
Penso sia capitato a tutti di trovarsi di fronte a uno scaffale di dischi ed imbattersi nella scritta world music, parolina quantomai equivoca e sfuggente. Cosa vorrà mai dire? E com’è nata?
D’altronde, come tanti altri termini musicali e non, anch’essa è frutto di un antico impulso dell’uomo. Un impulso secondo il quale ciò che ci è estraneo deve essere prima di tutto denominato, poi classificato ed infine (sulla base di tali arbitrarie operazioni) valutato.
In particolare, il termine world music si è andato affermando nella seconda metà degli anni ‘80. Venne utilizzato dall’industria musicale per rendere riconoscibile e commercializzabile l’interesse crescente nei confronti delle musiche provenienti da diverse parti del mondo. In quel periodo si cominciò a porgere orecchio a zone geografiche economicamente più arretrate (Africa, Sud America, Medio Oriente ed Estremo Oriente). Contemporaneamente si diffuse anche il termine parallelo ‘musica etnica’, forse più nobile e scientifico nelle intenzioni ma identico nella sostanza.
Ma si sa che la contaminazione è sorella della musica e lo è a 360 gradi e forse anche di più! E così oggi la situazione è molto più fluida e sfuggente di 15/20 anni fa ed entrambi questi termini stanno gradualmente perdendo di senso. Non poteva essere altrimenti dato che, come per ogni cosa, la globalizzazione musicale è un processo planetario irreversibile in atto da più di un secolo … (e d’altro canto come avrebbero avuto origine il blues, il jazz, il rock, il reggae, il punk, ecc.?) In musicologia tutto questo si chiama popular music, un unico e semplicissimo termine che rende conto sia dei suoi profondi legami con la musica popolare tradizionale, sia della sua progressiva globalizzazione.
Ma più che sugli effetti della globalizzazione occorrerebbe risalire a monte e soffermarci sui modi in cui può essere affrontata. In gioco c’è la sopravvivenza e l’integrazione di culture, di tradizioni, di stili e di tecniche che sono un inestimabile patrimonio per tutti noi. E la perdita di questo patrimonio significherebbe un impoverimento artistico ed umano inaccettabile.
Mauro Pagani ci offre una testimonianza chiara ed acuta del nostro tempo, forte com’è di un’esperienza senza eguali che lo ha visto protagonista per molti anni e in diversi generi musicali. Nella prefazione di un libro di qualche anno fa sulla world music, scrive:
“La cosa più importante che ho imparato da questo lungo, intenso e straordinario periodo di ricerca credo si possa riassumere in una semplice parola: rispetto. Rispetto per culture, tradizioni, musiche, strumenti e stili diversi da quelli che conoscevo. E che, per me, ha significato entrare in questi mondi in punta di piedi, con educazione, accostandosi dopo una preparazione fatta di documentazione e studio.
Dal 1976, per sei o sette anni, non ho ascoltato un disco di musica occidentale. Credo di aver avuto accesso alla maggior parte della musica del bacino Mediterraneo sino ad allora pubblicata, ascoltando un totale di 2000 dischi.
Ecco perché il progetto “Creuza de ma” si è sviluppato in modo così spontaneo e naturale: tutte le mie conoscenze si sono fuse con la mia sensibilità musicale. E secondo me, questo è l’unico modo che un occidentale ha per confrontarsi seriamente con le musiche del mondo. Perché, o sei un autoctono (e in questi ci metto anche i Muddy Waters o i Chieftains, e cioè musicisti occidentali ma di matrice tradizionale) e allora non hai bisogno di studiare (un africano non ha bisogno di fare un corso di cucina africana per far da mangiare…), o sei un istintivo incontaminato (ma dopo Jimi Hendrix ne ho visti pochi …), oppure sei costretto ad arrivare alla musica attraverso l’apprendimento: e dunque sei un musicista ‘colto’ (nel senso del metodo). Ecco perché è più facile che un occidentale (che nasce già con un background metodologico colto) si avvicini alla world music piuttosto che il contrario.
E’ l’approccio turistico quello da evitare e condannare. Quello cioè che porta alcuni a infilarsi una camicetta a fiori, a ballare il merengue sentendosi di colpo proiettati nella cultura latino-americana. Dei 2000 anni di storia e della complessità di quella cultura, però, non gliene può fregare di meno.
Questo, a volte, è accaduto anche nella musica. Quando le musiche del mondo vengono trattate come elemento ornamentale di un impianto compositivo che non si modifica, non cresce e non si fonde con la nuova realtà culturale, allora si sta compiendo un’opera di colonizzazione artistico-musicale.
Al contrario, se invece le musiche del mondo sono trattate con il dovuto rispetto, allora non ci sono limiti alla contaminazione. Se non quelli legati al gusto estetico, al rispetto dei meccanismi espressivi di ogni cultura e all’onestà nella citazione delle fonti. Rubare o meglio copiare (anche in campo artistico) è sempre una cosa brutta. Non lo è più nel momento in cui uno lo dichiara: la citazione delle fonti è, anch’essa, una forma di rispetto.”
Trovo che Pagani faccia un discorso perfettamente lucido e responsabile. Sia perché pone l’accento sulla dipendenza tra il processo di apprendimento e la consapevolezza di fondo di un musicista, sia perché fa una chiara distinzione tra integrazione e colonizzazione musicale. Una differenza che oltre all’aspetto sociale, comporta conseguenze fondamentali anche sul piano artistico.
Ecco allora che le musiche popolari sono vere e proprie risorse che, prima ancora di essere integrate con il nostro presente, necessitano di essere preservate. E la preservazione delle musiche popolari non è possibile senza la conoscenza della loro storia e dei loro usi.
E dunque … al lavoro! Prossimamente inizierò a pubblicare una serie di articoli attraverso i quali andremo alla scoperta della tradizione delle musiche popolari in Italia e nel mondo. Un viaggio virtuale entusiasmante che voglio condividere con te … a presto!
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