Orange moon - Erykah Badu

October 11th, 2011

erykah_baduORANGE MOON

ERYKAH BADU

2000

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Una canzone come questa ti catapulta direttamente nel dorato regno della musica soul.

Erykah Badu merita certamente un plauso per quanto fatto negli ultimi 15 anni. Già, perché se oggigiorno sopravvive ancora qualcosa della gloriosa musica soul, della sua ornamentale eleganza, della sua indomita passione, ebbene molto lo si deve ad artisti come lei.

E’ giunta sulla scena in un momento (la metà degli anni ‘90) in cui il soul sembrava un cumulo di macerie, un’imbarazzante accozzaglia di patinate sdolcinatezze e ridondanti virtuosismi vocali. E lei, senza mai perdere la rotta, è stata tra i pochi capaci di traghettarlo incolume in questo nuovo secolo, restituendoci la sua limpida bellezza.

Alle fauci voraci di un’epoca e di un ambito musicale forsennatamente consumista e superficiale, la 40enne di Dallas ha dato in pasto la sua estetica afro, gli abbigliamenti eccentrici, esibendo anche una orgogliosa indipendenza femminile. Però nel frattempo si è presa tutto il tempo per studiare, sperimentare e rifinire una musica ambiziosa e poliedrica che invita implicitamente a ripercorrere gli ultimi 60 anni.

Una musica che pesca a piene mani dal jazz e dall’hip hop, che lambisce il funk e il reggae e che reca ben impressi i segni del blues e dell’r&b più ortodosso. Qua e là si sentono anche gli influssi rilassanti del lounge e del dub e una tendenza a dilatare la canzone verso la jam session.

E’ un paesaggio sonoro ideale per le escursioni canore della Badu. Una voce formidabile, che si scioglie morbida e dolce, che graffia sensuale, che plana sulle note con ritmi irregolari e volteggia sulle melodie con l’intensità e la sicurezza di una Billie Holiday.

Come si diceva, questa “Orange Moon” è davvero un piacere da vivere sulla pelle. Un languido blues dove l’inconfondibile verso dei grilli c’introduce in un ambiente diafano e notturno. L’approccio vocale di Erykah è quanto di più candido e immacolato si possa immaginare.

E così di conseguenza tutti gli altri strumenti: la batteria del talentuoso ?uestlove si muove placida e rarefatta al pari del piano e del flauto traverso. Il contrabbasso jazz, dal timbro pieno e ricchissimo di armonici potenzia l’effetto d’insieme. Pare di stare in un magico limbo che tutto avvolge col suo tepore. Nella seconda parte ogni strumento s’intensifica per poi svanire definitivamente dietro a quella sublime voce che sussurra gioviale la conclusione di quest’ode alla natura.

… almeno fino al prossimo ascolto.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il violino

October 6th, 2011

violino

Questo decimo appuntamento del nostro viaggio tra gli strumenti musicali ha come protagonista il violino.

La sua origine è incerta. Probabilmente deriva da strumenti del Medio Oriente come il rebab. Di certo la sua patria d’adozione è l’Italia (più esattamente Cremona) dove nel corso del sedicesimo secolo, sotto la cura di artigiani esperti, comincia a prendere la forma ed il suono che tutti abbiamo avuto il piacere d’apprezzare.

Nel corso dei secoli saranno proprio gli artigiani italiani a dare i contributi decisivi allo sviluppo dello strumento: sono da ricordare tra gli altri Andrea Amati (1505-1577) e Antonio Stradivari (1644-1737).

Indubbiamente, il suo periodo d’oro si pone tra la fine del periodo barocco e i primi del ‘900. Si può dire che in sostanza un violino sta alla musica colta tanto quanto una chitarra elettrica sta al rock. Ma nel corso del ventesimo secolo esso rivelerà tutte le sue potenzialità anche nel variegato universo della popular music. Proviamo ad avventurarci tra i suoi suoni.

Tanto per gradire, si potrebbe cominciare con un tizio di nome Bob Dylan. Nell’album “Desire” (1976) il violino è una presenza costante. Una presenza che si fa sentire eccome in “One more cup of coffee“, pezzo cantato in duetto con Emmylou Harris ed ulteriormente impreziosito dal violino di Scarlet Rivera.

Scandito da un basso tonante e da un ritmo disteso, il brano in questione è dominato dal violino che esegue un inesauribile lavoro di abbellimento rivisitando la melodia in ogni sua sfaccettatura. Seguendo i dettami di Dylan, il fraseggio non si presta a particolari virtuosismi che danneggerebbero l’atmosfera. Piuttosto si contraddistingue per un incedere languido e pacato che nel corso del memorabile ritornello si fa più flebile giocando sulle note basse.

Di tutt’altro tipo è invece il violino che introduce e prende per mano la dolce “4 Marzo 1943” di un Lucio Dalla particolarmente ispirato. Da un testo della storica dell’arte e illustratrice Paola Pallottino, il musicista emiliano ricava una composizione delicata, dal sapore arcano ed offre un’interpretazione superlativa.

Perfettamente contrappuntato dal basso, qui il violino esegue il famosissimo motivo che si ripete all’inizio d’ogni strofa. Ma procedendo si ode come tutto il comparto degli archi (violini, viole, ecc.) accompagna le diverse frasi portando il climax ad alte vette d’intensità. Questo esempio ci porta alla ovvia, ma sempre attuale, considerazione sull’importanza degli strumenti ad arco nel dare un certo tipo di dimensione eterea alla musica in generale.

Infine con i Who andiamo a navigare nel rock più ortodosso. Lo facciamo con un brano maestoso come “Baba O’Riley” che rappresenta una delle colonne portanti dell’intera storia del rock. Il titolo fa riferimento ai due personaggi a cui si ispira la canzone : Meher Baba per quanto riguarda l’aspetto filosofico e Terry Riley per quello musicale.

Tutto ciò che si sente nei primi 4 minuti basta e avanza per farne un capolavoro, ma quel genio di Keith Moon escogitò un finale che aggiunge un ulteriore tocco di grazia. Infatti a quel punto fa il suo ingresso un violino che, prima sinuosamente, poi sempre più indiavolato, conduce il finale al ritmo di una ballata folk irlandese. Come spesso accade nella tradizione di queste antiche ballad, il ritmo aumenta sempre più febbrilmente fino all’inevitabile e improvvisa chiusura sulla tonica.

Come si dice, una chiusura coi fiocchi!

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

CineMusica - Leone e Morricone, la magnifica coppia

September 30th, 2011

cera_una_volta_il_west

” Vagando tra i sentieri del cinema, a volte capita di imbattersi in film particolari, dove la musica è fonte d’ispirazione vitale, dove c’è molto da vedere e molto da ascoltare.”

C’era una volta il west  

(Italia/Usa - 1968)

Regia : Sergio Leone

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Sergio Leone e Ennio Morricone : c’era una volta la magnifica coppia.

Uno faceva il regista mentre l’altro faceva (e continua a fare) il musicista. Con loro l’unione tra immagine e suono ha raggiunto indimenticabili momenti d’estasi. Momenti di incredibile forza evocativa, capaci d’oltrepassare ogni logica e trascenderla con la purezza e la semplicità proprie dell’arte.

Pochi, forse nessuno, hanno saputo scavare nell’immaginario collettivo quanto la magnifica coppia Leone/Morricone. E “C’era una volta il west” è con ogni probabilità l’apoteosi del duo, l’opera che più d’ogni altra ambisce al raggiungimento di un’ideale sinestesia per lo spettatore.

Quasi 3 ore di pellicola per raccontare l’apocalisse del west. Si celebra la fine di un’epoca e dei loro eroi che escono tutti di scena per lasciare posto alla modernità, al nuovo che avanza. E il nuovo è rappresentato da una donna che è estranea a quel mondo, una tenace Jill interpretata da Claudia Cardinale (mai vidi creatura più divina!)

Ma quando ci si trova di fronte ad un capolavoro, la trama conta poco o nulla. Ciò che conta è la straordinario livello del cast, della sceneggiatura, della fotografia e naturalmente della regia. Leone ammaestra le immagini, e con esse il flusso delle sensazioni, attraverso il suo abituale repertorio fatto di primissimi piani, di campi lunghi e di ampi movimenti di macchina. Ma soprattutto lo fa con una lentezza che è l’essenza stessa del film.

Ed in un contesto simile, ecco che la colonna sonora diventa un fattore talmente importante da rivelarsi decisivo. E così le struggenti musiche di Morricone elevano l’opera ad arte pura, arrivando a fondersi in maniera sublime con le inquadrature. Nella loro ricerca condivisa, Leone e Morricone lavorano sugli spazi meditativi, su lunghi magnetici silenzi alternati ad epiche ed incantatorie musiche. Per averne conferma puoi vedere e ascoltare la scena finale del film.

Il regista dilata le scene facendone risaltare la forza drammaturgica e, contravvenendo ai canoni del genere, realizza di fatto un anti-western, perlomeno esteticamente. Non si contano i colpi da maestro i quali sono perfettamente armonizzati tra loro (il montaggio serrato, il flash-back più volte interrotto, le maestose panoramiche ambientali, i primissimi piani che sostituiscono le parole).

Il musicista dal canto suo sapeva perfettamente di cosa c’era bisogno. Egli stesso racconta di come il regista romano gli raccontava il film nei minimi particolari, descrivendoglielo con una tale minuzia che era come se lo avesse già visto. Così cominciava a comporre ed in seguito Leone portava le musiche sul set e le faceva ascoltare agli attori tenendole come sottofondo durante le scene. Per ognuno dei personaggi Morricone ha composto un tema prestandovi una cura maniacale (per esempio Armonica e Frank presentano lo stesso motivo arrangiato in maniera diversa).

Non ci si può certo dimenticare che da 50 anni a questa parte Morricone ha composto miriadi di colonne sonore cimentandosi in qualsiasi genere cinematografico e musicale. Ma il connubio con Sergio Leone è stato particolarmente felice grazie anche ad una amicizia che li legava sin dai tempi della scuola.

Un’intesa profonda che ha portato a opere come “C’era una volta il west“. Una comunione d’intenti che ci porta in uno stato di pura contemplazione.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

I Jayhawks e la rivisitazione del country

September 25th, 2011

jayhawks_1995

Quante volte capita, in musica come nella vita, di imbattersi in qualcosa o qualcuno di talmente leggero, brioso e spensierato da indurci a ritenerlo per questo stesso motivo superficiale e magari indegno di attenzione.

La forza pressante e perpetua delle associazioni di pensiero, spesso spinge le nostre menti verso errori di questo genere. È bene ricordarlo (specie se ami musiche dure e/o elaborate) casomai ti dovesse capitare di ascoltare una band come i Jayhawks.

Al pari degli Uncle Tupelo, i Jayhawks sono stati tra gli alfieri più fieri ed ispirati del classico country americano di fine secolo. I loro leader indiscussi, Mark Olson e Gary Louris, hanno voluto e saputo restaurare in chiave moderna lo spirito gioviale e malinconico di quelle antiche tradizioni musicali.

Come già ti ho accennato, la leggerezza complessiva delle loro canzoni, non è sinonimo di superficialità né di conformismo. La dolcezza dell’impasto armonico e la ricchezza delle sfumature melodiche sono i segni più evidenti di una tenace ed orgogliosa indipendenza di spirito. Un fatto che non a caso li ha mantenuti nelle zone basse delle classifiche di vendita e decisamente lontani dai circuiti radiofonici.

Le caratteristiche più rilevanti sono la presenza frequente dell’armonica a bocca e dell’organo Hammond ed una notevole omogeneità dei suoni che sono frutto di arrangiamenti sobri ed essenziali. Ma sicuramente il grande punto di forza è l’incredibile armonizzazione delle voci : Olson e Louris si spartiscono equamente i compiti con il canto a due voci, i cori e i controcanti che danno la marcia in più ad ogni composizione.

Attivi sin dalla seconda metà degli anni ‘80, la svolta per i Jayhawks è arrivata nel 1991 quando hanno firmato per la Def American Recordings. La prima metà degli anni ‘90 è foriera di soddisfazioni con un paio di album, “Hollywood town hall” (1992) e “Tomorrow the green grass” (1995), che si impongono (specialmente il primo) come importanti punti di riferimento per il folk americano moderno.

Poi, come spesso accade in questi casi, l’equilibrio della magica coppia Mark Olson/Gary Louris si rompe interrompendo definitivamente l’alchimia della formazione. La carriera del gruppo continua col solo Louris ma si arena verso un pop scialbo e melenso.

Ci restano un pugno di meravigliose canzoni del periodo d’oro meritevoli di essere strappate al buio dell’anonimato. Prova ad esempio ad ascoltare questa “Bad time“, uno dei loro brani più scintillanti.

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Caccia ai tesori sepolti | Posted by Francesco Potestà

Note scolpite nella roccia : breve storia dell’hard rock

September 22nd, 2011

deep_purple_in_rock

Prendi una batteria e un basso che pestano duri, una o più chitarre affilate come lame e una voce possente. Poi  aggiungi a scelta una armonica a bocca o una bella tastiera.

Quello che otterrai sarà probabilmente qualcosa di molto prossimo all’hard rock. Qualcosa di cui la celebre copertina del disco dei Deep Purple qui a fianco, può rappresentare l’immagine ideale.

Al pari del progressive (altro genere contemporaneo derivato dal rock), anche l’hard rock cominciò a svilupparsi verso la fine degli anni ‘60 e conobbe la sua massima espressione nel decennio successivo.

Come già accennato, i suoi tratti distintivi sono facilmente riconoscibili : strumenti che suonano pesanti e rumorosi, timbri sostenuti in cui si tende a saturare il paesaggio sonoro, preponderanza della chitarra elettrica sia in veste ritmica che solista, riff brucianti, ampio utilizzo delle distorsioni, predilezione per le ballate lente e parti vocali ricche di enfasi e urla.

Tutti fattori che a lungo andare hanno indubbiamente mostrato la corda per il limitato bagaglio di possibilità espressive, ma che nel primo periodo (ovvero fino alla metà degli anni ‘70) hanno portato a risultati di straordinario valore artistico.

Com’è facilmente intuibile, l’hard rock irrobustisce il rock’n'roll prima maniera amplificandone i tratti più selvatici e rudi. Ma, a dispetto del termine, il riferimento principale della musica hard è naturalmente il blues che è sempre stato il centro focale di tutte le band del periodo. Di certo non ci si sbaglia dicendo che hard rock è sinonimo di hard blues. Ed è proprio questa anima blues a rappresentare il fattore discriminante tra l’hard rock e ciò che ne conseguirà, ossia l’heavy metal.

Le prime avvisaglie hard si hanno già a metà anni ‘60 quando diversi gruppi d’impronta rhythm & blues inaspriscono ed enfatizzano il loro sound. La patria natia è senza dubbio l’Inghilterra dove con la forte crescita del movimento british blues si creano le condizioni ideali per la formazione di un suono rivoluzionario. Se si esclude la meravigliosa eccezione di Jimi Hendrix (il cui gruppo era per 2/3 britannico), tutti i musicisti che contribuiscono alla nascita dell’hard rock appartengono al vecchio continente. Gruppi come Yardbirds, Who, Rolling Stones, Beatles, Kinks, Jeff Beck Group e soprattutto Cream fanno da anello di congiunzione tra rock & roll classico e hard rock.

Tra il 1969 e il 1970, quello hard è un genere ormai maturo e consolidato. Tra gli altri, si impongono Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple, 3 sensazionali band che diventano da subito le portabandiera del movimento e lo portano ai suoi massimi livelli di ispirazione e profondità. I Led Zeppelin, anche attraverso i decisivi apporti del folk e del progressive, sono quelli che riescono a trarre il massimo dalle potenzialità insite nella musica hard. E mentre i Deep Purple fanno della potenza e della saturazione del suono le loro armi principali, i Black Sabbath portano alle estreme conseguenze la lentezza e la pesantezza dei ritmi blues, dando così vita a quel filone dark che troverà tantissimi seguaci.

Oltre a questi 3 gruppi, la prima metà del decennio vede nascere e affermarsi una gran quantità di complessi che fanno del verbo hard la propria naturale forma d’espressione. Nel gran calderone ribollente di musiche eterogenee troviamo Santana, Alice Cooper, Who, T.Rex, Aerosmith e compagnia bella così come tanti altri gruppi appartenenti al coetaneo movimento progressive che declinano sovente verso territori hard.

In seguito ai primi 5/6 anni di furore creativo, anche l’hard rock inevitabilmente segna il passo. La seconda metà dei ‘70 vede l’ascesa di nuovi protagonisti come AC/DC e Van Halen ma sono gli ultimi fuochi di quello che oramai è un contenitore vuoto a cui è rimasta solo una pallida facciata. Il genere scade repentinamente nei cliché più biechi e banali diventando troppo semplicistico e sterile. Un esercizio calligrafico che comunque si rivela ancora redditizio dal punto di vista commerciale. Giungiamo così ai primissimi anni ‘80 quando, complice anche la rivoluzione punk, il percorso artistico dell’hard rock può ritenersi concluso.

Nel frattempo si impongono nuove forme musicali come il metal che se da un lato riprende in parte l’estetica dell’hard rock, dall’altro ne rappresenta l’antitesi negandone l’essenza rhythm & blues. Poi, negli anni ‘90 salgono alla ribalta generi come il grunge e il post rock che devono molto all’hard rock. Ancora oggi esso si tramanda di generazione in generazione, diluito e sparso tra i meandri dell’era moderna.

E chissà quanti ancora potranno apprezzare quei granitici suoni scolpiti nella roccia.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

Santa Lucia - Francesco De Gregori

September 17th, 2011

francesco_de_gregoriSANTA LUCIA

FRANCESCO DE GREGORI

1976

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Uno come Francesco De Gregori non ha certo bisogno di presentazioni. Ma è un compito arduo e complicato quello di descrivere e riassumere una carriera che abbraccia un quarantennio di musica. Ed infatti non ho nessuna intenzione di farlo, anche perché questa non è la sede adatta. Qui voglio fare una sorta di bizzarro elogio all’importanza delle crisi, degli sbagli che ci permettono d’imparare.

E’ bello ed utile constatare che anche gli artisti più ispirati e lucidi, come lui è, a volte perdono per così dire l’orientamento ed inciampano sui loro stessi passi. D’altronde gli errori costituiscono una parte integrante delle nostre vite ed appartengono a tutti, grandi musicisti compresi.

Tanto per citare un esempio, in una delle sue autocritiche De Gregori ha confidato : “Bufalo Bill” è questa mia croce e delizia: ecco, se potessi probabilmente lo rifarei curando meglio i suoni e gli arrangiamenti. Lo feci in quel modo, scarno ed essenziale, per punirmi di aver fatto “Rimmel” che aveva venduto troppo … roba da matti!

Un’affermazione che strappa un sorriso a noi devoti ascoltatori sia per l’originale forma di autopunizione morale, sia perché l’album in questione forse non è il suo migliore ma è pur sempre un’opera di indubbio valore.

Bufalo Bill” infatti rappresenta un momento di transizione tra la splendida forma compositiva di pura matrice dylaniana e le variazioni timbriche e ritmiche che arricchiranno il suo repertorio da qui in avanti. Ma è anche un lavoro che giunge in un periodo di assoluta ispirazione. Un periodo che dal già citato “Rimmel ” sino ai primi anni ‘80 permetterà al cantautore romano di entrare definitivamente nel gotha del cantautorato italiano.

Pur nella sua discontinuità, è un disco in cui scorrono lampi di bellezza accecante. Al di sopra di tutto si eleva “Santa Lucia“, il brano posto in chiusura e dove in poco più di tre minuti De Gregori ci consegna uno dei vertici assoluti della musica italiana.

L’attitudine scarna ed essenziale giova (eccome) a un pezzo come questo. Bastano il piano e la voce per fargli dispiegare le ali e volare lassù nell’alto dei cieli. Il basso e la batteria entrano solo a metà brano, nel corso dell’ultima strofa.

Poi, man mano che la canzone volteggia in avanti la mia gratitudine sale. I suoni sottili delle chitarre elettriche che procedono appaiate in una geniale e leggerissima asincronia unite a quello imponente dell’organo ampliano a dismisura l’orizzonte.

A incoronare il brano, provvede un testo che è vera e propria poesia. Sono versi capaci di toccare il cuore e aprire la mente a prescindere dalla splendida musica che li sostiene. Una preghiera laica che merita una fedele trascrizione.

Santa Lucia per tutti quelli che hanno gli occhi
e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito
per chi non ha capito.

Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l’anima e le ali.

Per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo
per le persone facili che non hanno dubbi mai
per la nostra corona di stelle e di spine
e la nostra paura del buio e della fantasia

Santa Lucia il violino dei poveri
è una barca sfondata e un ragazzino
al secondo piano che canta ride e stona
perché vada lontano fa che gli sia dolce
anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il sassofono

September 12th, 2011

sassofono

Quest’oggi, il nostro personalissimo viaggio tra gli strumenti musicali ci conduce ai suoni caldi e avvolgenti del sassofono.

Come spesso accade in questi casi, il nome è dovuto al suo inventore Adolphe Sax che lo brevettò il 22 giugno del 1846. Sin da subito fu chiaro che lo strumento apriva nuovi favolosi scenari al mondo della musica.

Il suo suono così particolare è provocato dalle vibrazioni di una sottile ancia di legno mentre la regolazione della sua altezza avviene attraverso dei fori sul corpo dello strumento i quali sono controllati da chiavi.

Nella numerosa famiglia dei sassofoni, i più noti ed usati (in ordine dal più grave al più alto) sono il baritono, il tenore, il contralto (vedi foto) ed il soprano.

Tanto per cominciare cercherò di sedurre le tue preziose orecchie con il jazz di Lester Young. Nelle famose session del 1952 con l’Oscar Paterson Trio, il musicista americano si confronta con diversi celebri standard. Tra le diverse perle troviamo questa “These foolish things” del 1936 che risplende in tutta la sua romantica sensualità.

Innegabilmente, tra le mani di Lester Young il sax tenore ha raggiunto momenti di straordinaria soavità e delicatezza. In particolare, i passaggi dal registro grave all’acuto sono di una fluidità impressionante impedendo in tal modo che l’atmosfera si disperda. In un contesto del genere, il suo stile rilassato calza a pennello mentre i suoi fraseggi pur possedendo un alto grado di sofisticazione risultano sempre perfettamente intellegibili.

Ed adesso una bella scossa dato che passiamo al rock di Bruce Springsteen. Il sassofono di Clarence Clemons è sempre stato un pilastro fondamentale della E Street Band e spesso ha svolto un ruolo di primo piano in molti pezzi del Boss. Un esempio lampante è questa “Spirit in the night“, qui riproposta in una bella versione tratta da un concerto tenuto a Los Angeles nel 1973.

Springsteen è al pianoforte, strumento che nella prima parte di carriera riveste un ruolo centrale nelle sue composizioni come in questo caso. Il sax tenore di Clemons prima suona la melodia di base per poi raddoppiare il basso e completare i versi con deliziosi fraseggi. Nell’assolo si concede le più tipiche divagazioni blues assecondando il mood del brano.

Infine ho scelto il David Bowie di “Neukoln“, uno dei meravigliosi strumentali contenuti nello spettrale ed epico “Heroes” del 1977. Il sassofono ha potenzialità espressive illimitate ed effettivamente in questo brano si possono apprezzare caratteristiche e modalità d’esecuzione magari meno conosciute, ma di gran fascino.

Il sintetizzatore domina un paesaggio sinistro ed inquietante fino a quando viene squarciato (e sublimato) da un sassofono contralto suonato dallo stesso Bowie che audace come non mai, si lancia in una serie di assolo stranianti. Una performance sbalorditiva, fatta di dissonanti melodie dai sapori mediorientali e da una ricerca timbrica esasperata che scava tra le note basse prima di concludere in un lacerante mugolio.

Un finale forse bizzarro … probabilmente spiazzante … sicuramente geniale.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà