
Nella lingua inglese capita molto spesso di trovare la ‘k’ finale per dare un senso dispregiativo alla parola usata. E’ il caso della muzak, un’espressione gergale che sta a indicare una musicaccia di facile ascolto e poco valore.
Questo è il suo utilizzo odierno, ma all’origine di questa parola vi è qualcosa di molto più profondo e significativo, qualcosa che oggi ha larghissima diffusione e domina le nostre esistenze.
La sua nascita risale al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale e proviene dalla Muzak Holdings LLC, una società americana fondata nel 1934 e specializzata nella produzione di musica da sottofondo. Basta su presunti studi scientifici, questa musica veniva destinata a qualunque luogo pubblico o luogo di lavoro con lo scopo di aumentare il rendimento lavorativo e renderlo costante nel tempo.
Fu molto utilizzata durante la seconda guerra mondiale nelle fabbriche di munizioni e anche il dittatore Franco la faceva trasmettere abitualmente su Radio Madrid. Da allora la muzak ne ha fatta di strada dato che oggi è ovunque, seppure in forme diverse e a volte irriconoscibili.
Ci ha lasciato un’eredità pesante. Una sarabanda ininterrotta di suonerie e centralini telefonici, jingle pubblicitari, altoparlanti a bassissima fedeltà, musica non stop nei locali pubblici ecc. Insomma, quasi ovunque la musica ci viene ‘vomitata’ addosso nei momenti più impropri. Momenti in cui dovremmo concederci un pò di pace e riflessione e che invece vengono chiamati intervalli o ‘tempi morti’ proprio per non interrompere questa sarabanda dello stordimento.
I suoi tentacoli possono raggiungerci sempre e in ogni luogo ed avvolgerci con un sottile controllo emotivo. E così, anestetizzato e controllato, l’ascoltatore ignora l’esistenza di questa forma di marketing sonoro fino a diventarne completamente succube.
Questa invadente marmellata acustica generalmente è composta da 1) frequenze medie che necessitano di un’amplificazione minima senza perdere molto nella definizione dei suoni e 2) riconoscibilità nella linea melodica, nella continuità ritmica e nel repertorio convenzionale finalizzati a creare un senso di familiarità.
Come ha sottolineato Umberto Eco giusto un anno fa sulle pagine dell’Espresso, è un ‘orribile bagno amniotico che svilisce l’arte’. La situazione è chiara : oltre al più volte citato inquinamento acustico, si va ad aggiungere anche l’inquinamento musicale (con in prima linea il fenomeno dell’heavy rotation ed i suoi relativi tormentoni).
Risultato? La considerazione per le nostre povere orecchie è ampiamente sotto lo zero. La muzak è sempre stata una subdola e perciò potentissima invasione dello spazio e dei diritti dell’individuo. La musica è un vero dono solo quando viene scelta e non subita, altrimenti diventa dannosa.
Sembra che la tecnologia stia studiando nuove soluzioni, come le casse unidirezionali in grado di diffondere il suono con precisione millimetrica, come un fascio di luce. Ma nel frattempo è necessario correre ai ripari in prima persona per preservare la tua salute psico-fisica.
La mobilitazione via internet è già in atto, come sul sito inglese www.nomuzak.co.uk che oltre a dispensare consigli, indica una lista completa di luoghi da evitare. Fornisce informazioni su negozi, aziende e servizi pubblici che utilizzano musica d’ambiente negli spazi occupati dai loro clienti e incoraggia a denunciare ogni sorta di abuso.
Sono segnali incoraggianti di un rinnovato interesse per questo argomento che ho approfondito e sviscerato nell’essential-book “I semi dell’armonia musicale“.
Soprattutto ricorda : non farti mai imporre la musica da nessuno!
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