PEARL JAM
2002
*per ascoltare clicca sul titolo della canzone
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“… mi raffiguro a ogni respiro che possiedo solo la mia mente …
… il dolore cresce quando il dolore viene negato …
… siamo tutti differenti dietro agli occhi, non serve nasconderlo …
… so che sono nato e so che morirò, ma ciò che sta in mezzo è mio. Io sono mio.”
Sono frammenti sparsi tratti da “I am mine“. Chissà, forse nemmeno Eddie Vedder sa come gli è venuto fuori questo magico connubio tra parole e musica.
Comunque sia, trattando di temi universali, è un brano che centra subito il bersaglio. Colpisce sia alla mente che al cuore e lo fa in maniera davvero semplice. E’ di certo uno dei pezzi più diretti e incisivi dei Pearl Jam, buono anche per chi non ha mai avuto a che fare con il rock di Seattle e dintorni.
Il testo è ispirato come non mai ed è uno dei più riflessivi tra quelli composti da Eddie Vedder (fu scritto di getto nel 2000 all’indomani della tragedia di Roskilde in Danimarca quando durante una loro esibizione morirono schiacciati 9 ragazzi).
Come ricorda Matt Cameron, la strepitosa combinazione tra le liriche e la melodia conquistò subito tutti i membri della band. Per questo, la registrazione del pezzo venne fuori in maniera rapida e spontanea. L’unico tocco aggiuntivo è un semplice e brevissimo solo di chitarra alla fine.
La canzone fu scelta come primo singolo di “Riot act“, un disco ripiegato su un folk di maniera che pare essere davvero poco convincente rispetto al resto della loro produzione. Il segnale di un inevitabile e fisiologico prosciugarsi del flusso creativo. Ma dopo un decennio abbondante pieno di lavori fondamentali (“Ten” e “Vs”), di valorose sperimentazioni (“Vitalogy” e “No code”), di album sottovalutati (“Yeld”) e registrati con nuove tecniche (“Binaural”), questo è un fatto più che comprensibile.
Ad ogni modo, il messaggio che lancia questo gioiello è chiaro. “I am mine” vuole metterci a confronto con noi stessi, con la nostra vita interiore, riuscendo a rassicurarci e a responsabilizzarci allo stesso tempo …
… ed è una delle ballate più toccanti del nuovo millennio dimostrando che, se si vuole, si può ancora fare del buon rock d’autore in questo primo enigmatico scorcio del 21° secolo.
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