BJORK
1995
* per ascoltare clicca sul titolo della canzone
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Certo che ne ha di stoffa questo folletto islandese!
La storia di Bjork (”betulla” in islandese, Reykjavik, 1965) è quella di una persona che è stata abituata ed incoraggiata sin dall’infanzia al contatto con l’arte. Di una ragazza che ha frequentato la scuola di musica locale, che ha imparato a suonare il flauto e il pianoforte, che ha studiato, che ha vissuto in una famiglia di artisti hippy.
Fin dall’inizio, la ragazzina ci dà dentro di brutto e nel giro di pochi anni si fa le ossa nel circuito dei gruppi punk, suonando i classici islandesi e con una lunga militanza negli Sugarcubes, band che mescola il pop ai pruriti techno e dance degli anni ‘80. All’alba degli anni ‘90 decide che è arrivato il momento di fare da sola in modo da poter esprimere al meglio quello che gli frulla per la testa. E così diventa una delle sorprese più piacevoli del decennio.
Il suo sound immerso completamente nell’elettronica, miscela con intelligenza i campionamenti e sfugge l’ordinario. Le sue interpretazioni stupiscono per intensità , per voglia di sperimentare e per la capacità innata di saper dosare la tecnica vocale.
Dopo che “Debut” nel 1993 raccoglie un meritato successo di critica e pubblico, Bjork non si sottrae al ruolo che le compete e prosegue la sua ricerca artistica. Comincia a collaborare coi nuovi astri dell’elettronica (Nellee Hooper, Tricky, Howie B) e a sperimentare in più di una direzione, quasi ad oltranza.
Ne viene fuori “Post“, un disco a tratti sconnesso ma raffinato e pieno di tracce memorabili. Su tutto si distinguono le atmosfere estasianti di “Hyper-ballad” e “Isobel” che anticipano i picchi emotivi del disco successivo. Ma è da ricordare anche lo swing in stile Broadway di “It’s oh so quiet“, il dramma elettronico “Army of me” e la ninna nanna tecnologica “Headphones“.
Un’altra splendida canzone che non può mancare all’appello è “Possibly maybe“, dove viene fuori tutta la grazia e l’inventiva di Bjork. Il testo narra della fine di una relazione (forse) ma, come sempre quando si tratta di musica, il concetto è ribaltabile, ampio e sfumato, favorevole a più interpretazioni.
E come si fa a non dire del suo canto strascicato e infervorato, reso caratteristico dalle tipiche melodie a picco. O del felicissimo connubio tra la soave melodia e i ritmi del trip-hop con i piatti, con un basso potente ed i fruscii retrò che simulano la puntina del giradischi.
E soprattutto del provvidenziale cambio di tonalità che in un attimo allarga la prospettiva e il coro da opera lirica che aggiunge un tocco di candida beatitudine.
Si, il folletto islandese ha saputo toccare le corde giuste. Lasciale vibrare …
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