ERYKAH BADU
2000
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Una canzone come questa ti catapulta direttamente nel dorato regno della musica soul.
Erykah Badu merita certamente un plauso per quanto fatto negli ultimi 15 anni. Già, perché se oggigiorno sopravvive ancora qualcosa della gloriosa musica soul, della sua ornamentale eleganza, della sua indomita passione, ebbene molto lo si deve ad artisti come lei.
E’ giunta sulla scena in un momento (la metà degli anni ‘90) in cui il soul sembrava un cumulo di macerie, un’imbarazzante accozzaglia di patinate sdolcinatezze e ridondanti virtuosismi vocali. E lei, senza mai perdere la rotta, è stata tra i pochi capaci di traghettarlo incolume in questo nuovo secolo, restituendoci la sua limpida bellezza.
Alle fauci voraci di un’epoca e di un ambito musicale forsennatamente consumista e superficiale, la 40enne di Dallas ha dato in pasto la sua estetica afro, gli abbigliamenti eccentrici, esibendo anche una orgogliosa indipendenza femminile. Però nel frattempo si è presa tutto il tempo per studiare, sperimentare e rifinire una musica ambiziosa e poliedrica che invita implicitamente a ripercorrere gli ultimi 60 anni.
Una musica che pesca a piene mani dal jazz e dall’hip hop, che lambisce il funk e il reggae e che reca ben impressi i segni del blues e dell’r&b più ortodosso. Qua e là si sentono anche gli influssi rilassanti del lounge e del dub e una tendenza a dilatare la canzone verso la jam session.
E’ un paesaggio sonoro ideale per le escursioni canore della Badu. Una voce formidabile, che si scioglie morbida e dolce, che graffia sensuale, che plana sulle note con ritmi irregolari e volteggia sulle melodie con l’intensità e la sicurezza di una Billie Holiday.
Come si diceva, questa “Orange Moon” è davvero un piacere da vivere sulla pelle. Un languido blues dove l’inconfondibile verso dei grilli c’introduce in un ambiente diafano e notturno. L’approccio vocale di Erykah è quanto di più candido e immacolato si possa immaginare.
E così di conseguenza tutti gli altri strumenti: la batteria del talentuoso ?uestlove si muove placida e rarefatta al pari del piano e del flauto traverso. Il contrabbasso jazz, dal timbro pieno e ricchissimo di armonici potenzia l’effetto d’insieme. Pare di stare in un magico limbo che tutto avvolge col suo tepore. Nella seconda parte ogni strumento s’intensifica per poi svanire definitivamente dietro a quella sublime voce che sussurra gioviale la conclusione di quest’ode alla natura.
… almeno fino al prossimo ascolto.
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