
Lo sviluppo della tecnologia è stato certamente un fattore decisivo nella storia della popular music.
Ma si sa … tutto ciò che riguarda la musica è sempre determinato dalle tecniche con cui viene trasmessa. E d’altronde, come spiego nell’essential book “I semi dell’armonia musicale“, fai un enorme salto di qualità nell’ascolto quando riesci a comprenderne la trasmissione.
Tra i vari generi possibili e immaginabili, nulla più della musica elettronica è così strettamente collegabile allo sviluppo tecnologico/industriale. Le loro storie sono inestricabilmente collegate fra loro, passo dopo passo.
Quando parliamo di musica elettronica, ci riferiamo alla presenza completa, o comunque dominante, degli strumenti elettronici. L’elettronica quindi non viene utilizzata solo per la registrazione e la diffusione di musica, ma fa parte del contenuto stesso del brano.
Gli strumenti elettronici non sono da confondere con quelli elettrici o elettromeccanici il cui suono è determinato dalle variazioni del campo magnetico presente in natura. Anche se va detto che gli strumenti elettronici nacquero dalla graduale evoluzione degli strumenti elettrici.
Il primo lontano antenato non ebbe fortuna. Si trattava del telharmonium, un mastodontico macchinario di 200 tonnellate simile ad un organo, inventato da Tadddheus Cahill nel 1897. Ma fu negli anni ‘30 che fecero la loro comparsa i primi strumenti elettrificati come il piano, la chitarra e l’organo Hammond.
Sono i primi passi verso la musica elettronica anche se forse il primo vero progenitore fu il theremin, progettato da Leon Theremin nel 1917 (vedi foto). Per l’epoca si trattò di uno strumento decisamente rivoluzionario e con esso il fisico russo incantò prima l’Europa e poi l’America per oltre 15 anni. Funziona tramite due antenne con cui è possibile tradurre il campo elettromagnetico in suono e controllarne sia l’altezza che l’ampiezza attraverso il movimento delle mani. Fu un’invenzione lungimirante e duratura dato che oggi il theremin è più che mai vivo e vegeto.
Con gli anni ‘40 si assiste all’avvento dei transistor e dei primi elaboratori elettronici. Si tratta di strumenti molto costosi e difficili sia da reperire che da utilizzare. Per questo motivo durante gli anni ‘50 e ‘60 la musica elettronica si diffonde attraverso i compositori d’avanguardia (Stockhausen, Cage, Varèse, Schaeffer, Reich, Berio, Nono, Maderna). Sono tutti musicisti che hanno la possibilità di lavorare presso enti statali e istituzioni radiofoniche provviste delle strumentazioni necessarie.
Ma negli anni ‘60 si ha una svolta decisiva : entrano in scena i sintetizzatori analogici e i primi campionatori. Nell’anno di grazia 1964 si realizzano due importanti strumenti come il moog (il primo sintetizzatore a tastiera) e il mellotron (il primo campionatore che suona spezzoni di nastro preregistrato). Grazie a queste nuove invenzioni, la musica elettronica comincia a lasciare le sue tracce anche nella popular music.
A partire dai primi anni ‘70, la diffusione degli strumenti elettronici si fa consistente. Nasce il minimoog, strumento leggero ed economicamente accessibile che permette ai musicisti di suonarlo anche in concerto. Nascono i primi sequencer che permettono di memorizzare dei suoni e determinarne la sequenza. Nascono le drum machine che creano una base ritmica costante imitando il suono di diversi strumenti a percussione. E nasce il versatilissimo synclavier, primo strumento digitale che permette di integrare la sintetizzazione e il campionamento del suono attraverso un unico software.
Contemporaneamente si affermano le prime correnti musicali che adottano l’elettronica come base per le proprie sperimentazioni. L’epicentro di tutti questi nuovi fermenti è la Germania. Da un lato abbiamo la kosmiche musik, stile etereo ed ossessivo che si fa strada attraverso l’opera di gruppi come Tangerine Dream, Can, Faust e Popol Vuh. Dall’altro lato si creano i presupposti per la nascita di ulteriori generi come il techno-pop (Kraftwerk), l’ambient e la new age (Brian Eno), il rock elettronico e la new wave (la trilogia berlinese di David Bowie).
Con l’inizio degli anni ‘80 la musica elettronica si impone in ogni ambito e contagia un po’ tutti anche grazie al diffondersi dei primi personal computer. Ma la complessità e il numero sempre maggiore di strumenti elettronici rendono necessario un linguaggio comune. Nel 1983 nasce così il primo MIDI (Musical Instrument Digital Interface), un protocollo standard che permette di mettere in comunicazione qualsiasi strumento digitale. Come si può immaginare, questo ha rappresentato un salto di qualità e di quantità determinante per la musica elettronica.
Tra gli anni ‘80 e ‘90 si formano così nuovi stili musicali che traggono linfa sia dall’ambient che dalla dance (techno, house, industrial, trip hop, drum ‘n’ bass, chill out, jungle) o che colorano di sfumature elettroniche linguaggi già affermati da anni come il jazz, il rock, il pop, il soul e quant’altro.
Oggi la musica elettronica è a portata di tutti. Ma non solo! Con l’avvento di internet anche la distribuzione di musica è diventata elettronica. Alle consuete etichette discografiche si vanno man mano sovrapponendo e sostituendo le netlabel, etichette che distribuiscono la musica online in formato digitale.
E’ l’ultima frontiera (per ora!) di una storia in bilico tra musica e tecnologia.
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