FABRIZIO DE ANDRE’
1981
*per ascoltare clicca sul titolo della canzone
______
L’arte, la vera arte, non si cura del tempo.
Arte come quella del grande Fabrizio De André, protagonista indiscusso del ‘900 musicale.
A oltre 10 anni dalla sua scomparsa, il ricordo che ci lascia rimane immutato, sospeso in un immaginario fantastico, cristallizzato in un ideale di purezza poetica ed artistica che non concede il minimo spazio agli eventi transitori e superficiali dell’esistenza.
Se poi andiamo a spulciare tra i numeri della sua carriera, troviamo che in quasi 40 anni ha pubblicato solo 13 album in studio, ha suonato relativamente poco dal vivo (12 tour) e non è stato di certo uno che amava pubblicizzare ciò che faceva. Eppure, anzi proprio per questo, le sue opere sono come macigni d’altissimo spessore che hanno tracciato un solco indelebile nella musica italiana e mondiale.
Che dire … è stato gigante fra i giganti. Per l’intensità, l’ironia, la coerenza e la varietà del suo percorso musicale, per l’interesse e la rivalutazione di musiche poco conosciute e di classi sociali emarginate. Per la lucidità con cui sapeva scegliere i suoi collaboratori e la capacità di coordinare e indirizzare il loro talento. Per il suo linguaggio trasversale, costantemente e poeticamente fuori dagli schemi, volto a valorizzare i dialetti e a distruggere le convenzioni di qualunque genere esse fossero.
Un uomo non allineato, vissuto in direzione ostinata e contraria (come recita il titolo di una splendida antologia postuma), ‘fuori dal branco’ come amava dire e soprattutto un artista che affrontava il suo lavoro con un’intelligenza ed un distacco senza eguali.
Un ottimo libro per approfondire la conoscenza dell’uomo, del suo pensiero, dell’atmosfera che lo circondava e del suo straordinario percorso artistico è “De Andrè Talk - le interviste e gli articoli della stampa d’epoca” un volume di oltre 400 pagine curato da Claudio Sassi e Walter Pistarini.
Invece un ottimo modo (uno dei tanti) per rifarsi le orecchie è “Fiume Sand Creek“, la sublime ballata folk che ricorda appunto la strage del Sand Creek, uno dei più famosi massacri nei confronti dei nativi americani. Il brano è contenuto nel decimo e omonimo album, uno tra i più belli che abbia mai inciso e conosciuto da tutti come “L’indiano” per la copertina che ritrae un pellerossa a cavallo.
Nel testo l’io narrante è un bambino che racconta l’avvenimento a modo suo. Attraverso questo procedimento narrativo De André può liberare la sua inimitabile vena poetica piena di immagini delicate e profonde (”Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso; il lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso“).
Anche grazie al contributo di Massimo Bubola, questo pezzo possiede un grado di coinvolgimento e di intensità spaventosi .
La sua alchimia viene definitivamente sublimata dallo splendido coro a bocca chiusa.
Questa versione dal vivo è tratta dal tour di “Anime salve”.
Vien la pelle d’oca … grazie Faber!
______





Ultimi commenti