si è sempre svolta al di fuori dei consueti canoni commerciali e questo lo si evince a partire dal nome del gruppo che è tratto dal B-movie “Plan 9 from outer space” (1959) di Ed Wood, celebre e strampalato regista di pellicole a basso costo.

Band di culto di ben 8 elementi guidati dal chitarrista Eric Stumpo, i Plan 9 hanno arricchito la scena indipendente americana con ottimi dischi come “Dealing with the dead” (1983) e “Keep your cool and read the rules” (1985), entrambi caratterizzati dai fumetti trash delle copertine.

Ma il mio disco preferito è questo mini-lp del 1986. Dalle scarse informazioni che sono riuscito a ricavare, con questo lavoro la band propone una rilettura audace di 6 polverosi e semisconosciuti pezzi anni ‘50. D’altronde la copertina e il brano che dà il titolo a questo album rendono esplicite le sue radici. Questa è psichedelia impastata di punk, garage-rock, blues, new wave e rock’n'roll.

Almeno 3 i brani da antologia. Il primo è “Green animals” che vive sul magico e sottile equilibrio tra lo stralunato organetto da chiesa di Deborah De Marco ed i fantasiosi e devastanti ritmi di basso e batteria.

Poi c’è “Coloring in the dark“, brano scandito da tempi veloci e punkeggianti. Dopo 2 minuti sembra avviarsi verso una lenta ed inevitabile conclusione ma nel ritorno alla tonica, laddove qualunque band ordinaria porrebbe fine al pezzo, i Plan 9 si fanno geniali. Inseriscono una lunga digressione rallentata, metafisica, che non lascia scampo e con una tensione crescente scandita dal dialogo chitarra-batteria, colorano il buio come annunciato dal titolo.

Mentre è una chitarra pigra (e apocalittica) quella che definisce l’introduzione di “Opium night“. Qui lo strumento che da movimento e colore all’atmosfera è il basso. La strepitosa capacità di composizione diventa evidente sia nell’intermezzo in ¾ condito con una vaga melodia jazz, sia nel finale risolto con un folgorante assolo di chitarra in riverbero.

E così, nonostante le difficoltà di reperibilità, ammaliato da tanto splendore continuo a seguire le loro tracce.

Please … vuoi darmi una mano nella caccia al tesoro?

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Una storia giamaicana: nascita ed evoluzione del reggae

July 14th, 2010

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Fa un certo effetto pensare che una musica così importante come il reggae possa essere fiorita in uno stato così piccolo come la Giamaica.

La sua nascita e il suo sviluppo sono indissolubilmente legati alla storia di quest’isola caraibica che si estende per  11.000 km² e conta circa 2 milioni e mezzo di abitanti.

Jimmy Cliff, uno dei principali pionieri del reggae spiegò così la sua origine popolare : “La musica proviene dalla coscienza del popolo. Al tempo dell’indipendenza, quella musica era costruita su ritmi veloci perché tutti si sentivano in movimento: fu chiamata ska. Poi la gente si è stabilizzata, ha iniziato a chiedersi il significato dell’indipendenza: la musica è diventata più lenta, più rilassata e ha preso il nome di rocksteady. Infine il popolo ha capito che l’indipendenza non rappresentava tutto. Ha cominciato a cercare le proprie radici africane: è nato il reggae.”

Ripercorriamone brevemente il suo meraviglioso cammino … nel secondo dopoguerra, pur essendo ancora colonia inglese, la Giamaica possiede una cultura musicale propria ed indipendente rispetto alle altre isole centro-americane. La prima forma musicale riconoscibile trova ampia diffusione negli anni ‘50 : è il mento, parente stretto del calypso ma con sonorità più ruvide e legate alle radici africane.

Nei primi anni ‘60, soprattutto grazie alle potenti stazioni radio di New Orleans e Miami, la musica statunitense comincia a esercitare la sua influenza. E così dall’incrocio fecondo tra mento, rhythm & blues e jazz nasce un nuovo genere denominato ska. Fondamentale per la sua diffusione furono i sound system (vedi foto), impianti stereofonici ideati in Giamaica e destinati alla circolazione ambulante della musica. Con un incedere veloce e ballabile e col suo tipico ritmo in levare, lo ska domina la scena per tutta la prima metà del decennio e fa da colonna sonora all’indipendenza dal colonialismo inglese ottenuta nel 1962.

Il passaggio dallo ska al rocksteady è qualcosa che appartiene alla mitologia e al folclore. Pare che l’estate del 1966 fosse particolarmente calda e così a causa del troppo sudare durante il ballo, i dj col consenso del pubblico rallentarono la musica. Comunque sia andata, è in quell’anno che si afferma il rocksteady. Rispetto allo ska, il cambiamento è notevole perché oltre a rallentare notevolmente il ritmo, toglie predominanza ai fiati, esalta le armonie soul e presenta testi più maturi.

L’era del rocksteady si esaurisce nel breve volgere di due stagioni (66-67) ed è a questo punto che fa la sua comparsa il reggae vero e proprio. Ora il suono è più corposo, il ritmo si fa più spezzato, il basso fornisce la linea guida e diviene lo strumento dominante mentre la chitarra accompagna e accentua notevolmente i movimenti in levare (il 2° e 4° movimento di un 4/4).

Sull’origine etimologica della parola reggae esistono le più disparate versioni. Gran parte del merito va ai Toots & the Maytals che nel 1968 incisero un brano chiamato “Do the Reggay“, dove ‘reggay’ indicava una danza giamaicana che nulla aveva a che fare con la musica in questione. Secondo alcuni il termine deriva da ‘ragga’ che significa grezzo, per altri deriva  da ‘ragtime’ il genere diffuso in America all’inizio del secolo e per altri ancora deriva da ‘regular’ che in Giamaica sta a indicare la gente comune. Mentre secondo l’interpretazione di Bob Marley la parola ha origine spagnola e significa ‘la musica del re’ in riferimento a Jah Ras Tafari.

In ogni caso, alla fine degli anni ‘60 il reggae è pronto a conquistare il mondo. Una nutrita schiera di gruppi (Maytals, Wailers, Pioneers, Melodians, Ethiopians) ne diffonde il verbo su scala nazionale con il contributo determinante di produttori decisi a puntare sul nuovo sound come Leslie Kong e Lee “Scratch” Perry. Nel frattempo il vento caldo del reggae comincia a soffiare forte anche all’estero, specie in Inghilterra coi singoli di Desmond Dekker (”Israelites“, 1969) e Jimmy Cliff (”Wonderful world beautiful people“, 1970).

Nei primi anni ‘70 il nuovo sound trova ampia diffusione grazie soprattutto a due dischi. Il primo esce nell’estate del ‘72 ed è la colonna sonora del film “The harder they come” con Jimmy Cliff nella doppia veste di attore e musicista principale e con la preziosa partecipazione di Toots & the Maytals. Il secondo esce nel 1973 quando con “Catch a fire“, Bob Marley & the Wailers fanno il loro esordio internazionale prodotti dalla Island di Chris Blackwell. Con il suo talento, il suo carisma e le sue idee legate alla religione rastafari, Bob Marley si rivelerà ben presto l’artista più significativo e prolifico del reggae contribuendo a conferirgli un suono più rilassato ed ipnotico oltre a tematiche sociali che esplorano anche la politica e il misticismo.

Gli anni ‘70 sono il momento di massimo splendore per questa musica che in breve tempo fa sentire la sua influenza anche in altri generi (rock, pop, punk, soul, jazz). Eserciterà un forte ascendente in particolare sul punk e più in generale su tutta la musica inglese. Il caso più emblematico è rappresentato dai Police che verso la fine degli anni ‘70 ottengono un successo spaventoso attraverso un’originale commistione tra reggae, pop e rock.

La morte di Bob Marley avvenuta nel 1981 segna di fatto la conclusione dell’epoca del reggae classico. Ma nel corso del decennio la sua evoluzione proseguirà attraverso il dub, una nuova forma stilistica con cui musicisti e tecnici del suono sperimentano con i loro mixer versioni strumentali e alternative di brani reggae. Va detto che il dub esisteva già prima degli anni ‘80, ma con l’adozione del reggae estende di molto la sua popolarità.

Nella seconda metà degli anni ‘80 nascono altri due sottogeneri del reggae. Uno è il raggamuffin, miscela esplosiva tra reggae ed hip hop che contagia moltissimi dj americani. L’altra è il reggaeton, variante del reggae che ai suoni dell’hip hop aggiunge i ritmi latino americani (salsa, bomba, plena) e si diffonde soprattutto tra Porto Rico e Panama.

Questo è solo il breve riassunto di una musica che col suo fascino e la sua influenza è partita dalla Giamaica e si è diffusa in ogni angolo del pianeta. Una storia che certamente merita di essere approfondita.

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Cultura musicale | Posted by Francesco Potestà

Aladdin Sane - David Bowie

July 9th, 2010

aladdin_sane

ALADDIN SANE

DAVID BOWIE

1973

* per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Quando apparve Aladdin Sane, David Bowie si era già consacrato tra i grandi dell’olimpo musicale.

Non poteva essere altrimenti per un artista intelligente, magnetico ed enigmatico che ha dato il meglio di sé nei ‘70 ma che riuscirà comunque a manifestare lungo tutta la carriera la sua personalità musicale ed extramusicale ricca di idee e risorse. Dopo i primi brucianti squilli rock (”Space oddity” e “The man who sold the world“), dopo un sigillo di limpida bellezza come “Hunky dory” e dopo l’ascesa e la caduta dell’alieno “Ziggy Stardust“, ecco discendere sulla terra un altro bizzarro personaggio : “Aladdin Sane“.

Aladdin Sane è l’ideale erede di Ziggy Stardust con l’unica differenza che questa volta cambia il luogo della narrazione. Concepito durante il tour americano, “Aladdin Sane” è contaminato sia nei testi che nelle musiche degli umori tipici d’oltreoceano.

Accanto al trasformista Ziggy/Aladdin/Bowie, ci sono ancora gli Spiders from Mars (Mick Ronson, Trevor Bolder e Mick Woodmansey) ed alcuni elementi nuovi, tra cui spicca il pianista Mike Garson che nel nuovo disco si rivela un importantissimo valore aggiunto.

Con il titolo dell’album Bowie sfrutta un doppio senso, lasciando libertà d’interpretazione all’ascoltatore. “Aladdin Sane” infatti vuol dire “il Sano Aladino“, ma durante la canzone si può benissimo sentire come “a lad insane” che vuol dire l’esatto opposto ovvero “un ragazzo pazzo“.

Ho sempre considerato la canzone omonima come una delle più belle del suo repertorio.

Giocato sulla tonalità minore, si parte con un’atmosfera sognante e distesa (che meraviglia i passaggi iniziali del basso!!!). Poi subentra la melodia tratteggiata dalla voce drammaturgica del ‘duca bianco’ e finemente decorata da un pianoforte che ne ripete i passaggi e qua e là accompagna con scale ascendenti.

Poi ecco che il paesaggio sonoro muta di colpo: la tonica passa dal Si minore al Sol minore e chitarra e basso tengono gli accordi su un ostinato che nella seconda parte regala frutti sublimi. Ora è il pianoforte di Garson che ruba la scena e lascia cadere un libidinoso scroscio di note con brevissimi e velati accenni di altri brani. Il suo incedere è vorticoso e folle, strabordante di energia fino alla fine.

La follia di Aladino da vita a una musica fascinosissima ed estenuante … uno degli spunti più originali e suggestivi di Mister Bowie.

P.S. La figura sopra è un’inedita stilizzazione colorata al neon della splendida copertina che ha fatto storia.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Round midnight : come può suonare uno standard jazz?

July 4th, 2010

thelonious-monk

Il jazz è come un’araba fenice. Risorge dalle sue ceneri con una facilità che ha dell’incredibile.

Basta pensare a uno degli aspetti più ricorrenti e importanti nella sua storia : lo standard.

Lo standard jazz è un frutto spontaneo che si è radicato e diffuso in questo genere proprio per il suo carattere che fa dell’improvvisazione e della rielaborazione di un dato tema uno dei suoi cardini principali.

I primi standard nacquero negli anni ‘20 e ‘30. Inizialmente furono canzoni tratte da autori di musical e opere teatrali (George Gershwin, Cole Porter, Irving Berlin, ecc.). Spinti anche dall’egemonia editoriale dell’epoca, gli standard si diffusero a macchia d’olio tra gli arrangiatori e gli esecutori di jazz. Estendendosi al blues e oltre, ai giorni nostri qualunque brano musicale può potenzialmente diventare uno standard.

Al contrario della cover che è una versione occasionale di un brano, lo standard è una vera e propria pratica che si manifesta soprattutto negli spettacoli dal vivo. Intimamente connessa con lo spirito del jazz, né rappresenta un momento fondamentale perché è facilmente riconoscibile e si presta perciò ad un’interpretazione più libera ed improvvisata.

Per esempio, a qualunque jazzista prima o poi sarà capitato di misurarsi con “Round midnight“. Per numero di versioni e per popolarità è forse lo standard jazz per eccellenza. Thelonious Monk lo compose nei primi anni ‘40 e da allora fu ripreso da una sterminata schiera di artisti. Persino il cinema lo ha utilizzato come tema centrale in un film di Bertrand Tavernier del 1986 intitolato per l’appunto “Round Midnight - A mezzanotte circa“.

L’abbondantissima quantità di interpretazioni di questa composizione allinea fior fior di musicisti e splendide versioni. Prova ad ascoltare questi 5 casi!

Il primo che ti propongo è una versione targata 1963 dello stesso Thelonious Monk. Rispetto alla prima edizione del 1947 (rintracciabile sul cd “Genius of modern music volume One“), qui si nota benissimo la sua evoluzione stilistica in 20 anni di carriera. Quel suo modo di suonare deliziosamente obliquo fatto di enigmatici spostamenti ritmico-armonici, con le note che in apparenza sembrano fuori posto eppure fanno parte di un preciso disegno.

Altra versione tra le più belle e famose di sempre è quella di Miles Davis nel suo primo disco per la Columbia, “Round about midnight“. Col suo magico quintetto degli anni ‘50, John Coltrane (sax tenore) Red Garland (pianoforte) Paul Chambers (contrabbasso) e Philly Joe Jones (batteria), il trombettista offre un saggio memorabile di liricità con l’uso innovativo della sordina mentre la sezione ritmica offre gustosissimi stacchi al termine di ogni frase.

Che dire poi di Wes Montgomery che ne ha fatto una meravigliosa riduzione chitarristica. Sembra di essere raggiunti da una cascata soffice e rinfrescante di note singole. Ciò che più stupisce di Montgomery è la sua impareggiabile destrezza nel suonare veloce e pulito nei pezzi lenti senza mai perdere l’atmosfera né cadere in inutili virtuosismi.

In un certo senso è più classicheggiante la versione per tromba e voce con Dizzy Gillespie e Sarah Vaughan. Dizzy (che all’epoca fu responsabile della celebre introduzione che divenne di uso comune) galleggia rilassato sull’armonia con la sua consueta classe, mentre lei sacrifica le parole ed esalta la sonorità con un’ottima sequenza di note basse.

Il testo (che fu composto da Bernie Hanighen poco tempo dopo la musica) viene invece valorizzato da Cassandra Wilson. Qui l’esecuzione si fa più swingante e Cassandra interpreta da par suo allungando e accorciando la melodia a piacimento. Tutto da godere il dialogo tra basso,piano e batteria.

Sono solo alcuni dei tanti meravigliosi modi con cui il jazz ridà forma e vita a una composizione.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà