Viaggio tra gli strumenti musicali : il sassofono

September 12th, 2011

sassofono

Quest’oggi, il nostro personalissimo viaggio tra gli strumenti musicali ci conduce ai suoni caldi e avvolgenti del sassofono.

Come spesso accade in questi casi, il nome è dovuto al suo inventore Adolphe Sax che lo brevettò il 22 giugno del 1846. Sin da subito fu chiaro che lo strumento apriva nuovi favolosi scenari al mondo della musica.

Il suo suono così particolare è provocato dalle vibrazioni di una sottile ancia di legno mentre la regolazione della sua altezza avviene attraverso dei fori sul corpo dello strumento i quali sono controllati da chiavi.

Nella numerosa famiglia dei sassofoni, i più noti ed usati (in ordine dal più grave al più alto) sono il baritono, il tenore, il contralto (vedi foto) ed il soprano.

Tanto per cominciare cercherò di sedurre le tue preziose orecchie con il jazz di Lester Young. Nelle famose session del 1952 con l’Oscar Paterson Trio, il musicista americano si confronta con diversi celebri standard. Tra le diverse perle troviamo questa “These foolish things” del 1936 che risplende in tutta la sua romantica sensualità.

Innegabilmente, tra le mani di Lester Young il sax tenore ha raggiunto momenti di straordinaria soavità e delicatezza. In particolare, i passaggi dal registro grave all’acuto sono di una fluidità impressionante impedendo in tal modo che l’atmosfera si disperda. In un contesto del genere, il suo stile rilassato calza a pennello mentre i suoi fraseggi pur possedendo un alto grado di sofisticazione risultano sempre perfettamente intellegibili.

Ed adesso una bella scossa dato che passiamo al rock di Bruce Springsteen. Il sassofono di Clarence Clemons è sempre stato un pilastro fondamentale della E Street Band e spesso ha svolto un ruolo di primo piano in molti pezzi del Boss. Un esempio lampante è questa “Spirit in the night“, qui riproposta in una bella versione tratta da un concerto tenuto a Los Angeles nel 1973.

Springsteen è al pianoforte, strumento che nella prima parte di carriera riveste un ruolo centrale nelle sue composizioni come in questo caso. Il sax tenore di Clemons prima suona la melodia di base per poi raddoppiare il basso e completare i versi con deliziosi fraseggi. Nell’assolo si concede le più tipiche divagazioni blues assecondando il mood del brano.

Infine ho scelto il David Bowie di “Neukoln“, uno dei meravigliosi strumentali contenuti nello spettrale ed epico “Heroes” del 1977. Il sassofono ha potenzialità espressive illimitate ed effettivamente in questo brano si possono apprezzare caratteristiche e modalità d’esecuzione magari meno conosciute, ma di gran fascino.

Il sintetizzatore domina un paesaggio sinistro ed inquietante fino a quando viene squarciato (e sublimato) da un sassofono contralto suonato dallo stesso Bowie che audace come non mai, si lancia in una serie di assolo stranianti. Una performance sbalorditiva, fatta di dissonanti melodie dai sapori mediorientali e da una ricerca timbrica esasperata che scava tra le note basse prima di concludere in un lacerante mugolio.

Un finale forse bizzarro … probabilmente spiazzante … sicuramente geniale.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

White room - Cream

August 31st, 2011

creamWHITE ROOM

CREAM

1968

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Oggi ho voglia di qualcosa di buono!

Decido di usare il giradischi … ogni tanto va usato altrimenti prende polvere e si arrugginisce.

Dopo aver gettato un rapido sguardo al reparto vinili scelgo i Cream … il piatto comincia a girare … la puntina scorre.

S’odono una viola e una chitarra intrecciate in un unico indissolubile suono … e dei timpani che scandiscono il tempo a intervalli regolari … sembra l’inizio di una sinfonia.

Poi un colpo deciso di grancassa ed ecco che parte un portentoso hard blues … potente e suggestiva come non mai, la contaminazione tra i generi non era mai stata così audace e ben amalgamata.

Ascolto e penso che oltre ad aprire nel migliore dei modi lo strepitoso doppio album “Wheels of fire” (1968), “White room” è anche un palcoscenico ideale per esaltare le doti di Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker, 3 autentici fuoriclasse dei rispettivi strumenti.

Eric Clapton, cresciuto a pane e blues, tira fuori un paio di assolo memorabili condendo il tutto con gli effetti ottenuti dalla pedaliera wha-wha. Jack Bruce fa del basso un secondo strumento solista creando le fondamenta con linee melodiche di qualità superlativa, mentre il suo canto offre un vigore ed una duttilità che son cosa assai rara. Infine Ginger Baker alla batteria completa il quadro con il suo stile jazzistico, i timbri secchi ed una innata propensione alla sperimentazione libera.

I Cream furono un triangolo equilatero perfettamente bilanciato, i cui fragili equilibri interni furono la forza ed il limite di una breve ed irripetibile stagione. Dopo tre anni d’attività, l’addio venne ufficializzato in un concerto tenuto alla Royal Albert Hall il 26 novembre 1968.

Sospesa tra blues e hard-rock, sempre colma di riferimenti psichedelici, la loro arte rappresenta una delle vette di quest’ultimo secolo di musica.

Un rifugio sicuro se ti viene voglia di qualcosa di buono!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Letture : Daniel J. Levitin - Fatti di musica

August 25th, 2011

levitin_fatti_di_musica

Sei appassionato sia di musica che di scienza e desideri leggere un saggio musicale di qualità? Ebbene, allora molto probabilmente “Fatti di musica, la scienza di un’ossessione umana” di Daniel J. Levitin è il libro che fa al caso tuo.

Edito nel 2006, questo è un libro che, pur soffrendo di una traduzione approssimativa, si sofferma in maniera equanime sul potere emotivo e sulla visuale scientifica applicati alla musica. Inoltre offre uno scenario generale sugli ultimi progressi della neuroscienza in campo musicale, settore che è ampiamente trascurato da noi in Italia.

Negli ultimi decenni, la neuroscienza si è aperta a un ambito che è sempre stato di esclusiva natura artistica. E, tra i vari studiosi/scrittori, Levitin ha avuto la fortuna di essere tra i pochissimi le cui opere siano state tradotte in Italia.

Dopo una carriera come musicista rock, produttore musicale, ingegnere del suono e consulente tecnico di artisti come Steely Dan, Grateful Dead, Santana e Chris Isaak, Levitin si è dedicato alla ricerca cognitiva e alle neuroscienze. Ritengo che il merito maggiore di quest’opera, come viene sottolineato nella presentazione, consiste nel far convivere con semplicità e rigore l’approccio artistico e quello scientifico. Nel fornire le sue considerazioni, saggiamente l’autore non dimentica mai di far ricondurre il tutto al naturale ed intrinseco valore artistico del mondo delle 7 note.

A confortare gli scettici che, come il sottoscritto, non si esaltano di fronte ad una lettura scientifica e metodica di ciò che sarebbe di competenza dell’Arte con la A maiuscola, ci pensa lo stesso autore nel chiarire le motivazioni di fondo dello scritto. Lo fa introducendoci alla lettura con una splendida citazione tratta da Robert M. Sapolsky: “Io amo la scienza e mi addolora pensare che così tante persone ne siano terrorizzate o credano che sceglierla significhi escludere la compassione, o l’arte, o il timore reverenziale per la natura. La scienza non è fatta per curarci dal mistero, ma per reinventarlo e rinvigorirlo“.

L’opera affronta, ma sarebbe meglio dire introduce, diversi temi di notevole importanza. Si parte da alcune conoscenze di base necessarie al neofita per poi passare all’esposizione delle aree celebrali coinvolte dalla musica, al tema interessantissimo delle aspettative che si generano in chi ascolta, alle teorie sulla memoria e sul modo di categorizzare, al rapporto tra connessioni neuronali ed emozioni, ai processi per diventare esperti musicali, alla formazione del gusto personale e al ruolo svolto dalla musica nella storia dell’uomo.

Il libro fornisce anche molti altri spunti interessanti tra i quali segnalo, in appendice, un paio di interessanti raffigurazioni che ci mostrano come sia distribuita lungo tutto il cervello l’elaborazione della musica.

Una volta ultimata la lettura resta la sensazione di aver semplicemente girato in cerchio (e se fosse una spirale?) ma comunque sia il viaggio è stato gradevolissimo e utile. Per dirla con le parole di Sting, “la musica sembra essere allo stesso tempo ostinata, evasiva e sfuggente, al punto che più cose scopriamo più ne rimangono da conoscere, e per quanto scaviamo a fondo, il suo potere e il suo mistero restano intatti. Il libro di Daniel è un’esplorazione profonda e suggestiva di questo paradosso.

Nel 2009, sempre per la casa editrice Codice, è uscito il suo nuovo lavoro “Il mondo in 6 canzoni“, un altro saggio tradotto in italiano che si avvale di collaborazioni prestigiose: Sting, Paul Simon, David Byrne e Joni Mitchell.

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Educazione & Cultura | Posted by Francesco Potestà

La geografia della musica popolare : America

August 21st, 2011

cartina_america

Il sesto appuntamento con le musiche popolari del mondo ci porta in America. Si è detto e scritto molto sulla fondamentale importanza che l’America riveste nella musica moderna dell’ultimo secolo.

Qui cercheremo più che altro di soffermarci su ciò che successe in precedenza e sulle antiche tradizioni popolari che si sono preservate fino ad oggi.

E’ indubbio che la ricchezza e la forza espressiva delle musiche popolari d’America non hanno eguali e ciò è dovuto in larghissima parte all’ampia ed ininterrotta sovrapposizione di culture che vi si sono diffuse dal 16° secolo in avanti : in particolar modo quella europea e quella africana.

Comunque sia, in tutto il continente americano sono rintracciabili musiche tradizionali risalenti all’epoca precolombiana. Tra di esse quelle che si sono conservate meglio, sono patrimonio di gruppi un tempo nomadi dell’America del nord oppure di popolazioni isolate dell’America centrale, dell’Amazzonia o delle estreme regioni dell’America meridionale.

Uno dei principali tratti distintivi di queste musiche primitive era la pressoché totale assenza di strumenti a corda. Il canto era la pratica principale e veniva perlopiù accompagnato da semplici strumenti a sonagli o a fiato. Inoltre la struttura musicale si basava generalmente su un sistema pentatonico. Lo sviluppo più rilevante si ebbe soprattutto nell’America centrale per merito di civiltà come quelle dei Maya, degli Aztechi e delle popolazioni andine.

Com’è facilmente intuibile dal 1492 in poi lo scenario musicale del continente muta radicalmente. Durante l’epoca coloniale, vennero introdotti melodie popolari e strumenti europei. Oltre all’evidente dominio politico e militare, anche l’ampiezza delle possibilità sonore e la generale superiorità tecnica dei musicisti, favorirono in modo determinante la diffusione delle musiche europee. A ciò si deve aggiungere la repressione culturale operata dalla chiesa contro i pagani che contribuì ulteriormente alla scomparsa di numerose musiche tradizionali.

Poi, nei secoli successivi, furono gli africani ridotti in schiavitù a contribuire in maniera determinante alla formazione musicale del continente. Vi importarono gli strumenti, le danze e la grande ricchezza ritmica della loro musica. Se nell’America settentrionale questo ha dato origine a forme musicali specifiche (spiritual, blues e jazz), al centro e al sud del continente si sono diffuse numerosissime danze dai ritmi più svariati dove dominano strumenti come la marimba.

Gli Stati uniti in particolare conobbero una ricchezza e una varietà senza precedenti nella storia della musica popolare. Le prime 13 colonie costituite erano possedimenti inglesi e questo fatto contribuì a fare della cultura anglosassone un pilastro fondamentale per lo sviluppo della musica popolare americana. In particolare, nel periodo successivo alla guerra civile vi fu una generale fioritura delle arti.

Questo in sintesi è l’itinerario della musica popolare americana fino all’inizio del 20°secolo. Da qui in avanti, con l’avvento dei moderni mezzi di comunicazione, comincerà a diffondersi in tutto il mondo l’odierna popular music.

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Move it on over - Hank Williams

August 10th, 2011

hank_williamsMOVE IT ON OVER

HANK WILLIAMS

1947

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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L’articolo di quest’oggi è dedicato ad Hank Williams, uno dei più grandi musicisti del secolo trascorso. Se vi è un artista a cui è particolarmente adatta l’abusata definizione di ‘genio e sregolatezza’, ebbene si tratta certamente di Hank.

E’ stato detto e scritto molto sulla sua vita: dalla prematura morte giunta il 1 Gennaio del 1953 in una Cadillac presa a nolo, alle leggendarie sbornie che non si faceva mai mancare, dalle burrascose avventure sentimentali, alla morfina e agli antidolorifici che assumeva per il mal di schiena causato dalla spina bifida.

Ma se la sregolatezza fa notizia perchè crea sempre un interesse morboso, qui vorrei occuparmi del genio che oggi, a oltre mezzo secolo dalla sua morte, risalta ancora di più. Un genio messo in luce da una musica intramontabile, colma di invenzioni timbriche, armoniche e melodiche che continuano a fare scuola e di canzoni che da allora ad oggi sono state riprese un’infinità di volte da tantissimi artisti.

Personalità centrale del ‘900 musicale americano, per molti versi Williams rappresenta in modo esemplare il passaggio dalla musica tradizionale a quella moderna. Di certo è stato uno dei più importanti punti di riferimento per i fondatori del rock’n'roll negli anni ‘50.

L’esempio più efficace di ciò è rappresentato da “Move it on over“, il pezzo che incide nel 1947 e con il quale inaugura il contratto appena stipulato con la Metro-Goldwyn-Mayer Records.

Move it on over” è una chiara testimonianza del fatto che Hank faceva del rock’n'roll già molto tempo prima che fosse chiamato con quel nome. Lo si può sentire dalla struttura armonica, dall’andatura della melodia e dai contrappunti vocali del coro.

Ma qui si sente anche il suo amore per il country con quegli interventi del violino, con le svisate della steel guitar sia al termine dei versi sia negli assoli. E come se non bastasse c’è anche la chitarra elettrica perché uno come Hank Williams non si fa e non ci fa mancare proprio niente.

Tra il ‘47 e il ‘52, nell’arco di 6 anni Hank Williams si è rivelato un musicista stratosferico. Basterebbe menzionare le indimenticate esibizioni al Gand Ole Opry o la formazione dei Drifting Cowboys o ancora l’invenzione di “Luke The Drifter” (Luke il Vagabondo), il soprannome con cui incideva le canzoni dai temi più spinosi.

Ma basterebbe soprattutto la raccolta delle sue canzoni che risplendono in tutta la loro vivida e semplice bellezza.

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà

Viaggio tra gli strumenti musicali : il contrabbasso

August 2nd, 2011

contrabbasso

Oggi ci occupiamo del contrabbasso che, a parte rarissime eccezioni, è quello che possiede il suono più grave tra gli strumenti ad arco.

I due modi principali di suonare un contrabbasso sono a) utilizzare l’attrito che produce un archetto di legno su cui è montato del crine di cavallo oppure b) pizzicare con le dita della mano le corde dello strumento.

L’uso dell’archetto ha una lunga storia che si dipana nel corso dei secoli attraverso grandi compositori come Mozart, Beethoven e Wagner. L’uso delle dita invece risale soprattutto all’ultimo secolo quando nella popular music, e in particolar modo nel jazz, si è diffuso questo modo di suonare.

Ed è proprio nel jazz che il contrabbasso ha avuto le possibilità di maggior espressione, andando sovente a svolgere il ruolo di solista oltre a quello dell’abituale accompagnamento.

Per quanto riguarda la sua origine, se ne sono rintracciate le prime testimonianze intorno al 1500 ma è possibile che diversi esemplari possano essere esistiti anche prima. Ed ora passiamo in rassegna alcuni brani in cui il contrabbasso è protagonista.

Il primo autore da citare in questo caso è quasi d’obbligo: Charles Mingus. Oltreché validissimo contrabbassista, Mingus è stato indubbiamente uno dei più grandi compositori nella storia del jazz. Pubblicata nel 1959, “Fables of faubus” è solo una delle tante tracce geniali che ci ha lasciato in dote questo artista.

E’ una delle più belle composizioni del cappellaio matto, con una melodia che si muove sinuosa e ironica. Qui si può apprezzare il walking bass, modo di suonare tipico del jazz così chiamato perché le note si susseguono una dopo l’altra come fanno i piedi quando si cammina. Strumento fondamentale nell’impalcatura generale, il contrabbasso sostiene e spesso fa da guida lungo una serie di figure ritmiche e melodiche strepitose e dopo 6 minuti si concede anche un pregevolissimo assolo.

Restando in ambito jazz viene altrettanto facile richiamare alla mente Bill Evans al piano, Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria o per farla breve il Bill Evans Trio, una delle più celebri e talentuose formazioni di sempre. Basterebbe ascoltare questa “Waltz for Debby” del 1961 e tratta dalle storiche registrazioni dal vivo al Village Vanguard. L’omonimo album è anche l’ultimo per La Faro a causa della prematura morte in un incidente automobilistico.

Qui è ben udibile il metodo di composizione improvvisata del trio ed è palpabile la forte empatia che unisce i musicisti. Piano e contrabbasso introducono la composizione raddoppiandosi dopodiché Evans si lancia nell’improvvisazione, mentre La Faro crea infinite variazioni sulla linea melodica di base. Le improvvisazioni di La Faro durante gli assolo sono celebri per la loro arditezza e questo è dovuto principalmente al fatto che il contrabbassista ambisce al massimo della liricità possibile.

In chiusura ho scelto i Pentangle, magnifica band folk-rock britannica qui impegnata in una versione di “Light flight” del 1970 per una trasmissione live alla BBC. Il brano atipico con tempo composto di 5/8 e 7/8 a cui si alterna un 6/4 è più di un indizio sulle ascendenze jazz della sezione ritmica.

Oltre alla voce di Jacqui McShee e a due maestri della chitarra acustica come John Renbourn e Bert Jansch, il gruppo deve la propria buona dose di originalità anche a Terry Cox (batteria) e Danny Thompson (contrabbasso). Quest’ultimo, oltre a fornire il ritmo, arricchisce il brano in molti modi : accompagnando la melodia, raddoppiando la chitarra e dando profondità ad ogni passaggio mentre in altri pezzi esegue dei folgoranti assolo.

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Ascolto attivo | Posted by Francesco Potestà

I heard it through the grapevine - Marvin Gaye

July 30th, 2011

marvin_gayeI HEARD IT THROUGH THE GRAPEVINE

MARVIN GAYE

1968

*per ascoltare clicca sul titolo del brano

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Dove sta il confine tra libera espressione artistica ed esigenze economiche di una casa di produzione? E’ una domanda stimolante ed insolubile che nel corso della storia ha riservato non poche sorprese tra celebri sabotaggi e annose diatribe legali.

Di certo la vicenda artistica di Marvin Gaye, uno dei più grandi soulman di sempre, è emblematica di questo ineludibile confronto-scontro tra ‘disinteresse artistico’ e ‘interesse economico’.

La musica di Marvin Gaye è indissolubilmente legata all’etichetta Motown di Berry Gordy, una macchina economica capace di sfornare hit da classifica per oltre un decennio. In questo caso la collaborazione tra le parti in causa non si ruppe ma andò avanti tra mille difficoltà per quasi tutta la sua carriera.

Lo spirito indipendente ed il desiderio di libera espressione del nostro stridevano nettamente con la rigida struttura aziendale messa in piedi da Gordy. Parecchie volte vi furono scintille e, per nostra fortuna, Gaye riuscì nei primi anni ‘70 a conquistarsi l’indipendenza artistica necessaria per incidere capolavori come “What’s going on” e “Let’s get it on” che sono autentiche pietre miliari del ‘900 americano.

E così dal pop romantico e melenso degli anni ‘60 in tipico stile Motown, Marvin Gaye vira verso una musica ben più matura e profonda tanto nei suoni che nelle tematiche, senza per questo perdere una briciola del suo proverbiale appeal vocale.

I Heard It Through The Grapevine” è la classica canzone a metà strada tra queste due fasi della sua carriera e per intensità e suggestione si eleva e si discosta nettamente dalle altre produzioni Motown dell’epoca. Scritta da Norman Whitfield e Barrett Strong nel 1966, ebbe una gestazione travagliata passando di mano in mano tra i vari artisti della scuderia, finché Marvin Gaye non la fece definitivamente sua. Venne pubblicata nel 1968 e, manco a dirlo, il successo fu clamoroso. E pensare che Berry Gordy non la riteneva adatta ad essere pubblicata.

Fu anche grazie a canzoni come questa che Marvin accumulò il credito necessario per svincolarsi dalle pressioni della casa discografica ed ottenere piena libertà d’azione.

Questa versione è tratta dal concerto di Montreaux del 1980, ovvero una delle sue performance migliori. Un concerto pulsante, carico di adrenalina, in cui risaltano le percussioni e con uno stile funkeggiante in bella evidenza. E’ reperibile su dvd e doppio cd targati Eagle Records.

In questo pezzo reso lussureggiante dalla nutritissima quantità di strumentisti e coristi, Gaye gioca e improvvisa sul formidabile groove di base riuscendo ad affrontare gli sbalzi dall’acuto al falsetto con la sicurezza e la classe che lo hanno sempre contraddistinto. Solo lui sa rendere il senso di inquietudine e confusione che traspare dal testo.

Per concludere mi concedo un’ultima nota di colore : la giacca rossa che Marvin indossa nel video è davvero favolosa! La voglio anch’io!

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Il canzoniere | Posted by Francesco Potestà