
Muddy Waters una volta disse : “Il blues ebbe un bambino che chiamarono rock’n'roll “.
Quella evocata dal leggendario bluesman di Chicago è un’immagine semplice e tenera che chiarisce bene quali sono le fonti del rock’n'roll.
Delle sue origini (come è nato e come si è diffuso) ho già scritto in “La lunga vita del rock’n'roll“. Qui desidero ripercorrere le principali tappe successive.
Per dirla alla Muddy Waters, vediamo come il bambino è diventato adulto e come ha speso il resto della sua vita.
LA SVOLTA DEL 1965
Nei primi anni ‘60 il rock’n'roll langue. Quella stessa musica che aveva repentinamente stravolto il decennio precedente comincia a diradare, a scolorire altrettanto in fretta.
Accade che l’industria musicale, con in prima fila l’ASCAP (la società degli editori), si adopera per restaurare il controllo del mercato addomesticando quell’energia primitiva in un pop preconfezionato e perbenista. Nel frattempo per svariati motivi (incidenti mortali, conversioni religiose, detenzioni carcerarie, scandali e servizi militari) si assiste al declino irreversibile di quasi tutti i suoi principali protagonisti.
Ma in realtà il rock’n'roll è vivo e vegeto; sta solo attraversando un periodo di assimilazione. Sotto le ceneri infatti cova un fuoco rivoluzionario.
Ogni musicista d’America sta imparando la lezione del rock’n'roll : i cantautori folk e blues ne sentono sempre più l’influenza mentre i ragazzi lo suonano appena possono, specie nei garage di casa (da qui deriverà il termine garage rock, sorta di antenato del punk). E’ un’onda lunga che si fa sentire con ancora più efficacia al di là dell’oceano, in Gran Bretagna, dove si cominciano a formare migliaia di band giovanili (Beatles in testa) il cui successo sconfinerà oltre il territorio nazionale e darà inizio alla cosiddetta British Invasion sul suolo americano.
I tempi sono maturi. Anzi, parafrasando Bob Dylan “i tempi stanno cambiando”. Il primo ad accorgersene è proprio il cantautore del Minnesota che nell’anno di grazia 1965 si fa accompagnare da una band con strumenti elettrificati e pubblica due capolavori assoluti come “Bringing it all back home” (22 marzo) e “Highway 61 revisited” (30 agosto). Storica e significativa anche la sua presenza al controverso Newport Folk Festival del 25 luglio con tanto di Fender Stratocaster e la Paul Butterfield Blues Band al seguito. L’inedita combinazione tra poesia, contenuti sociali ed elettricità operata da Dylan genera una svolta decisiva. Nel frattempo seguono altri segnali inequivocabili. Il 12 aprile infatti i Byrds pubblicano il loro primo singolo “Mr.Tambourine man“, cover dello stesso Dylan con cui ottengono uno strepitoso successo.
L’altra faccia della medaglia ha il suono esuberante e pieno di vigore che giunge dalla Gran Bretagna. Il 6 giugno esce “(I can’t get no) Satisfaction” dei Rolling Stones e il 5 novembre esce “My generation” degli Who. Sono singoli di grande importanza, specie per la presenza di due tra i più celebri riff di chitarra nella storia del rock. Quando il 3 dicembre i Beatles danno alle stampe “Rubber soul “, anche le orecchie più insensibili colgono i segni della rivoluzione in atto. Per il quartetto di Liverpool è l’album della maturità artistica, quello che segna il passaggio da un beat leggero che è parente strettissimo del rock’n'roll, ai suoni sperimentali e psichedelici che aprono alla ricerca e alla contaminazione.
Ciò che prima veniva chiamato rock’n'roll, da qui in avanti si traduce come rock. Un termine che è più semplice e generico, ma certamente più adatto a rappresentare una galassia sonora in continua ed incontenibile espansione. Ormai il bambino è diventato adulto.
UNA LINGUA DAI 1000 DIALETTI
Dopo la svolta cruciale del 1965, moltissimi musicisti prendono coscienza delle potenzialità di questa musica e dei suoi possibili sviluppi. Tutto questo si traduce in un periodo di furore creativo che non ha paragoni nella storia della musica.
Come già era avvenuto negli anni ‘50 con Elvis e i suoi ‘fratelli’, alla base del cambiamento c’è l’attitudine psichedelica dei musicisti. Psichedelia che è stata e sarà ancora la chiave di volta per tutte le tappe fondamentali del rock a venire.
Nel breve volgere di 5 anni (1966/1970), il potenziale del rock esplode in tutta la sua travolgente energia, aprendo al mondo della musica tantissime strade tutte da esplorare. Come una lingua da cui traggono origine 1000 dialetti, diventa una miniera d’oro capace di assumere innumerevoli forme che possono anche apparire lontanissime tra loro ma che in realtà sono tutte riconducibili a un’unica matrice comune. Figlie del blues, tutte discendono direttamente dal rock’n'roll e risultano spesso indistinguibili le une dalle altre.
Alcuni di questi generi si affermano in tempi brevi come il rock blues (la forma più classica che è profondamente legata alla propria ‘madre’), il folk rock (quello più vicino alle musiche di tradizione popolare), l’hard rock (variante del rock blues con sonorità e ritmi più forti e marcati) e il progressive rock (pieno di elaborazioni nel suono e nella struttura e colmo di riferimenti alla musica colta e al jazz)
Altri invece si definiscono meglio col passare degli anni. E’ il caso del southern rock (stile sviluppatosi nel sud degli States che attinge dal rock blues, dal country e dal boogie), del punk (dal carattere ruvido e diretto che si rifà al primo rock’n'roll), del noise rock (che fa utilizzo del rumore e delle dissonanze), della new wave (che partendo dal punk, apre all’elettronica e alla contaminazione a 360 gradi) e del grunge (movimento musicale con epicentro Seattle che mischia punk, hard rock ed elementi heavy metal).
MORTE E REINCARNAZIONE DEL ROCK
Oggi, col senno di poi, si può dire che il grunge è stato l’ultimo movimento artistico di grande portata. Nel corso degli anni ‘90 infatti, il rock perde la sua identità ed i suoi caratteri distintivi. La parola stessa perde di senso, utilizzata a spron battuto e in ogni circostanza ma sempre meno tradotta in musica.
Molti ne segnalano il declino irreversibile. Non a caso si cominciano ad utilizzare termini pittoreschi come post rock o alternative rock e c’è anche chi ne celebra il funerale in musica. Si tratta di Lenny Kravitz che nel 1995 canta “Rock’n'roll is dead” e lo fa citando con un ambiguo gioco di contraddizioni il celebre riff della zeppeliniana “Heartbreaker“, uno degli emblemi più significativi dell’epopea rock.
In effetti è proprio così! Dopo oltre 40 anni di straordinarie avventure, la miniera d’oro si è esaurita.
Il rock che conoscevamo, quello più autentico e genuino, ha terminato il suo ciclo. E’ morto per poter risorgere e mostrarsi sotto nuove sembianze. Le sue strade sono state battute in lungo e in largo ed è tempo che vadano ad arricchire altre musiche. Oggi il rock continua a lasciare tracce profonde in tanta musica che magari conosciamo sotto un altro nome.
C’è chi fa revival senza pretese, chi ne fa una parodia più o meno volontaria, chi se lo gode in ogni sua sfaccettatura e chi lo ignora completamente. Ma quella miniera d’oro è viva e presente più che mai, preservata dalla memoria di chi c’era e dalla passione di chi fa musicologia.
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